Pensioni: cosa prevedono i programmi dei partiti

Ecco cosa hanno previsto nei programmi già pubblicati i partiti in corsa per le elezioni del 25 settembre in tema di pensioni.

Ogni partito o coalizione presenterà per le elezioni di settembre un programma entro la prossima settimana. Qualcuno lo ha già annunciato e pubblicato, altri stanno affinando i dettagli in queste ore. Più o meno tutti, però, hanno già dichiarato che cosa intendono fare sotto il punto di vista delle pensioni nel caso venissero eletti.

Per quanto riguarda il Centrodestra, il punto di partenza comune è quello di innalzare il livello delle pensioni minime. Giorgia Meloni ha annunciato di voler trovare i fondi per garantire una pensione minima di 1.000 euro per 13 mensilità rivedendo (eliminando) il reddito di cittadinanza. Forza Italia si unisce alla proposta, aggiungendola all’annunciata pensione per «le mamme e le nonne» di pari valore.

La Lega da tempo spinge per una revisione pensionistica con il superamento della legge Fornero grazie all’introduzione di Quota 41, che prevede il diritto alla pensione anticipata di anzianità con 41 anni di contributi. Il partito di Matteo Salvini pensa anche a un abbassamento della pensione di vecchiaia a 63 anni (oggi prevista a 67) con almeno 20 anni di contributi, prevedendo una pensione minima di 1.000 euro per i lavoratori con carriere interamente nel regime contributivo. Il Carroccio vuole poi un trattamento pensionistico con Opzione donna strutturale, estendendo anche la possibilità del “riscatto della laurea”, ossia riscattare i contributi per gli anni di studi universitari, che andrebbero così a sommarsi a quelli necessari per raggiungere la pensione.

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Il Partito Democratico dal canto suo nel programma punta ad ampliare l’Opzione donna lanciando un «piano straordinario per l’occupazione femminile, perché gli ostacoli che le donne incontrano nella piena partecipazione alla vita economica del Paese non sono solo uno schiaffo alla dignità e alla libertà di scelte delle dirette interessate, ma impoveriscono l’Italia tutta e ne limitano le possibilità di sviluppo. Un incremento sostanziale dell’occupazione femminile è l’unica strada per affrontare con successo le due grandi sfide della bassa produttività e della sostenibilità del sistema pensionistico». Si punta poi a una maggiore flessibilità nell’accesso alle pensioni a partire dai 63 anni di età, consentendo condizioni più favorevoli a chi ha svolto lavori gravosi o usuranti, anche di cura in ambito familiare. L’obiettivo dem è anche quello di rendere strutturale l’Ape sociale.

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Sinistra Italiana e Verdi propongono la possibilità di uscire dal mondo del lavoro a 62 anni o con 41 anni di contributi alle spalle, con il riconoscimento dei periodi di disoccupazione involontaria, la maternità e il lavoro di cura non retribuito, con una pensione minima non inferiore a 100 euro.

Il M5S propone di evitare il ritorno alla legge Fornero (che, se non si interviene prima, dovrebbe tornare valida a partire dal prossimo anno), ampliando le categorie dei lavori gravosi e usuranti, attraverso meccanismi di uscita flessibile dal lavoro completando l’incremento delle pensioni di invalidità per le persone con disabilità.

Anche Luigi De Magistristis con Unione Popolare punta all’abolizione delle legge Fornero abbassando ancor più l’età pensionabile, che sarebbe fissata a 60 anni con 35 anni di contributi e un tetto massimo alle pensioni più alte che pesano maggiormente sulla spesa pensionistica. Anche UP punta alla pensione minima di 1000 euro al mese e l’introduzione di un massimo di pensione e di cumulo di trattamenti pensionistici a 5.000 euro mensili.

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