Paternalismo di Stato e governo della povertà

di Sandro Moiso

Joe Soss, Richard C. Fording, Sanford F. Schram, Disciplinare i poveri. Paternalismo neoliberale e dimensione razziale nel governo della povertà, a cura di Sandro Busso e Eugenio Graziano, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022, pp. 580, 32,00 euro

Il paternalismo aziendale, soprattutto a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, costituì tutt’altro che una sorta di benevolo aiuto degli imprenditori ai loro operai e alle loro famiglie. In realtà costituì sempre e ha continuato a costituire, si pensi ad esempio alle politiche aziendali delle maggiori zaibatsu giapponesi, uno strumento di contenimento delle lotte salariali dei lavoratori e una forma di ricatto, travestito da aiuto socio-economico e talvolta da vero e proprio progetto urbanistico, nei confronti dei dipendenti.

Basterebbe fare un giro negli ex-villaggi operai del Veneto un tempo caratterizzato dalla presenza dell’industria tessile, come quello di Schio in provincia di Vicenza realizzato tra il 1872 e il 1896 per volontà dell’imprenditore Alessandro Rossi, per rendersi facilmente conto del fatto che casette destinate alle maestranza, asili e scuole per i figli degli operai e delle operaie e altri servizi distribuiti al loro interno rispondessero sia alla necessità di contenere le richieste salariali, all’interno di un ambiente protetto in cui gli investimenti padronali in edifici, impianti e servizi avrebbero contribuito a incrementare sia il capitale dell’azienda che a formare la comunità proletaria secondo standard di convivenza borghese, e a porre il lavoratore in una condizione di sudditanza aziendale in cui il rischio del licenziamento, a seguito di azioni sindacali o altro, avrebbe fatto perdere allo stesso non solo il posto di lavoro, ma anche la casa, la scuola, l’assistenza sanitaria o altre forme assicurative. In fin dei conti si trattava di una sorta di riformismo padronale che, senza passare attraverso richieste sociali ed economiche di carattere politico-sindacale, cercava di anticipare oppure tarpare le ali a qualsiasi conflitto sul lavoro che potesse esondare su un piano più alto o radicale.

Non è affatto un caso che proprio il Fascismo, ancor prima del keynesismo applicato nella gestione dell’economia privata e pubblica, sia stato il portatore di una sorta di paternalismo statale in cui a fianco di nuove forme di organizzazione ricreativa dei lavoratori, l’istituzione dell’INAIL, di un differente sistema assistenziale e pensionistico e dell’intervento sull’urbanistica per far fronte alla crisi degli alloggi oltre che di facilitazioni per gli enti che si occupavano di realizzarne (tra i quali l’Istituto Case Popolari, creato a Roma già nel 1903, o l’Unione Edilizia Nazionale o l’Istituto Nazionale Case Impiegati dello Stato, l’IFACEP o altri ancora) tanto sul territorio metropolitano quanto su quello coloniale, i lavoratori avrebbero dovuto rassegnarsi a salari progressivamente ridotti nel loro valore di acquisto e ad iscriversi a sindacati che non fossero quelli istituzionali fascisti. Senza contare la necessaria rinuncia, pena il licenziamento e la condanna al carcere o al confino, ad ogni tipo di opposizione politica al regime.

I provvedimenti fascisti portavano alle estreme conseguenze sia le politiche di paternalismo aziendale che avevano caratterizzato tanta parte del capitalismo industriale italiano, e non solo, sia il punto di approdo di tutte quelle politiche riformistiche che avevano usato parole d’ordine “socialiste” per far sì che gli ideali sociali e politici di cui il socialismo delle origini era stato portatore si ribaltassero nel loro contrario, ovvero nel mantenimento della stabilità sociale contrapposto a qualsiasi programma rivoluzionario ed eversivo, in cambio del classico “piatto di lenticchie”.
Da quell’epoca, ma soprattutto dal secondo dopoguerra in poi, tali politiche, declinate secondo le differenti esigenze dei singoli capitalismi nazionali, assunsero la forma del welfare state e del welfare system.

Ma perché dilungarsi tanto in un excursus sulle forme del paternalismo aziendale e sulle origini del welfare state per introdurre una ricerca che, invece, costituisce uno studio sul governo della povertà e della differenziazione razziale, come quello appena edito da Mimesis nella sempre interessante collana “Cartografie Sociali”?
Ce lo spiegano, indirettamente, i due curatori in apertura dello stesso testo:

Perché proporre oggi, a dieci anni dalla sua uscita negli Stati Uniti, un’edizione italiana del volume di Soss, Fording e Schram, “Disciplinare i poveri”? In fondo, almeno a un primo sguardo, non c’è nulla di particolarmente nuovo nel riconoscere il carattere disciplinante delle politiche di contrasto alla povertà e più in generale di welfare. Tuttavia, se è vero che questo aspetto è tutt’altro che sconosciuto alle scienze sociali, lo sviluppo e l’acquisizione di uno statuto autonomo da parte dei cosiddetti poverty studies si sono paradossalmente accompagnati a una progressiva marginalizzazione di questa prospettiva, nel quadro di un processo di restringimento dello spazio discorsivo di cui proveremo a dar conto nelle pagine che seguono. Il dibattito italiano, a cui il volume si rivolge, non fa eccezione a questo trend generale. Anzi, le recenti trasformazioni nell’assetto delle politiche di contrasto alla povertà, con l’avvento delle attese (e discusse) misure nazionali di reddito minimo, sembra aver dato un ulteriore impulso ad una riflessione strettamente policy oriented, che si concentra sull’impatto e sull’efficacia dell’intervento pubblico più che metterne in discussione i presupposti (uno su tutti quello della condizionalità degli interventi) o la logica meritocratica. In questo senso, ridare energia a un dibattito sopito, seppur non del tutto assente, sulla natura disciplinante delle politiche di sostegno al reddito e di attivazione appare quanto mai opportuno. Rompere i confini dello spazio discorsivo è dunque a nostro avviso il principale contributo che il volume può, e vuole, dare al dibattito. Accendere i riflettori sul “lato oscuro” delle politiche di contrasto alla povertà, è bene chiarirlo fin dal principio, non significa predicarne tout court la nocività o auspicarne la dismissione. Piuttosto, l’intento è quello di allargarne la rappresentazione includendo quei tratti che non possono essere derubricati a meri “effetti collaterali”, ma che sono da annoverare tra i possibili, sebbene non sempre esplicitati, obiettivi di policy1.

In fin dei conti

attraverso il tempo e lo spazio, il problema di garantire l’acquiescenza di una parte della popolazione considerata sgradevole e potenzialmente pericolosa è sempre stato ben noto ai governanti, e conseguentemente messo al centro delle ricostruzioni storiche dell’evoluzione delle politiche rivolte alla povertà, a partire dal medioevo e attraverso l’analisi di passaggi cruciali come le Poor Laws2.

Ciò vale tanto per il proletariato di fabbrica, quanto per gli strati marginali e più poveri della società, territori magmatici in cui l’apparente acquiescenza ad una condizione data può nascondere una inconscia e imprevedibile capacità di rivolta e rovesciamento, anche se spesso momentaneo, dell’ordine sociale dato. Non a caso infatti il testo mette in relazione, per quanto riguarda la società statunitense, le politiche neoliberali destinate alla povertà con quelle di carattere razziale di una società in cui ancora troppo spesso le linee di demarcazione tra le classi assumono anche quelle del “colore”.

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Proprio la società schiavista, e in particolare quella statunitense dei secoli XVIII e XIX , costituisce un esempio perfetto di paternalismo, nel momento in cui il “padrone” deve prendersi cura dei suoi schiavi per impedirne sia la perdita di valore e redditività produttiva, sia la rivolta e la fuga. Due aspetti entrambi determinati da eccessi di risparmio sulla spesa di mantenimento che di violenza nei confronti dei sottoposti.

Quel paternalismo, come vedremo tra poco, ha esercitato la sua influenza fino al XX secolo e su quello attuale di stampo neoliberale, proprio attraverso un progetto di moralizzazione della vita individuale e sociale delle comunità afroamericane e/o povere che affondava le sue radici nel progetto di conversione degli schiavi alle norme della religione cristiana dei “padroni bianchi”.

Il modello di governo della povertà oggi non rappresenta la rottura netta con il passato che molti osservatori immaginano, ma al contempo è più di un semplice riciclaggio di vecchie tattiche. Per molti aspetti si pone in continuità con una lunga storia che vede in epoca contemporanea la mitigazione della povertà come meccanismo per regolare i poveri. Il sistema attuale ha fatto sue una serie di strategie di lungo corso finalizzate a promuovere il lavoro, soprattutto attraverso la riduzione e stigmatizzazione del welfare. Si tratta del nuovo capitolo di una lunga storia, fatta di campagne moralistiche per “migliorare” i poveri e, come evidenziato dal lavoro di ricerca di storiche femministe, di tentativi di regolare il genere, la famiglia e la sessualità. Al di là del carattere di novità rivendicato dai suoi proponenti, il “nuovo paternalismo” ha una sorprendente somiglianza con le precedenti forme di paternalismo, tra cui le ideologie sottese alle case popolari ottocentesche, alle agenzie di outdoor relief e ai scientific charity movement. Anche gli ambiti di intervento enfatizzati nella politica della povertà oggi – lavoro, sesso, abuso di sostanze, matrimonio, educazione dei figli etc. – fanno eco ai principali obiettivi delle precedenti crociate per elevare e normalizzare i poveri3.

Il governo della povertà, con tutte le iniziative ad esso associate continua così, pur nella diversità dei tempi e dei codici applicati, ad operare non solo come una forma di controllo sociale, ma anche come disciplinamento e regolamentazione del lavoro.

La promozione del lavoro continua a essere perseguita,, attraverso il tentativo di rendere qualsiasi sussidio meno accessibile e allettante rispetto ai peggiori posti di lavoro disponibili. Le procedure amministrative di concessione dei sussidi pubblici rimangono radicate in rituali durkheimiani che scoraggiano e stigmatizzano la fruizione del sussidio stesso, tanto che gran parte della riforma del welfare oggi può essere interpretata proprio come un classico caso di “contrazione dei sussidi”. Screditando e scoraggiando l’accesso ai sussidi, si costringono di fatto lavoratori disperati ad accettare i peggiori lavori per il più misero salario4.

La continuità con il passato emerge però anche nel progetto di inclusione civica che informa ogni forma di paternalismo, compreso quello di stampo neoliberale.

Nel corso della sua storia, il governo della povertà è stato oggetto di visioni contrastanti della civitas – chi siamo e cosa rappresentiamo, chi deve essere incluso e a quali condizioni, cosa ci meritiamo e cosa dobbiamo l’uno all’altro. Allo stesso modo, i programmi per i poveri sono stati tradizionalmente organizzati per promuovere specifiche concezioni di cittadinanza prevalenti in una distinta epoca, compresi i pregiudizi razziali, di genere e di classe che le sottendevano. Come generazioni di riformatori prima di loro, i paternalisti neoliberali hanno sostenuto che un’inclusione civica efficace può essere realizzata solo costringendo i poveri a confrontarsi con una più esigente e adeguata “definizione operativa della cittadinanza” […] A questo proposito, il paternalismo neoliberale può essere interpretato come un palese e ambizioso sforzo di rimodellare i modi in cui la gente povera pensa e si autodisciplina. Eppure, neanche questo aspetto è distintivo esclusivamente dell’epoca attuale, in quanto il governo della povertà ha sempre comportato qualcosa di più di un semplice sforzo per costringere i poveri ad adottare i comportamenti desiderati, indipendentemente dalla loro volontà. Il suo obiettivo più ambizioso, oggi come ieri, è quello di trasformare i poveri in nuovi soggetti che si governeranno da soli secondo le modalità desiderate. Il governo della povertà continua oggi a operare come “mezzo tecnico per la formazione e il rimodellamento dei comportamenti”, e rappresenta pertanto un tentativo di riconfigurare i modi in cui la gente povera sceglie liberamente di comportarsi5.

Se questa interpretazione dovesse, agli occhi di qualche lettore, apparire forzata ed eccessivamente negativa, sarebbe allora opportuno ricordare come anche in pieno New Deal, apparente “epoca d’oro” della collaborazione “positiva” tra capitale, lavoro e Stato in funzione para-riformistica, le cose non funzionassero troppo diversamente.

Il programma Aid to Families with Dependent Children (AFDC), terminato nel 1996, è iniziato con il nome di Aid to Dependent Children (ADC) nel 1935, come provvedimento minore del Social Security Act. La legge del 1935 stabilì un sistema di assistenza sociale a due livelli, differenziati in termini di utenza secondo divisioni di classe, razza e sesso, con programmi di assicurazione sociale gestiti a livello federale e programmi di assistenza pubblica per i poveri amministrati a livello statale e locale. I programmi di assicurazione sociale erano di fatto riservati alle famiglie dei lavoratori maschi bianchi, in quanto escludevano le categorie lavorative che statisticamente includevano un gran numero di donne e neri – il lavoro domestico, agricolo e nelle charities. Le famiglie povere con capofamiglia donna e gli americani non bianchi venivano di conseguenza dirottati sui programmi di assistenza pubblica. Lo status sussidiario del programma ADC rappresentava il riflesso delle gerarchie civiche prevalenti elaborate su base razziale. La legge del 1935 aveva consolidato un particolare “assetto della questione sociale”, dando la priorità civica al “capofamiglia maschio e alla famiglia dipendente dai suoi guadagni”, partendo dal presupposto che “lo stato-nazione [fosse] l’arena appropriata” di protezione sociale per questi “cittadini in piena regola”. L’esclusione dai programmi nazionali di assicurazione sociale da una parte rifletteva e dall’altra istituzionalizzava de facto la posizione civica subordinata delle donne e delle minoranze6.

Il governo della povertà è sempre stato uno strumento di assimilazione e regolazione dei gruppi emarginati, ma l’emarginazione stessa non ha una relazione statica con la razza, la classe, il genere o le altre categorie di differenziazione sociale. Le dimensioni della stratificazione sociale si intersecano per dare forma al governo della povertà in modi storicamente situati perché, in ogni epoca, operano in modo diverso per definire i termini di appartenenza alla società, posizionare i gruppi in relazione alle istituzioni sociali e sottoscrivere le nozioni prevalenti di obbligo e merito. Consideriamo, per esempio, i modi complessi in cui le costruzioni razziali si intrecciavano con la classe, il genere e la cittadinanza nelle prime fasi di sviluppo dello stato sociale americano “a due livelli” dell’assicurazione sociale e dei programmi di assistenza pubblica. Il primo passo verso la protezione sociale per gli uomini, ossia la creazione delle pensioni per i reduci della Guerra Civile alla fine del XIX secolo, avvenne in un’epoca in cui l’idea di supremazia bianca permeava la vita sociale e pubblica degli Stati Uniti. L’integrazione del soldato nell’apparato militare dello stato, marcatore centrale del contributo civico maschile, legittimò però l’estensione delle protezioni sociali oltre la linea del colore, cosicché oltre 180.000 veterani afroamericani dell’Unione vennero ritenuti idonei ai sussidi federali esattamente quanto le loro controparti bianche. Per quanto riguarda la questione di genere, il sistema di sussidi statali per le madri (Mothers’ Pension) – creato all’inizio del ventesimo secolo – rifletteva una miscela ancora più complessa di dinamiche razziali. I sussidi alle madri erano infatti il frutto dell’epoca progressista, finalizzati a ridurre il numero di bambini bianchi che venivano messi negli orfanotrofi perché le loro madri povere non potevano prendersi cura di loro. I riformatori che si batterono per la concessione di questi sussidi lo fecero attingendo a retoriche basate sull’idea di maternità repubblicana, per cui le donne erano detentrici dello specifico dovere (e diritto) civico di crescere e prendersi cura della prossima generazione di cittadini. Non sorprende che tale retorica, rispecchiando le coordinate razziali di appartenenza civica prevalenti all’epoca, immaginasse come madri della Repubblica americana le donne bianche. Il sostegno alle madri (bianche) faceva parte della battaglia contro la “morte della razza” davanti alla minaccia importata dalle crescenti file di immigrati “non bianchi”. I sussidi per le madri venivano di solito negati alle donne nere e latinoamericane, da una parte perché erano ritenute immeritevoli e dall’altra perché la loro esclusione rafforzava il prestigio del programma in quanto sostegno destinato alle “buone madri”. “I gruppi oggi considerati minoranze ricevevano solo una minima parte degli aiuti alle madri. A Los Angeles, i messicani furono esclusi dal Mothers’ Pension in base al fatto che il loro background inferiore rendeva troppo probabile la possibilità di un abuso nell’utilizzo del sussidio. A volte le minoranze erano escluse dai programmi; altre volte i programmi non venivano istituiti in località con un’ampia popolazione appartenente alle minoranze”. Sussidi come il Mothers’ Pension servirono anche per veicolare politiche razziali che enfatizzavano l’integrazione civica, promossi dai riformatori come efficace strumento per “americanizzare” le famiglie di immigrati polacchi, irlandesi, tedeschi e italiani, gruppi che all’epoca erano considerati “non bianchi” e che alla fine costituivano un numero sproporzionato di beneficiari7.

La ricerca di Soss, Fording e Schram, troppo ampia e dettagliata per essere riassunta fedelmente in sede di recensione, si rivela dunque duplicemente stimolante, non soltanto nel delineare le caratteristiche del neo-paternalismo neoliberale odierno, ma anche nel tracciare la storia dell’evoluzione sociale e politica di un pensiero e di formule di governance che sia a destra che a sinistra, in ambito repubblicano o democratico, liberal o tory, hanno sempre avuto la prioritaria funzione di privare gli strati inferiori della società di qualsiasi padronanza del proprio destino, attraverso il mantenimento di una specifica identità (nazionale, razziale, di genere e/o di classe) in nome di un superiore e ben identificabile interesse, interamente normato dalle necessità dello sviluppo del capitale nazionale e internazionale.

Estremamente documentata e ampia la ricerca è accompagnata nell’attuale edizione da un aggiornamento redatto dagli autori (intitolata Disciplinare i poveri: ieri e oggi, pp. 511-536) e da un utile glossario curato da Irene Fattacciu e Eugenio Graziano, oltre che da un’appendice di Antonella Meo (dal titolo La povertà e il suo contrasto in Italia: il disciplinamento come chiave analitica, pp. 537-569) che serve ottimamente a ricollegare il discorso condotto dagli autori americani alle azioni messe in atto nel nostro paese in termini di sostegno dei redditi fino all’attuale reddito di cittadinanza e alle pratiche di infantilizzazione degli utenti dello stesso attraverso una definizione, contenuta nel decreto attuativo del 2019 «dell’elenco delle spese ammesse e di quelle vietate con il RdC, [in cui] l’idea che gli acquisti dei poveri debbano seguire una certa morale, e che la carta elettronica trovi giustificazione nella possibilità che offre di tracciare e controllare le spese, è ancora radicata8.

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