Per salvarci dal diluvio delle informazioni ci vuole il dono della sintesi

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Mai come oggi nella storia l’umanità ha avuto accesso a così tanta informazione: fonti e documenti da ogni recesso del tempo e dello spazio, disponibili in pochi secondi attraverso la rete; intere biblioteche di testi che raccolgono, glossano, ordinano, commentano altri testi che a loro volta raccolgono, glossano, ordinano, commentano l’intero scibile umano; migliaia di università che producono saperi altamente specializzati; per non parlare della gigantesca quantità di dati che accumuliamo ogni giorno – il “data deluge” quotidiano si misura in exabyte, cioè numeri a diciotto zeri, l’equivalente di centinaia di milioni di libri che vanno a rimpinguare archivi giornalistici, fotografici, aziendali, amministrativi. Già entriamo nell’era degli zettabyte e degli yottabyte, nella speranza che l’intelligenza artificiale venga a toglierci le castagne dal fuoco.

Nell’attesa, tutto questo scibile facciamo sempre più fatica a sfruttarlo: non soltanto produciamo una quantità di fonti che nessuno storico del futuro avrà mai il tempo di consultare integralmente – questo è già vero per chi studia l’Ottocento, ricordava Alessandro Barbero qualche tempo fa, e forse persino gli antichi babilonesi – ma noi stessi facciamo fatica a usare questa informazione per arrivare a un più nitida comprensione del mondo, e soprattutto per prendere delle decisioni. Mai come oggi nella storia siamo stati così confusi, così scettici, così paralizzati dall’eccesso di sapere, il cosiddetto “sovraccarico cognitivo” (information overload). Le aziende e le amministrazioni pubbliche maneggiano ingenti quantità di informazioni personali, abitudini di consumo o di dati biometrici ma riescono a impiegarne solo una minima parte – basta guardare il goffo targeting pubblicitario di Facebook. Le promesse dei big data e dello studio quantitativo dei testi continuano a non essere mantenute. In molti casi questo eccesso di sapere costituisce più un costo che un beneficio, perché dobbiamo pur sempre stoccarlo da qualche parte.

Tecnologie di filtraggio

Chi darà senso a tutta questa informazione? Nelle grandi organizzazioni, l’esperienza del campo fatica a risalire fino ai vertici decisionali: aziende e amministrazioni crescono spesso più rapidamente della loro capacità di filtrare i feedback che ricevono dall’esterno. Il mondo universitario continua a perfezionare i suoi sistemi di filtraggio ma sono rari gli studiosi che, pur avendo materiale a profusione, osano proporre delle teorie onnicomprensive. Organizzare l’informazione non è certo un problema nuovo. Se oggi esiste una vera e propria disciplina che se ne occupa, il knowledge management, da secoli l’umanità tenta di farlo con i libri e le biblioteche, strumenti per compendiare il sapere in modo accessibile. Cosa sono le opere di Erodoto e di Plinio il vecchio, a modo suo quella di Aristotele, se non dei tentativi ambiziosi di racchiudere la totalità di quello che bisogna conoscere sulla storia, sulla natura, sulla società e sull’essere umano? All’alba del Medioevo Isidoro di Siviglia raccoglieva nelle sue Etimologie tutto quello che meritava di essere traghettato dall’antichità alla nuova era cristiana: dalla grammatica alla scienza della costruzione, passando dalle lingue, dai mostri e dalla medicina. Solo dopo si iniziò a definirle “summe” (come quella teologica di Tommaso), “trésors” (come quello di Brunetto Latini), e successivamente di “enciclopedie” (come quella settecentesca di Diderot e D’Alembert). Scopo di quest’ultima era precisamente “raccogliere le conoscenze sparse sulla faccia della terra, esporne ai nostri contemporanei il sistema generale e trasmetterle ai posteri, affinché l’opera dei secoli passati non sia stata inutile per i secoli a venire; affinché i nostri nipoti, resi più istruiti, diventino nello stesso tempo più virtuosi e felici; e affinché noi non dobbiamo morire senza aver ben meritato del genere umano”.

Ma a forza di accumularsi queste summe si rendevano necessarie nuove summe di summe, e metodi per organizzare il sapere estratto da queste summe. Soprattutto quando, con l’invenzione della stampa, il loro numero iniziò a farsi incontenibile. Come gli intellettuali europei affrontarono questo problema – articolato in quattro operazioni: archiviare, classificare, selezionare e sintetizzare – lo racconta bene la storica Ann M. Blair nel suo libro Too much to know. Managing scholarly information before the Modern Age. Qui si racconta come tra il 1500 e il 1700 vennero sviluppati una serie di nuovi metodi adatti a gestire il profluvio di carta stampata che minacciava di soffocare il sapere stesso: dalle tecniche per prendere appunti in maniera efficace alle tecnologie di organizzazione bibliotecaria, passando da nuovi sistemi di compendio e indicizzazione. 

Da allora sono stati sviluppati ulteriori strumenti e oggi persino vari tool informatici che permettono, come ormai facciamo tutti, di salvare delle pagine web trai preferiti o di conservarle per una lettura successiva, o meno banalmente di catalogare i propri libri (Goodreads, Anobii) e di prendere appunti (Evernote, Zotero), mentre il mondo universitario puo fare affidamento su sistemi informatici di indicizzazione, mappatura e suggerimento. Il digitale permette di stoccare enormi quantità di libri e fare ricerche mirate nel testo, mentre tecnologie come l’inchiostro elettronico permettono di leggerli con facilità, ma rendono più difficile la consultazione e gli appunti; per compensare, alcune marche propongono dei lettori con pennino digitale, come l’ottimo Onyx Boox. Nelle grandi aziende, le tecnologie dell’informazione e i Computer Business Systems ambiscono a strutturare la circolazione della conoscenza su larga scala: ma fintanto che non riusciranno a sostituire l’essere umano perlomeno nella gestione degli imprevisti, che sono innumerevoli e quotidiani, continueremo a dipendere dai suoi tempi di lettura, dai suoi difetti di memoria, dalle sue idiosincrasie interpretative.

Il bisogno di generalizzare

In una società che ha fatto della divisione del lavoro cognitivo la regola, finendo talvolta per dimenticare come far circolare tutto il sapere che produce, tornano a essere necessarie figure in grado di ricomporre il mosaico della conoscenza: per mediare tra le innumerevoli competenze c’è bisogno di una meta-competenza, quella dei generalisti. Si pensi al successo editoriale delle grandi sintesi storiche di Yuval Noah Harari. “Perché una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è chiave per il futuro” era il sottotitolo del libro Generalisti di David Epstein, uscito per Luiss University Press nel 2020. La regola implicita della sintesi, che sia grande o piccola, è sempre la stessa: bisogna cancellare qualcosa, avere il coraggio di sottrarre informazioni, se possibile non essenziali, per far risaltare le informazioni essenziali. Così allo sforzo per accumulare e raccogliere un massimo d’informazioni fa da contraltare lo sforzo per liberarsene. Sarebbe illusorio credere che si possano cancellare queste informazioni in eccesso soltanto dopo averle consultate e ponderate, perché sono troppe: è dunque necessario affidarsi al caso o all’ideologia, che preseleziona dei percorsi interpretativi e ci orienta in una direzione proteggendoci dal sovraccarico cognitivo. In una società che ci ha educati allo spirito critico, che si è poi fatto scetticismo e da lì talvolta pure cospirazionismo, bisogna riconoscere il merito del pregiudizio, unica ancora nel mare dell’informazione. Un pregiudizio intelligente, si intende, quello prodotto dalla selezione naturale dei pregiudizi – è quello che chiamiamo cultura.
In certe fasi storiche, poi, è necessario andare oltre, come hanno fatto i primi filosofi moderni: fare tabula rasa. Confrontati al profluvio dei testi, alla complessità del metodo accademico della loro epoca, alla lunghezza dei percorsi di studio, filosofi come Descartes e Bacon hanno deciso che lo stock di sapere accumulato doveva semplicemente essere ignorato. Il “penso dunque sono” cartesiano era precisamente questo: una strategia di rifondazione del sapere da zero, unico modo per liberarsi dal peso di secoli di carta scritta e stampata che rendeva impossibile andare avanti nella comprensione del mondo. Quando l’informazione è troppa, non c’è semplicemente modo di organizzarla, né con complesse tecnologie di filtraggio né facendo affidamento a mediatori. A un certo punto bisogna accettare che non possiamo conoscere tutto, e che la decisione passa sempre e comunque da un sovrano atto d’ignoranza.

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