“Noi, beffati dal vaccino e ora nel limbo senza Green pass”

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Hanno creduto nel vaccino, ma ora, dopo il danno di effetti gravi avversi devono scontare la beffa di essere esclusi dal Green pass. Nuove storie alla Bussola. Catia di Varese: «I medici escludono sia stato il vaccino e sospettano una linfoadenopatia preesistente, ma io sono sempre stata bene, ora ho il terrore della seconda dose e mi hanno messo in un limbo». E se il vaccino avesse scatenato una infiammazione silente? Gianluca da Russi: «Il cardiologo ha imputato al vaccino l’ipertensione che non avevo mai avuto. Ma l’esenzione scadrà il 30 settembre. Che farò dopo?».
-MAL DI VACCINO: IL DOSSIER DELLA BUSSOLA

Hanno creduto nel vaccino, hanno avuto fiducia nella scienza, ma ora, dopo il danno di effetti gravi avversi non facilmente diagnosticabili devono scontare la beffa di essere esclusi dal Green pass.

Le storie di sofferenza da gravi effetti avversi raccontate dalla Bussola in questi giorni hanno anche uno spiacevole risvolto burocratico: si tratta per lo più di persone che non hanno completato la seconda dose e pertanto non possono ottenere il Green pass, che per molti di loro vorrebbe dire non avere problemi col lavoro trattandosi spesso di insegnanti o di impiegati della pubblica amministrazione.

Come è il caso di Catia Gorga, di Varese, 44 anni, mamma di tre figli, di cui, l’ultima di appena 16 che sta ancora allattando. «Ho ricevuto la prima dose Pfizer il 25 giugno e da subito ho manifestato il classico dolore al braccio – spiega alla Bussola -, solo nei due giorni successivi il dolore si è esteso al cavo ascellare che si è gonfiato e al seno. Ho avvisato il medico curante e mi ha detto che si trattava di una reazione, di stare tranquilla e di prendere Tachipirina».

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Nei giorni seguenti, Catia si è sottoposta a due ecografie, i linfonodi si sono ingrossati e a questo è si è aggiunto un dolore nella zona dell’utero e delle ovaie e nella zona inguinale. «Faccio un lavoro sedentario e stando seduta parecchie ore non riuscivo più a mantenere la posizione. Ero sempre in lacrime dal dolore, ho pianto tantissimo. Ma il dolore interno che provavo non passava neanche con gli antidolorifici, che ho poi deciso di smettere dato che non mi procuravano nessun beneficio».

Il dottore di Catia, nel frattempo, continuava a minimizzare: «Mi ripeteva che era tutto normale». Due mesi dopo il vaccino, due mesi trascorsi con dolori lancinanti e inspiegabili che le hanno condizionato la vita, Catia oggi accusa delle scosse alle gambe, il dolore sotto l’ascella si è attenuato, anche se ogni tanto ricompare. «Ma soprattutto c’è il dolore interno che non è scomparso del tutto».

Dolore a parte, però, per Catia si è presentato il problema del Green pass: «Non mi sono presentata a fare la seconda dose che era prevista per il 4 di agosto. Ho scritto diverse lettere all’ATS, che mi ha fissato un appuntamento con un medico vaccinatore il 25 agosto per parlare delle mie problematiche e avere diritto all’esenzione. Sono andata, il medico mi ha guardato gli esami e mi ha detto che non c’era nessuna correlazione col vaccino. Ma come è possibile? Su quali basi lo diceva?».

Subito dopo, però, il medico le ha detto qualcosa che potrebbe essere una chiave per comprendere questi episodi di dolore inspiegabile e invalidante: «Mi ha detto che probabilmente soffrivo di linfoadenopatia già da prima, ma io non lo sapevo. Mai mi era stata diagnosticata una cosa del genere, però mi ha detto che non avrei avuto diritto a nessun tipo di esenzione».

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Catia se n’è così andata con un pugno di mosche: «Certo che ho paura a rifare il vaccino. Come faccio ad essere certa che quei dolori non si ripresenteranno e magari più forti della prima dose? Ora sono in un limbo: ho creduto nel vaccino, ma oltre al danno di quello che mi ha provocato, devo anche subire la beffa di non essere considerata per il Green pass».

Il riferimento ad una linfoadenopatia latente mai diagnosticata può essere però una chiave di indagine per comprendere perché in lei il vaccino ha scatenato questa reazione. È questo uno degli aspetti più sottovalutati della vaccinazione di massa: la riattivazione dei processi infiammatori cronici normalmente silenti nel corpo.

Una farmacovigilanza seria dovrebbe indagare proprio questi nessi di causa e cercare di capire perché per Catia il vaccino ha scatenato una linfoadenopatia e per altri una trombosi o una pericardite o una ipertensione anomala.

Come è il caso di Gianluca Ravaioli, 49 anni di Russi (RA), operatore sociosanitario. Prima dose Pfizer fatta il 24 luglio: «La mia pressione misurata a intervalli regolari dopo la prima dose di vaccino, ha cominciato ad avere picchi altissimi con tachicardia, ma io non ho mai sofferto di ipertensione e a 40 giorni dall’iniezione vengo accompagnato sempre dal mal di testa con bruciore nella parte alta del cuoio capelluto, battito cardiaco accelerato, acufene, parestesie agli arti, diarrea e vertigini».

Gianluca ha fatto ecodoppler, prova da sforzo ed elettrocardiogramma con visita finale dal cardiologo. Diagnosi? «Ha imputato alla prima dose Pfizer i picchi ipertensivi, prescrivendomi medicine per ipertensione. Ho chiamato il numero verde vaccinazione 1500, mi hanno detto che per essere esonerato dalla seconda dose devo portare al centro vaccinale la mia documentazione, così ho fatto. Mi sono recato in due centri vaccinali a Ravenna dove purtroppo nessun medico mi ha esentato dalla seconda dose, anzi, hanno trovato assurdo che il cardiologo mi avesse dichiarato la responsabilità al vaccino». Gianluca è poi riuscito a ottenere l’esenzione, ma scadrà il 30 settembre. Dopo di che sarà senza paracadute e dovrà ripresentarsi per la seconda dose.

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Anche lui nel limbo e con il problema non indifferente di un’ipertensione che non aveva messo nel conto il giorno in cui ha deciso di sottoporsi al vaccino sicuro.

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