Odio gli Uomini: Pauline Harmange e la misandria come bussola della liberazione

Odio gli uomini, un casuale caso editoriale di Pauline Harmange, edito da Garzanti.

Già il titolo, fortemente provocatorio, che in francese suona Moi, les hommes je les deteste, è servito ad attirare l’indignazione di un uomo, Ralph Zurmély, un consigliere del Ministero per le pari opportunità francese. E ne ha decretato il successo. Perchè la minaccia di querele nei confronti dell’autrice (il reato sarebbe incitamento all’odio), lo ha reso subito un caso editoriale e un vero e proprio best seller, tradotto in 17 Paesi, tra cui l’Italia. E sollevato un vespaio di polemiche e reazioni al vetriolo, che, dopo una veloce lettura, appaiono per lo più ingiustificate.

Più che di un saggio, non ne ha la portata argomentativa né lo spessore, il lavoro della Hermange giovane femminista militante francese, è un pamphlet agile e snello, che rimescola e enumera molti dei topoi tipici del femminismo, declinandoli sullo sfondo di un atteggiamento guida per tutte le consorelle: la misandria, ossia l’odio contro gli uomini. Che non è la controparte lessicale della misoginia. Infatti, secondo l’autrice dello scarno libretto, si tratta di un habitus intellettuale e emozionale indotto dalla misoginia aggressiva e violenta che innerva il tessuto di una società ancora radicalmente sessista, razzista, e sfruttatrice delle minoranze. E che si concreta quotidianamente in gesti efferati che eliminano alle donne non solo dalla scena pubblica.

Misandria. Da meccanismo silenziatore dell’indignazione femminile a consapevole cultura del sospetto, del dubbio, quando ci si trova di fronte al tipico maschio alpha che pretende di far passare per naturali atteggiamenti, interpretazioni, valutazioni che trasudano stereotipie incistate in una cultura antichissima e sempre pronte a riattivarsi alla minima sollecitazione.

Di questo femminismo intersezionale, il cui prisma ricomprende tutte le minoranze e le sopraffazioni, il maschio bianco cisgender, rigorosamente etero e benestante , è l’obiettivo polemico.

Nazifemminismo?

No, solo provocazione. E sollecitazione a un’autorealizzazione autonoma e separata. L’autrice è sposata e ribadisce di amare molto il marito. Ma non per questo rinuncia a denunciare che la maggior parte degli uomini sono egoisti, violenti, narcisisti e avidi di potere. Un potere che si esercita in primis sulle donne. Che non si fanno carico della parte emotiva della relazione e che sorvolano sulla rabbia femminile come se si trattasse di una sorta di sindrome gender e non della volontà di rivendicare quanto subito nella vita individuale e generazionale.

La svalutazione della rabbia è un modo per non assumersi la responsabilità dell’aggressività di cui quell’emozione è risposta. Perché il cavallo nero di platonica memoria è quello che scarta e si indigna di fronte alle ingiustizie. Ed è facile, come sostiene Harmange, conservare un aplomb razionale, quando la propria vita scorre sicura, dopo aver trasformato quella altrui in un gorgo di carichi e di angosce.

Insomma un testo che fluisce leggero, senza nessuna impegnativa analisi culturale, antropologica e sociale. Un libro che è uno sbotto di indignazione a buon mercato, divenuto caso editoriale più per un coup de foudre che per i suoi meriti intrinsechi. E che di veramente graffiante ha solo il titolo.

Un tocco di colore, più che categorie concettualmente fondate, sono i termini con cui Pauline allude a determinati tipi di uomini, tutti più o meno mediocri, ma tutti sicuri e arroganti, come se quella mediocrità fosse un piedistallo di certezze. Mentre le donne, per compensazione, sono afflitte dalla sindrome opposta, quella dell’impostore, non sentendosi mai all’altezza degli incarichi, manageriali o di alto profilo istituzionale, di cui talvolta, anche se raramente, sono investite

“Da qualche tempo lascio che a guidare la mia vita sia un adagio colmo di saggezza: “Abbi la sicurezza di un uomo mediocre”. Quando ho dei dubbi, ripenso a tutti quegli uomini mediocri che sono riusciti a far passare la loro mediocrità per competenza, grazie a un magico gioco di prestigio che prende il nome di arroganza. Questa faccia tosta dell’imbroglione, antitesi della nostra sindrome dell’impostore, è appannaggio degli uomini […] Se da un lato noi siamo state educate a dubitare costantemente di noi stesse, dall’altro gli uomini sono cresciuti con la rassicurazione che spesso sarebbero riusciti a mostrare la luna nel pozzo – o almeno a camuffare le loro lacune”.

Forse la parte più bella del libretto è l’esortazione alla sorellanza, ossia alla solidarietà tra donne, alla ricerca del reciproco sostegno. Non più né mai nemiche alla ricerca della preda maschile da cui essere impalmate e giustificate socialmente, ma sorelle. Il divide et impera avrebbe meno spazio, con un fronte unito di donne che non si fanno più lo sgambetto. Del resto, anche se in una prospettiva diversa, c’era già arrivato Aristofane. Le donne, guidate da una Lisistrata, potrebbero, se unite, far cessare le guerre. E, chissà, una pandemia.

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