Nucleare verde? Bello, ma impossibile in un paese dove perfino la capitale rifiuta un modesto termovalorizzatore

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Lo dicono tutti, e pare che sia la sintesi più vera della politica attuale: mentre il premier Mario Draghi lavora con profitto, i partiti che lo sostengono chiacchierano, litigano tra di loro su temi secondari, ma lo lasciano fare. Due mondi paralleli, il governo dei competenti da un lato e i partiti screditati dall’altro, che tuttavia, su certi temi dell’agenda di governo, non riescono a nascondere l’abisso che li separa.

Lo conferma la polemica sul cosiddetto «nucleare verde», innescata dal fisico Roberto Cingolani, 59 anni, uno scienziato chiamato a fare il ministro della transizione ecologica su indicazione di Beppe Grillo, ma dalle idee sempre più avversate proprio dai 5stelle.

Invitato a parlare alla scuola politica organizzata da Matteo Renzi (Italia Viva) a Ponte di Legno, Cingolani ha ricordato che, per abbattere le emissioni di anidride carbonica, ci sono paesi come Francia e Gran Bretagna che stanno investendo sul nucleare di quarta generazione: centrali piccole, grandi come un container, con pochi rifiuti da smaltire e zero emissioni di CO2. Centrali nuove che, se va bene, vedranno i primi esemplari in funzione tra 10-15 anni. Una novità, sostiene Cingolani, che sarebbe bene studiare e approfondire, «senza farsi condizionare dagli ambientalisti radical chic e dagli oltranzisti ideologici, che sono peggio della catastrofe climatica verso cui andiamo se non facciamo qualcosa di veramente sensato».

Chi siano gli ambientalisti radical chic, Cingolani non l’ha precisato. Ma non c’è voluto molto per capire che il movimento 5stelle ne è pieno. Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, da sempre fiancheggiatore dei 5stelle, nonché sponsor di Giuseppe Conte e critico abituale del governo Draghi, ha immediatamente attaccato Cingolani, accusandolo di avere copiato dalle imprese quanto ha inserito nel Pnrr sulla transizione verde chiesta dall’Ue. In pratica, il via a una crociata contro il ministro. Subito, sulla chat dei parlamentari grillini, ha preso a girare la domanda: «Ma quando lo sfiduciamo?». Giuseppe Conte, neoleader pentastellato, ha fatto sapere di avere convocato il ministro per chiarimenti, un faccia a faccia previsto per il 14 settembre. E Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, non ha voluto essere meno intransigente: «Fortunatamente non ho notizie di alcuna proposta sul nucleare nel governo, altrimenti la bloccherei senz’altro».

Vista l’importanza che la transizione verde riveste nel Recovery Plan di Draghi, la proposta di Cingolani è stata molto discussa nel fine settimana, raccogliendo pro e contro. A favore si è subito schierato Paolo Scaroni, ex presidente di Eni ed Enel, oggi banchiere di Rothschild, il quale ha ricordato che nel mondo funzionano 436 centrali nucleari e 56 sono in costruzione, in quanto sono a zero emissioni di CO2. Contrario, invece, l’attuale amministratore delegato dell’Enel, Francesco Starace, il quale, al Forum Ambrosetti, ha bollato il nucleare di quarta generazione come «science fiction» ed ha invitato a proseguire negli investimenti nelle energie rinnovabili, «con tecnologie che già esistono».

I media mainstream hanno fatto a gara nell’intervistare i tecnici del settore. Su Repubblica, Alessandro Dodaro, responsabile dell’Enea per la sicurezza nucleare, ha ricordato che gli impianti nucleari in funzione ora nel mondo sono tutti di seconda generazione, impianti vietati in Italia da due referendum, tenuti nel 1987 e nel 2011. Quelli di quarta generazione sono ancora in fase sperimentale e per vederli in funzione, ovviamente non Italia, si dovrà attendere almeno 10-15 anni. In ogni caso, ha spiegato sul Corriere della sera Kadri Simson, estone, commissaria Ue per l’energia, «tocca a ciascun paese europeo decidere come ridurre le emissioni di CO2. Ogni paese può decidere il suo mix di fonti». In futuro, comunque, il nucleare continuerà ad esserci, tanto da far dire alla Simson: «In base alla nostra strategia di lungo periodo, il nucleare coprirà circa il 15% del consumo finale europeo dopo il 2050».

Paradossalmente, sul tema si sono cimentati anche personaggi che non hanno alcuna veste scientifica per parlare di nucleare verde. Il capo della Lega, Matteo Salvini, giusto per rimarcare la distanza dai grillini no-nuke, si è detto favorevole a Cingolani. E perfino un cardinale come Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ha voluto dire la sua: «Bisogna stare molto attenti a dare al nucleare la patente di sviluppo».

In un simile contesto, che l’Italia possa rivedere il doppio veto al nucleare sancito con i referendum popolari, sembra da escludere in toto. Le idee del ministro Cingolani non riusciranno mai a passare in un parlamento dove il M5s, partito delle scie chimiche e della pseudo scienza, è tuttora il più numeroso.

Non potranno trovare spazio in un paese la cui capitale è governata da una sindaca grillina, che è contraria per principio ai termovalorizzatori, impianti non inquinanti diffusi in tutto il mondo civile e nelle capitali europee dove la gestione dei rifiuti si basa sull’efficienza, e non sull’ignoranza più crassa o sui pregiudizi.

Non solo. Che il nucleare verde, di cui Cingolani propone appena lo studio, possa finire presto nel solito calderone dei boatos estivi lo si intuisce anche dall’enorme difficoltà con cui i vincoli delle sovrintendenze e le ordinanze regionali sull’uso dei terreni stanno già rallentando i 70 miliardi di investimenti nelle energie rinnovabili (impianti eolici e fotovoltaici) previsti dal Pnrr. E purtroppo non è una fiction.

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