Nardella: ‘Coi sindaci in campo possiamo vincere. A Palazzo Chigi? Io vedrei bene Letta’

«Il Pd può contare su uno schieramento di migliaia di amministratori, assessori, consiglieri comunali. Donne e uomini che conoscono i territori, parlano con la gente, usano il linguaggio della concretezza. È questa la nostra grande differenza con le destre. E potrà essere decisiva per la vittoria del centrosinistra». Dario Nardella, primo cittadino di Firenze dal 2014 (rieletto nel 2019), ha già messo in chiaro che non correrà per un seggio alle Politiche. «Ma io e i miei colleghi saremo in prima linea. Come fossimo candidati».
Sindaco Nardella, sta già organizzando la sua campagna «casa per casa», come ha chiesto di fare Enrico Letta?
«Casa per casa. Sarà la vera novità di questa campagna elettorale. I 130 mila consiglieri comunali e 20 mila assessori del Pd in campo per mobilitare i territori, dalle città ai paesi più piccoli».
Con lei ci saranno anche Beppe Sala e Federico Pizzarotti, che però ha annunciato una lista autonoma. Il partito dei sindaci è già diviso?
«Io cerco di dare una mano per unire le forze: non ha senso creare due liste civiche con obiettivi simili. Se mettiamo insieme i diversi protagonisti, da Beppe Sala a Luigi Di Maio, fino a Federico Pizzarotti, possiamo ottenere il supporto di chi alle amministrative ha votato per i sindaci del centrosinistra, ma non per il Pd. È un bacino di 300 mila voti in 15 città».
Però anche Sala, come del resto lei, Matteo Ricci e Giorgio Gori, intendete continuare a fare i sindaci. Così non si rischia di indebolire il progetto?
«No, perché si possono schierare in campo i rappresentanti di quelle liste civiche. E poi decine di sindaci di città con meno di 20 mila abitanti. Lo spazio c’è. Prima si scioglie il nodo dell’unificazione delle forze, prima si parte. Mettere veti ora non serve a nessuno».

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A proposito di veti: Renzi lamenta un «no» da parte di Letta e si dice pronto a correre da solo, Calenda non vorrebbe Fratoianni. Come se ne esce?
«Credo che parliamo troppo di tatticismi, di nomi e cognomi, e troppo poco di argomenti concreti. Ho fiducia in Letta: lasciamolo lavorare. Il segretario ha il pregio di essere un tessitore paziente».
Ma anche gli argomenti vi dividono: il rigassificatore di Piombino, il reddito di cittadinanza…
«Sul tema ambientale rischiamo di creare fratture inutili: la priorità del centrosinistra devono essere le rinnovabili e lo sfruttamento dei giacimenti naturali di gas nei nostri mari. Su questo si può trovare un minimo comune denominatore. Credo che siamo tutti d’accordo, dai Verdi a Calenda, nel dire che serve un piano ambizioso sulle rinnovabili. Obiettivo: produrre 8 gigawatt di energia all’anno già dal 2023. Ma prima bisogna sburocratizzare: litighiamo sui rigassificatori e poi ci vogliono sei mesi per piazzare un pannello fotovoltaico. È qui che i sindaci possono dare un contributo».
Ad esempio?
«Le città consumano l’80% di energia e producono l’80% di rifiuti. È da qui che si deve partire. Su questo, lunedì noi sindaci Pd presenteremo con Letta un programma in cinque punti».
Restando ai temi: l’agenda del Pd deve coincidere con l’agenda Draghi, secondo lei?
«L’agenda Draghi è stato un pezzo fondamentale del nostro lavoro fino a una settimana fa. Valorizziamo ciò che di buono ha prodotto, a partire dal taglio delle tasse sul lavoro. Ora però entriamo in una nuova fase. E i punti di intesa credo siano ben superiori rispetto a ciò che ci divide».
Anche con Renzi? O alla fine il suo predecessore a Palazzo Vecchio correrà da solo?
«Ad oggi è complicato fare previsioni. Vediamo nei prossimi giorni. La sfida in ogni caso è tra il Pd e la Meloni, in questa tornata non ci saranno terze vie. Anche perché per decidere il destino di un collegio può bastare un solo voto di differenza».
I sondaggi mostrano che anche i seggi della Toscana, ex roccaforte rossa, sono contendibili: chi bisogna candidare per strapparli alla destra?
«Occorre dare spazio ai territori e a chi li rappresenta. Capisco che Toscana ed Emilia saranno regioni molto ambite per concedere collegi sicuri agli alleati. Ma bisogna fare attenzione: un eccesso di candidati catapultati potrebbe essere fatale. Se Firenze è la città dove il Pd va meglio, è grazie alla collaborazione virtuosa tra partito e amministrazione».
E a Palazzo Chigi, chi vedrebbe meglio? Letta? oppure Draghi, come chiede Calenda?
«Se lo chiede a me, io preferirei Letta. Ma non è questo l’ostacolo sulla strada di un accordo nel centrosinistra. La legge elettorale non impone di individuare un candidato comune. L’intesa, se necessario, verrà dopo».

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