Passa l’estate e il greenpass diventa un documento di coscienza collettiva, inderogabile per tutti

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A questo punto è lecito chiedersi che sarà di noi: forse lo scopriremo solo vivendo in cattività, le avvisaglie sono tutt’altro che incoraggianti. Il ministro paranoico Speranza parla di “linea della gradualità” e non ci vuole molto a capire cos’abbia in mente. Diciotto mesi fa ci parve spaventosa l’idea di una reclusione di massa, ma ci spiegarono che non c’erano alternative, che rischiavamo di morire tutti. In realtà la gente cadeva per un virus sconosciuto cui si voleva far fronte con misure del tutto improvvisate, intubando gli ammalati e quindi condannandoli a morte certa, consigliando l’inerzia, con i medici di base che si sottraevano alle visite domiciliari, a terapie tempestive: i pochi coraggiosi avrebbero conseguito risultati straordinari, ma venivano non ascoltati, venivano boicottati. Ci sembrò allora straniante che una misura così autoritaria venisse adottata con un semplice decreto ministeriale, in piena indifferenza al dettato costituzionale, alle prerogative parlamentari. Ma l’emergenza, reale anche se pompata, esagerata, isterizzata, pareva giustificarlo. Poi i periodi di coprifuoco continuarono in successione e sempre con decreto, la linea della gradualità era già tracciata. Anche i conseguenti obblighi furono scioccanti: mascherine ovunque, caccia all’uomo per gli incauti, una demonizzazione sempre più spinta per gli scettici, la libertà sempre più residuale e da condannare, da rimuovere come un vizio, un peccato. Mascherine e affari, tamponi e affari, in attesa di un vaccino miracoloso.
Arrivò il vaccino e ancora ci si scagliò contro le voci dissidenti
. Giurarono e spergiurarono che l’elisir era la soluzione di tutto, la fine dell’incubo, che non c’erano alternative; invece esistevano, ma si ebbe cura di escluderle, il vaccino assicurava stabilità, garantiva sicurezza assoluta e ancora una volta buoni affari. Il governo passò di mano, da un incapace si passò ad uno definito “super”, un dio in terra, fonte di ogni saggezza e prudenza. Il dio Supermario potenziò la stretta, continuò nella strategia della reclusione di massa, sempre via decreto, avendo imbarcato pressoché tutte le forze politiche in modo da non avere più ombra di opposizione. La somministrazione, affidata a un generale ambizioso, prese a galoppare a dispetto delle reazioni avverse, puntualmente derubricate a casi irrisori, perfino in eventualità di decesso. Il Paese tuttavia restava chiuso, sottoposto a zone colorate, la sua economia si sfaldava, la sua società si alienava, tutto veniva compiuto a distanza, cioè male, il Paese diventava terra di conquista per la nazione che aveva inventato il virus ed altre con ampia provvista di risorse finanziarie. La quota degli immunizzati intanto cresceva, anche se la stretta terroristica e terrorizzante non accennava a ridursi grazie alle ossessioni di un ministro sanitario chiaramente disturbato e di una pletora di tecnici e scienziati palesemente vanitosi e inadeguati.
Per forzare i refrattari, ci si inventò allora il greenpass, un lasciapassare elettronico ottenuto solo dopo essersi sottoposti a vaccino: all’inizio ipotizzato per situazioni definite, circoscritte, finì per allargarsi a sempre più attività umane e sociali. Un autentico ricatto, non da tutti accettato a dispetto della martellante propaganda di regime. Le televisioni di Stato naturalmente in prima linea, ma anche i due network privati, Mediaset e La7, più che allinearsi cercavano di superare il sedicente servizio pubblico nello zelo: linciaggi alle voci perplesse, distorsione dei fatti, processi in diretta, polarizzazione delle posizioni. Sia Cairo che, a maggior ragione Berlusconi, sono governativi a prescindere, hanno bisogno di assecondare il manovratore per non venire intralciati. Su Mediaset un conduttore come Mario Giordano intraprende una sua strada, non avversa al sacro vaccino ma giornalisticamente doverosa, fondata sull’indagine, sulla rivelazione di casi e situazioni scabrose, e i vertici aziendali lo mettono alle strette, minacciano di togliergli la trasmissione. Altri fanno quello che possono, ma è evidente che le maglie di una censura neppure tanto strisciante si vanno sempre più stringendo. Dei giornali, neanche a parlarne.
Passa l’estate e il greenpass diventa un documento di coscienza collettiva: se ne annuncia la necessità, inderogabile, per tutti: qualsiasi tipologia di lavoratori, pubblici e privati, ogni fascia d’età, ogni livello scolastico, nessuna eccezione, nessuna possibilità di sfuggita. Il Paese è già ad oltre il 70% di immunizzati completi, entro un mese sarà all’80 ma per il ministro paranoico non basta, si punta al novanta, al cento percento, sapendo che una soglia totale non si dà in natura e neppure in medicina. Tanto più che il vaccino, così sacro non è: serve, e questo è indubbio, a ridurre la virulenza, a scampare l’ospedalizzazione e la terapia intensiva, ma chi è vaccinato può ancora contagiarsi e contagiare. Le varianti si succedono, e la reazione è tragicamente ideologica: se la soluzione non è servita, allora ce ne vuole di più: sotto con la terza dose, la quarta, c’è chi parla di somministrazioni cicliche, per tutta la vita. La comunità scientifica non è concorde, il preparato è indubbiamente efficace, ma non completamente e, quanto agli effetti futuri, nessuno si sente di azzardare rassicurazioni. Ma i virologi sono sempre più sovraesposti, uno va in passerella a un festival del Cinema, un altro si avventura in pronostici sul prossimo presidente della Repubblica, un’altra ancora posa come una influencer, e tutti vantano o rivendicano militanze politiche. Hanno sbagliato moltissimo, per non dire tutto, ma si offrono come puttane al gioco del potere.
Siamo all’oggi. Tutto ciò che diciotto mesi fa ci sarebbe sembrato distopico è consumata realtà. Ci siamo assuefatti, siamo abituati a tutto, siamo pronti ad aspettarci di tutto. Senza più opporci, senza reazione di sorta. La “linea della gradualità” contempla misure sempre più soffocanti ed è inevitabile immaginare che, dopo l’estensione del lasciapassare fino ad ambiti domestici, unico caso al mondo, dopo aver raggiunto la soglia di oltre il 90% di immunizzati, dopo esserci “tamponati” in ogni orifizio possibile (ci vorrebbe Frank Zappa con qualche sua composizione sarcastica), la morale sarà che niente è servito e occorrono nuovi lockdown. Già se ne parla, in camera caritatis, anche se i media hanno ricevuto la consegna: non dir niente fino a che la misura non è calata. E si potrebbe dire: tacere fino a che 60 milioni di italiani non sono bolliti come rane. In altre parole, non si fermano più. E non si fermeranno. Il potere è avido, non gli basta mai proibire, stritolare, quando ha completato gli ambiti sociali passa al foro interno, alla coscienza, alle scelte personalissime. Lasciapassare e reclusione per “una nuova egemonia”, come scriveva proprio il ministro disagiato. Il senso di colpa come stato perenne. Un nuovo dio, spietato e apocalittico come una divinità fenicia. Nessuna misericordia, nessuna poesia. Niente gioia, solo la paura, la delazione, la rassegnazione. Sessanta milioni di rane bollite, di piante appassite, di cadaveri in vita. Consegnate al miglior offerente. Intanto, chi tutto decide e a tutto si sottrae, briga per ridisegnare gli assetti di potere: dai verbali dell’ennesima faida in seno alla magistratura, emergono le manovre di politici e giudici felloni per spartirsi le cariche, il Colle, il governo, gli affari coi cinesi, coi sultanati arabi, coi loschi padreterni delle transizioni ecologiche – e intanto il costo delle energie schizza a livelli insostenibili, raddoppia, triplica. Ristori non pervenuti, scadenze fiscali inesorabili. Paghiamo per pagare, la filiera dei servizi è stata scaricata sul cittadino, ma il cittadino spende sempre di più per sostituirsi a netturbini, addetti, operai, manutentori grazie alla tecnologia che agevola i compiti, i doveri, il controllo, ma mai i diritti. Siamo tutti vittime, e siamo morti. Più che un coprifuoco, andiamo incontro a un immenso cimitero dalle Alpi a Capo Passero.

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