Oltre le elezioni/ Lavoro, fisco e pensioni: sfide decisive per il Paese

Solitamente al vincitore di una sfida, qualunque essa sia, compete un premio: non sarà così per la coalizione che vincerà le elezioni politiche del prossimo 25 settembre. Si troverà infatti una serie di problemi economici, sociali e geopolitici da far tremare i polsi e che quasi sconsiglierebbero di arrivare primi. Fatte le elezioni, incaricato il nuovo premier, nominati ministri e sottosegretari (e saremo già a fine ottobre se va bene), tocca fare subito due cose: la legge di Bilancio per il 2023 e riprendere subito in mano il Pnrr che inevitabilmente subirà rallentamenti in questi mesi. 

Il tutto nel mezzo di una situazione caratterizzata da alta inflazione con inevitabile aumento del “carrello della spesa” anche a causa della situazione climatica: una miscela sociale pericolosa, alimentata sicuramente dai sindacati ma anche da chi avrà perso le elezioni. Del resto, siamo noti per non avere una classe politica e sindacale capace di anteporre gli interessi del Paese al proprio tornaconto, ovvero il consenso a tutti i costi senza mai preoccuparsi di chi alla fine è chiamato a pagare il conto. 

Cosa dovrà fare quindi il nuovo governo? Dovrà redigere una legge di Bilancio che prevede manovre a saldo zero perché le risorse disponibili sono già tutte impegnate. E la prima grossa spesa sarà la rivalutazione dello stock di pensioni in essere, pari a circa 310 miliardi di euro, che riguarda oltre 16 milioni di pensionati ai quali verrà applicato lo schema di rivalutazione reintrodotto dal governo Draghi (si ricorda che a partire dall’esecutivo Monti, tutti i governi succedutisi hanno tagliato drasticamente la rivalutazione delle pensioni, compreso quello guidato da Giuseppe Conte che oggi, insieme a Maurizio Landini, parla di «elemosina ai pensionati»: dov’erano questi due campioni negli ultimi 15 anni?). 

Ebbene, considerando un’inflazione acquisita a fine luglio pari al 6,4%, è più che probabile una rivalutazione per il 2023 del 7% che sarà destinata per intero alle pensioni fino a 4 volte il minimo (2.100 euro circa), per il 90% a quelle da 4 a 5 volte il minimo (2.100–2.600 euro) e per il 75% a tutti gli assegni sopra 2.600 euro. Costo totale 20 miliardi, che rimarranno strutturali anche per i prossimi anni. 

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A questi occorrerà aggiungere non meno di 6 miliardi per il finanziamento del debito pubblico (anch’essi strutturali per i prossimi anni) considerando da un lato la fine del “Quantitative easing” della Bce e dall’altro il fatto che il Btp a 10 anni rendeva a gennaio 2021 lo 0,65% mentre oggi è intorno al 3% con uno spread sui Bund tedeschi di circa 210-220 punti. 

Infine, occorrerà almeno per i primi tre o quattro mesi dell’anno, i più freddi, proseguire con un minimo di aiuti alle famiglie e alle imprese, sempre che la situazione energetica non precipiti, così da trascinare la necessità di sostegni per gran parte del 2023. 

In sostanza, i vincitori della sfida elettorale si troverebbero a dover approvare una legge di Bilancio da 32-35 miliardi interamente impegnata a coprire le spese dell’emergenza. Altro che flat tax, pensioni a mille euro al mese (costo 30 miliardi), pensioni da mille euro per 13 mesi alle mamme (altra botta da 10 miliardi), pace fiscale, dote ai diciottenni, ius scholae ed altri sogni del genere. 
In realtà una parte della rivalutazione delle pensioni rientrerà sotto forma di Irpef soprattutto a carico dei 5 milioni di pensionati più capienti e in parte come imposte indirette (Iva e accise); e tuttavia il conto finale resta molto salato.

Ciò posto, ecco avanzare altri problemi seri.

1) Come è possibile che su 36,5 milioni di italiani in età da lavoro, solo 23 milioni lavorino? In Francia e Germania oltre il 50% della popolazione lavora, da noi meno del 39%: il nostro tasso di occupazione totale è all’ultimo posto, distante 10 punti percentuali dalla media europea (circa 70%) e del 15% dai Paesi del Nord Europa. 

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Se poi affrontiamo i temi dell’occupazione femminile e giovanile la situazione si fa ancora più grave. Siamo primi assoluti in Europa per i Neet, giovani tra i 15 e i 34 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in percorsi di formazione: stiamo parlando di oltre 3 milioni di individui, il 25,1% dei giovani italiani. Tra i nostri competitor la Spagna si ferma al 18%, la Francia al 14% mentre tutti gli altri Paesi sono sotto l’11%.

2) Siamo ai primi posti per spesa assistenziale che, compresi i bonus, vale circa 180 miliardi immessi nel sistema esentasse “in nero”, il che crea ovviamente altro sommerso; il problema però è che siamo la “fabbrica dei poveri” perché nel 2008 spendevamo 73 miliardi e i poveri assoluti erano 2,1 milioni; oggi spendiamo il doppio e i poveri assoluti sono diventati 5 milioni. Epperò non si trovano camerieri, bagnini, cuochi e personale ad elevata e media specializzazione. Il nuovo governo dovrà perciò ripensare le politiche assistenziali, magari cominciando con il taglio del Reddito di cittadinanza e dei sussidi vari (altro che aumentare la Naspi e la Cassa integrazione), incentivando invece quanti lavorano anche per incoraggiare le nuove leve.

3) E qui risalta un problema nel problema. Secondo le analisi Ocse, negli ultimi trent’anni l’Italia è l’unico Paese che ha subito una perdita dei salari reali medi stimata nel 2,9%: un abisso rispetto ai Paesi dell’Est Europa dove i salari dei lavoratori dipendenti sono quasi raddoppiati, in Svezia sono aumentati del 63%, in Danimarca del 39%, in Germania del 33%, in Finlandia del 32%, in Francia del 31%, in Belgio e in Austria del 25%, in Portogallo del 14% e in Spagna del 6%. Viene da chiedersi: dov’erano la politica e il sindacato in questi trent’anni?

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4) Quanto al cuneo fiscale, si dovrà agire con estrema attenzione perché insistendo solo sulla defiscalizzazione dei contributi, nel tempo si rischierebbe di distruggere il sistema pensionistico. Basti dire che su un monte retributivo dei lavoratori dipendenti di oltre 345 miliardi, uno sconto del 3% di contributi costerebbe 7,7 miliardi l’anno escludendo i “nuovi schiavi”, cioè quelli che dichiarano da 35 mila euro di reddito in su, quelli che pagano oltre il 60% di tutta l’Irpef (il 50% degli italiani non paga un solo euro) e che pur “tirando la carretta”, anche con l’ottimo governo Draghi sono stati esclusi da tutti i bonus.

Anziché sulla decontribuzione, sarebbe meglio agire sulla contrattazione onde aumentare la quota di retribuzione non soggetta a tasse e contributi ora ferma a 258 euro, magari portandola stabilmente a 516 euro. In più introducendo il buono trasporti strutturale di almeno 8 euro al giorno (il governo Draghi lo ha meritoriamente introdotto, ma solo per un anno e per i soliti redditi fino alla soglia di 35 mila euro) e aumentare a 12 euro il buono pasto esente: si avrebbe un incremento strutturale addirittura del 15% per la massa dei redditi fino a 25 mila euro.

Con una avvertenza: basta con l’esclusione dei redditi oltre la soglia di 35 mila euro, servita a dare vita alla categoria dei “nuovi schiavi” che pagano per tutti. Il sistema girerebbe meglio – e non è un’opinione – se i prossimi governi dovessero prenderne atto. 

* Presidente Centro Studi e ricerche Itinerari Previdenziali 

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