O Sarai Ribelle o Non Sarai, l’assembramento musicale di protesta

Get up, stand up/Stand up for your right/Get up, stand up/Don’t give up you fight”. E’ tutto qui, nell’innodia di Bob Marley. 1973, l’album si chiama, programmaticamente, “Burnin‘”. Il mondo scoppia di rivendicazioni, di orgoglio, e la Jamaica è il suo epicentro. Che ne è del sangue giovane, musicale sangue che gridava la propria insofferenza? Oggi, finite le ideologie e soprattutto le idee, in questi grigi e uggiosi tempi di conformismo linguistico e artistico non meno che politico, Antonello Cresti mette in piedi una manifestazione sonora “O sarai ribelle o non sarai”, un ‘assembramento musicale’ edito da Hellbones Records, composta di musicisti e cantanti che osano contraddire e lanciare uno sberleffo al potere e alla narrazione dominante.

Musicologo e autore di una serie di saggi tra cui il già noto “La musica e i suoi nemici”, Cresti vuole con questa iniziativa sprigionare la libertà creativa dalle strette maglie delle convenzioni musicali che hanno imbrigliato anche l’arte, all’interno di linee guida conformi all’ideologia dominante di una creazione artistica sottoposta ai diktat del mercato.

Allusiva alla frase di André Breton tratta da Nadja “La bellezza o sarà convulsiva o non sarà”, secondo Cresti l’arte e la musica in questo momento o si dà lo scopo di diventare ribelle, o rimarrà nella condizione di un orpello ornativo del silenzio, dell’autocensura e acquiescenza anche da parte del mondo underground e della musica indipendente, una deriva fatta di controllo sempre più rigido, dove a parlare devono essere sempre i soliti noti per ripetere i temi consueti e sdoganati nelle forme dovute. E’ il momento di dire no a tanta bruttezza e disarmonia; se non di tornare a toni barricaderi, almeno a “mollare le menate e di mettersi a lottare”, per dire chiedere qualcosa di più a una canzone. “Ma che cosa può fare un povero ragazzo se non suonare in una rock and roll band?”. Era il 1968 e Mick Jagger, suggestionato dai tumulti che sconvolgevano quell’anno, abbozzava la sua personale smania di protesta. Alle sue spalle, il blues dei padri, che nasceva antagonista potremmo dire per sua stessa natura, e così il folk militante di Woody Guthrie, di Pete Seeger, il lavoro di ricerca di Alan Lomax e quindi i discepoli in una catena che non si sarebbe più arrestata fino ai tempi recenti; su tutti Bob Dylan, scandaloso anche a se stesso con le sue svolte, i suoi scarti, la sua ribellione poetica che si dissociava da tutto, che con la “svolta elettrica” avrebbe imbestialito i seguaci che lo pretendevano già incasellato, una volta e per sempre, in un genere definito. A modo suo Dylan non ha più smesso, quanto a dire che la ribellione, in un lato senso che tutti li ricomprende, non può essere avulsa dalla dimensione d’artista.

Pertanto Cresti ha provato a chiamare a raccolta simbolicamente quanti più musicisti per mostrare che a fronte dei testimonial della censura di Stato e delle mascherine come simbolo domesticazione e silenzio, c’è un mondo di persone che dicono no a questo stupro della libertà che è il messaggio primo dell’arte e della creatività.  “O sarai ribelle o non sarai” è questo. Un assembramento sonoro, senza nessun terrore, perché non esiste alcuna arte senza socialità, e la socialità è stata la più penalizzata in questi mesi. Si tratta di una compilation che racchiude più di cento brani, con una grande varietà di generi e stili musicali rappresentati, una sorta di caos che ha il senso di un e pluribus unum, ossia da tante voci così diverse l’emersione di un messaggio univoco di libertà creativa. Hard rock, musica elettronica, canzone napoletana, musica etnica, punk, da tutta l’Italia ma anche dal resto d’Europa, a testimonianza di una diffusione del messaggio non solo nazionale.

“Ribelli? Certo che lo siamo. Vorrei poterlo essere molto di più” (Keith Richards, 1969). Non c’è autore che non scardini i codici: il prezzo ovviamente si paga, ma, alla lunga, ne vale la pena, qualsiasi possa essere il costo. E la fiaccola poi viene raccolta, “è trapassato ma lo ha passato” (sempre Keith). Dal blues al primo rock and roll, dal rock and roll al punk, e i Sex Pistols cantano “Anarky in the U.K”.

L’idea di Cresti è all’insegna della massima libertà creativa, contro il politicamente corretto, la distopia della nuova normalità di fronte a cui tanti clerici e artisti si sono prostrati. Ma il tema non è stato per questo vincolante. L’importante è stato esserci e dare un segnale. Nonostante il profilo basso tenuto dagli ideatori, appena Hellbones Record ha osato fare un post sull’iniziativa, è stato subissata da minacce, diffamazione, biasimo.

L’uscita prevista è il 25 aprile, la data della festa della Liberazione, per dire la liberazione delle idee e non solo. A fronte di restrizioni che non accennano ad allentarsi, ma nei confronti delle quali l’insofferenza e la ribellione si fanno sempre più forti, anche il mondo della musica anticonformista vuole dare un segnale forte.

L’evento non è destinato allo streaming. Cresti parla di promozioni, lives, eventi, tutto ciò che esuli dalla bidimensionalità che in questi mesi ha soffocato il nostro spirito. Perché il potere gode quando ci vede soli e deboli. È quanto accade oggi, che la lunga catena di destabilizzazione musicale sembra essere giunta all’ultimo, definitivo anello. I rapper, i trapper, dite? Ma questi, il secondo soprattutto, sono qui, e lo dicono, lo ammettono, a scadenza programmata, il loro ultimo ed unico orizzonte è portare a casa quanto possibile in termini di notorietà e dunque ricchezza fin che durano. Non hanno né una cultura di base né spinte ideali che li sorreggano, non sono pronti a spendersi – a morire – per nient’altro. Ribelli che a due mesi dal successo si consegnano senza opporsi alla struttura, quando non ne vengono creati appositamente; comunque gente che saccheggia giganti sulle cui spalle non è degna di riposare. Sono tempi durissimi, questi, e al termine di questo breve excursus come non rifarsi all’esempio radicale di Frank Zappa, probabilmente il più ribelle di tutti? Musica (di ogni genere, dalla tradizione alla neoclassica alla sperimentale), trovate sceniche, innovazioni tecniche e un indomito, caustico spirito corrosivo che usava la cronaca come la volgarità efferata per lanciare i suoi strali. Da qui, dal più colto di tutti occorre ripartire e dal suo esempio mai tradito: “Non è possibile alcun progresso senza deviare (dalla norma). Ma per farlo con successo, occorre avere almeno un minimo di familiarità con ogni norma dalla quale contiamo di allontanarci”.

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