Ok al rave party di Mezzano mentre lo Stato impedisce ogni evento nel rispetto delle leggi

Chiedo scusa se parlo di me, anche se è un me generale, dunque impersonale, un me che può diventare io, tu, noi, tutti. Succede che tra due giorni, il 22, io avrei dovuto condurre una manifestazione di auto storiche che, dove vivo, organizzo da 15 anni secondo una formula collaudata: il racconto del Novecento alla luce della tecnica automobilistica e della moda, vetture dagli anni ’10 ai ’90 sfilano e ne discendono indossatrici ammantate in abiti originali contemporanei alle auto; il tutto corredato da filmati, canzoni, notazioni storiche e di costume, momenti di canto e di danza. Un evento che ogni anno richiama qualche migliaio di persone, le appassiona, le coinvolge tra nostalgia e stupore. Quest’anno non mi è stato letteralmente possibile: troppe le prescrizioni, gli obblighi, i divieti, i veti, le misure, le protezioni, le regole, troppe e ogni volta crescevano, escogitate da un governo di pazzi furiosi cui le amministrazioni locali non possono che adeguarsi, volente o nolente (ma quasi sempre vogliono ed anzi ci mettono del loro: il trionfo dello zelo imbecille). Ci abbiamo combattuto mesi, ci abbiamo battuto la testa mesi, ci siamo arresi: non era realisticamente proponibile trasformare un momento di gala, di festa in un campo di concentramento, green pass all’entrata, in uscita, gente seduta a 7,10 m di distanza, controlli improvvisi, transenne ovunque, e poi la responsabilità oggettiva, totale: basta uno che s’infetti, magari per frequentazioni sue, e ci va di mezzo chi ha messo su la baracca. Ma è una kermesse o il cortile di una galera?
E allora no, grazie, ci siamo detti: per un fatto di dignità, di rispetto verso il pubblico e noi stessi e anche per una sorta di ribellione ad una gestione malavitosa di una emergenza che sa tanto di ragion politica e poco o niente di ragion sanitaria. C’è più libertà nel non assoggettarsi che nell’adeguarsi al ricatto. Una scelta costata cara, dopo 15 anni di tradizione ininterrotta, con la gente che cominciava ad informarsi mesi prima e non avrebbe rinunciato allo spettacolo per nulla al mondo.
Poi, ieri vedo i resoconti del rave party di Mezzano e penso di essere io in preda a suggestioni lisergiche, specie in tempi blindati di asserita pandemia: come hanno fatto a sciamare in diecimila da mezza Europa, ad installare palchi e gruppi elettrogeni, a invadere e devastare tutto totalmente indisturbati? Come hanno potuto arrivare in colonne di camper e perfino di tir, montare, defecare, morire (uno, strafatto, affogato nel lago), partorire, farsi e poi farsi curare da un volontariato eroico ma che forse poteva dedicarsi ad altre e più nobili attenzioni? Le cronache sono allucinanti e certi commenti di più: “La nostra Woodstock”, “il rave è liturgia”, “momento di socializzazione”, “no al moralismo contro i giovani” e il sempreverde afflato della lotta di classe contro il turbocapitalismo e la proprietà privata.
Certo, la rivoluzione che passa per il megaporcile. La proprietà privata (altrui) si travolge senza badare alle conseguenze: un terreno di una azienda agricola praticamente cancellato, decine di animali morti di sete (si sa che i festaioli da rave sono ambientalisti e animalisti), perché gli eroici combattenti contro le ingiustizie hanno rubato l’acqua, rovinato i condotti, prosciugato i pozzi; quanto al mondo mondato dal capitalismo, incorporato al party si è sviluppato un fiorente bazar di tutte le sostanze possibili, con tanto di prezzario in bella mostra. Hanno consumato, hanno bruciato, se ne sono andati: a chi di quel terreno vive, ci suda ogni giorno che Dio manda in terra, restano le rovine, restano le lacrime. E le domande incredule. Che sono anche le nostre.
Come hanno potuto mettere in piedi tutto questo mentre lo Stato fa la voce grossa coi ristoranti, i bagnanti e chiunque si azzardi ad organizzare qualsiasi cosa nel rispetto delle demenziali leggi di Speranza, del CTS, dell’ISS, di Draghi e di Mattarella? Come hanno potuto non venire controllati da nessuno per giorni, e anche dopo, a sfacelo compiuto, solo col piumino da cipria, poliziotti che quasi imploravano i balordi di levare le tende abusive? Se ad una manifestazione culturale un solo visitatore si scopre positivo alla variante, chi l’ha realizzata passa guai immani che lambiscono il carcere; qui diecimila scarti umani, di quelli che danno la colpa “al capitalismo” per giustificare la propria inettitudine parassitaria, hanno potuto bivaccare teneramente scortati, in pratica, dalle forze dell’ordine mentre i locali, tra i quali i legittimi proprietari del terreno, si disperavano. E adesso questa gente dovrà ripartire dal nulla o peggio dall’apocalisse. “La nostra Woodstock”? C’è di vero almeno questo, che certi comportamenti canaglieschi si ripetono in un eterno ritorno della feccia. E che, come sempre, la legge non è uguale per tutti e lo Stato punisce e premia a suo esclusivo arbitrio. I fannulloni di Mezzano sono stati protetti da un ministro dell’Interno che ha dato ordine di non disturbarli, sentendoli evidentemente in consonanza con le proprie pulsioni ideologiche. Chi organizza retrospettive sul motorismo storico, o su qualsiasi altra cosa considerata stupidamente “di destra”, o almeno non di sinistra militante, ne deve patire amare conseguenze. Col benestare del presidente del Consiglio Draghi, uno che arriva sempre a buoi scappati dalla spalla, e di quello della Repubblica Mattarella, uno che invece non arriva proprio, per lo più si volta dall’altra parte. Nessuno di quei diecimila subumani aveva mascherine o green pass o altro: e nessuno glielo ha chiesto per giorni e giorni di babelico assembramento. Però nei cinema non entri, nei ristoranti non passi, le discoteche le hanno ammazzate tutte, le palestre non ne parliamo, i concerti sono chimere, le spiagge percorsi a ostacoli. Nel nome della precauzione. E a ottobre, dicono, vai col tango di nuove chiusure. Solo chi si riduce all’homo fognarius da rave party, o altri comportamenti ideologicamente compatibili, avrà un giustificato salvacondotto per fare tutto quello che vuole, smerdando ogni legge e regolamento possibile con la discreta, paterna protezione dello Stato. Il quale a questo punto potrebbe socializzare la tenuta agricola ormai cancellata, rimborsando i coloni che la gestivano con un bel reddito di cittadinanza. Cosa c’è di più deliziosamente stalinista o maoista? Non sa tanto di nuova egemonia culturale, di società infine più giusta, più equa e solidale?

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