Ora che è tornata l’inflazione basta con la politica dell’emergenza permanente

È tornata l’inflazione e l’Italia non ha niente da mettersi. Il livello generale dei prezzi sta crescendo a un ritmo senza precedenti dall’introduzione dell’euro. L’andamento del prezzo dei prodotti energetici ne è una forte componente ma non è possibile ridurre a esso il fenomeno.

La Banca centrale europea, dopo un decennio di politiche non convenzionali che hanno messo abbondante paglia per fare esplodere questo incendio inflattivo, si trova costretta a valutare un rialzo dei tassi. E le nostre finanze pubbliche sono completamente spiazzate, perché l’esecutivo aveva puntato tutto su previsioni di crescita economica rivelatesi irrealistiche, abdicando a qualsiasi controllo sul bilancio dello Stato.

La strada battuta dal governo italiano finora – chiedere altri soldi all’Europa, in una specie di Pnrr infinito – non è percorribile. Quel che era vero del socialismo è vero anche della solidarietà europea:  prima o poi, i soldi degli altri finiscono. E non è percorribile neppure la strada del deficit spending.

Ancora una volta, la politica italiana sembra pensare che sia un problema di regole europee, per cui potremo essere salvati solo dal passaggio dal vecchio patto di stabilità a una sorta di emergenzialismo permanente (ieri in nome del Covid, oggi dell’Ucraina) che consenta ai politici italiani di fare ciò che i loro colleghi olandesi o svedesi o financo spagnoli non si consentono da soli. 

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È però l’andamento dei titoli di Stato a rivelarci una divergenza del nostro percorso da quello degli altri Paesi, con lo spread nuovamente in crescita indipendentemente dalla riconosciuta autorevolezza internazionale del primo ministro. Che fare? Non quello che il governo ha fatto finora e proclama di voler fare: cioè combattere il carovita attraverso nuovi sussidi.  

Il paper dell’Istituto Bruno Leoni “Pagare a caro prezzo. Quali prodotti in Italia sono più costosi che nel resto d’Europa e cosa si può fare per contenere gli aumenti?” ricostruisce l’andamento dei prezzi in Italia rispetto agli altri paesi europei e fa emergere tre verità. 

La prima è che, in molti casi, gli aumenti dei prezzi dipendono dalle dinamiche recenti, ma il loro livello deriva soprattutto da scelte passate, per esempio in campo fiscale. È così per i carburanti per autotrazione: tagli delle accise temporanei rischiano di aprire un buco nel bilancio pubblico senza dare reale respiro all’economia, ma forse una più ampia riflessione sulla fiscalità energetica sarebbe necessaria. 

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La seconda verità è che, in alcuni settori, il problema dei prezzi dipende in gran parte da questioni irrisolte di natura concorrenziale: in Italia vi sono storie di successo, come la telefonia mobile e l’alta velocità ferroviaria, dove la competizione ha avuto un effetto macroscopico sui prezzi. 

Perché non tornare a pensare che riducendo le barriere all’ingresso e aprendo alla concorrenza la dinamica dei prezzi può rivelarsi, nel medio termine, favorevole al consumatore? Al contrario, la distribuzione a pioggia di denari rischia di alimentare l’inflazione e disincentivare l’occupazione. 

La terza verità è che parlare in questo momento di salario minimo, ignorare gli effetti del reddito di cittadinanza o di quota 100, ampliare in nome del carovita la platea dei bonus significa scambiare la cura con il male. Con esiti purtroppo tristemente prevedibili.

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