Pd al bivio / Il campo largo che (non) guarda verso i moderati

Chiunque sia interessato al funzionamento della democrazia italiana, non può esimersi dal gettare uno sguardo verso il centro-sinistra (che ne sia tifoso o no). Normalmente, infatti, la democrazia è uno sfidarsi di centro-destra e centro-sinistra.
Il centro-destra, pur tra non poche contraddizioni, esiste. Esiste e mantiene la testa tanto nelle prove amministrative (molto significative) quanto nei sondaggi. Inoltre, il centro-destra non solo esiste, ma anche, fatto non da poco, resiste ai cambi di leadership. I per lo meno così sembra: da Berlusconi a Salvini, da Salvini alla Meloni.

In condizioni del genere, per chi speri in un miglior funzionamento della nostra democrazia la domanda più urgente è allora la seguente: il centro-sinistra esiste? Tradotto nello slang parlato dal leader della forza politica più grande di quell’area, il segretario del Pd Enrico Letta, centro-sinistra si dice “campo largo”; sicché la domanda diventa: il “campo largo” esiste?
Dubbi seri affiorano già ad una prima ricognizione. Visto che la seconda forza del “campo largo”, la prima in Parlamento, è il Movimento Cinque Stelle, quello che in questi giorni sono riusciti a dirsi Conte e Di Maio è sufficiente a chiedersi se il M5S ancora esiste. I risultati delle amministrative, i sondaggi e i conflitti politici interni fanno pensare a dei Cinque Stelle non solo drasticamente ridimensionati, ma anche radicalmente divisi. Ammesso e non concesso che del M5S esista un frammento “buono”, questo quale consistenza elettorale potrebbe mai avere? Cosa ci si potrebbe mai costruire sopra?

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Più al fondo appare una ragione di dubbi ancora maggiori. Enrico Letta da mesi, insieme a proporre il “campo largo”, chiede una legge elettorale proporzionale, addirittura ancora più proporzionale di quella attualmente in vigore. Ora, anche i bambini sanno che si chiede più proporzionale quando si ha poca fiducia nella propria coalizione. La proporzionale, infatti, rende ciascun partito ben più libero di fare dopo il voto tutt’altro rispetto a quello per cui ha chiesto il voto. Quando si chiede la proporzionale è perché già si sa che non si potrà mai governare insieme a quelli con cui all’elettore ci si presenta in coalizione. 
Come è noto, col maggioritario l’elettore è chiamato a scegliere tra ipotesi di governo (leader e programmi). Al contrario, col proporzionale l’elettore è chiamato a scegliere tra simboli, promesse, illusioni e miti. Al momento per Camera e Senato abbiamo un blando proporzionale, reso però un po’ meno dissimile ad un blando maggioritario dal taglio dei parlamentari (richiedendo il quale, per nostra fortuna, i Cinque Stelle hanno fornito l’ennesimo esempio di “eterogenesi dei fini”).
Se allora il primo sostenitore ed il potenziale leader del “campo largo” è proprio colui che chiede una legge elettorale ancora più proporzionale di quella in vigore, niente niente forse neppure lui crede al “campo largo”? Ma allora: è il caso di parlare di “campo largo” o di “campo finto”?

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Se quando si tratta di slogan ce la si può cavare a battute, non si può fare altrettanto quando si tratta di democrazia. È il Paese e la sua democrazia che hanno bisogno di un centro-sinistra che sia in condizioni di salute non troppo peggiori di quelle del centro-destra. Addirittura è lo stesso centro-destra ad averne bisogno, dato che è la presenza di competitors seri che spinge chiunque a tirar fuori il meglio di sé.
Perché il Pd non guarda alla parte più moderata del centro e del centro sinistra? Perché il Pd fa finta di non sapere che “moderata” significa, in realtà, radicale? (I moderati non promettono l’impossibile, promessa vuota e dunque non vincolante, ma promettono il possibile, promessa realistica che, proprio per questa ragione, vincola chi la fa). L’esperienza del governo Draghi mostra che sulle cose contano – dall’economia alla giustizia, alla guerra all’Europa – il Pd è lontano da Calenda, Renzi & soci molto meno di quanto non lo sia dai Cinque Stelle e dalle allegate schegge della vecchia sinistra conservatrice. Perché allora continuare con il disco rotto del “campo largo”? 
Forse perché Letta sa che dentro il Pd c’è non poco grillismo e non poco sinistrismo conservatore? Forse perché la favola del “campo largo” (come quelle dei “progressisti” e dell’“Ulivo”) non serve a governare, ma solo a tenere unito un Pd ancora dalle troppe anime?
Se le cose stessero così, per davvero il “campo largo” sarebbe solo un “campo finto”.

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