Ora che le nostre vite sono ferme al palo, per colpa del covid o della sua narrazione, i reality in TV peggiorano


L’importante è morire. L’intuizione della fine del secolo, da Mille e non più Mille, fu questa: prendere umani e sacrificarli, con le lame della morbosità. Vediamo dove può spingersi l’abbrutimento. Vediamo quanto costa una dignità. Fu il principio della fine, l’incipit del reality. Qualcosa di talmente falso da diventare più vero del reale. Dalla prima edizione del Grande Fratello, nel 2000, questo tipo di format ha invaso i palinsesti televisivi della tv generalista, declinandosi in modalità sempre più estreme e più trash. Per dire spazzatura, ciò che gli anglosassoni chiamano infamy. Il gusto di osservare le interazioni, gente comune o vip cambia poco, anche perché le categorie si annacquano sempre più, comunque personaggi immersi nelle situazioni via via  più al limite, ha afferrato una fascia di spettatori che non coincide sempre e solo con un pubblico poco scolarizzato o non in grado, per età, di viversi la sua vita. Siamo diventati tutti avidi voyeur delle vite altrui, con un gusto crescente per la collisione immediata, impulsiva, fatta di liti, battute spesso al limite della decenza e anche oltre, battibecchi, chiacchiere inutili fatte di nulla, se non del mero sussurrio di due persone che si confidano i segreti più intimi sotto l’occhio delle telecamere. Questa spettacolarizzazione forsennata del privato è stata potenziata dai social, è divenuta il linguaggio di altri format, è assurta anche a metodo di fidelizzazione del politico di turno nei confronti dei suoi elettori, pardon, follower.

La vita si è riversata sullo schermo che a sua volta ci ha inondato di scene di vita “vissuta” (vissuta, malvissuta…), con la pretesa che tra le due dimensioni non ci fosse più alcun filtro, differenza e l’una potesse assurgere a modello dell’altra, fornirne gli eroi, gli esempi, i valori.

Questa bidirezionalità ha appiattito il messaggio, che da pedagogico, come era nelle tv in bianco e nero degli anni ‘50, è diventato, mi si perdoni, quasi pornografico. Oltre che osceno nell’accezione di Carmelo Bene, fuori di scena. Perché ogni pudore, ogni delicatezza, ogni mediazione, ogni filtro di civiltà e cultura, con la sparizione della quarta parete, sono venuti meno, nella volontà narcisistica di rappresentarsi nella propria nuda verità. Un ossimoro, a pensarci bene, perché ogni rappresentazione è per statuto una messa in scena e quindi una sorta di interpretazione di noi stessi. Dove lo spettatore può coincidere con lo stesso rappresentato, il cui io però si è trasformato in un’idra di Lerna con milioni di teste. Vita e rappresentazione si mescolano, col risultato che entrambe si falsificano e la coscienza, come spazio della riflessione, si azzera. 

Io non coincido più con me, ma insceno un’identità cangiante che muta fino a perdersi o si mescola con quella dei milioni di fronte a cui la espongo. E allora dove sono io? Mi arricchisco o mi frammento e mi impoverisco, mi svuoto di me stesso?

L’eremita si esiliava nel deserto, su una colonna, in una grotta per trovare dentro di sé l’assoluto a cui sentiva di appartenere. Oggi, anche la scintilla del divino che portiamo dentro si è messa in posa sotto i riflettori, col risultato che o tace o si secolarizza, andando a coincidere con l’occhio dello spettatore.

O tempora, o mores, direbbe qualcuno.

Quello che più allarma, è che l’occhio malsano del voyeur si va via via trasformando nella pupilla sadica del carnefice e pretende più sangue, più rovina: come in quel film atroce, “Non si uccidono così anche i cavalli?”. 

Perché non ci basta più, anzi, inizia ad annoiarci stare a guardare una decina di individui chiusi in una casa sotto le telecamere, come tante scimmiette in uno zoo di lusso. Vogliamo vedere come se la cavano se colpite da una malattia, se abbandonate in una comunità agricola, se lasciate a morire di fame su un’isola. 

A quando gli hunger games? Quando verrà sfruttato il plot di un film in cui in un reality si mettono in palio un milione di euro, e sei concorrenti si puntano alla tempia una pistola carica di una sola pallottola? Le scene di sofferenza e sangue affascinano, altrimenti non avremmo avuto i giochi gladiatori, “ave Caesar, morituri te salutant” e ruggiti di leoni e corpi schiacciati da bighe impazzite. O le pubbliche esecuzioni, bambini ipocritamente schiaffeggiati davanti alla testa che rotola, a monito imperituro a non fare il male o la rivoluzione, e, ancora, le Corride spagnole dove un’orda di teste fameliche di emozioni attende la vittima, uomo o toro che sia.

Non avremmo gli orrori degli snuff movies e tutte le macellerie che circolano nel dark web. Ma sobillare, titillare in un pubblico sempre meno critico, meno empatico, questo gusto per l’emotainment è una deriva di una bassezza di cui dobbiamo essere grati a chi? La dursificazione della vita?

Vivere per procura non ci basta. Vogliamo anche soffrire e godere per procura, alla ricerca di un mistero, di domande  che non osiamo porci, di risposte che non abbiamo più o mai il coraggio di cercare dentro di noi, in un percorso di approfondimento spirituale o di fede o semplicemente di amore.

E ora, che le nostre vite sono ferme al palo, perché un virus o la sua narrazione ci ha chiuso nella bolla, nella monade, questa realtà così finta o questa finzione così reale è un pasto che non è più bilanciato, equilibrato, da massicce dosi di affetti e sentimenti concreti. È cibo tossico, junk food, ed è sempre più tossico. Indigeribile. 

Allora ci consola guardare con occhio rapace come questa banda di naufraghi delle Honduras sopporti una fame reale, quanto resisteranno nella loro danza (il riferimento al film di Pollack diventa inevitabile) chi ne uscirà vincitore, magari pelle e ossa, burattino di se stesso, condannato a danzare dopo morto, capelli radi sul teschio, ma vincitore?

Eh, ma il cachet, dicono i cinici, giustifica il sacrificio, così la notorietà rinnovata e vivificata, così le future ospitate, la possibilità di diventare influencer o tornare nei telesalotti che contano. E poi lo sapevano. Problema loro. Cosa credono. Cosa vogliono.

Quindi anche la dignità umana è a libro paga dei dispensatori di fama e di (qui torno a Aldo Grasso) fame. E se loro se la giocano, attratti dalle luminarie, dal paese dei balocchi, dalla volontà di apparire, anche chi sta davanti a quello schermo non è incolume da questa erosione. Le vittime, i carnefici, si mescolano e si confondono. 

Mia sorella sa cantare. Mia sorella quando canta è divina. Dovreste saperlo voi che vi nutrite della sua fame. È stata lì, a dimagrire, come nella balza dei golosi, mentre l’albero della fama emanava i suoi effluvi. Io sono certa che lei, se le fosse stata data un’opportunità senza dover scendere a nessun compromesso, avrebbe seguito altre strade. Non si uccidono così anche le showgirl?

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