Perché sbaglia chi dice No alla Flat tax. L’analisi di Mingardi

Ecco tre buone ragioni per dire sì alla Flat tax secondo Andrea Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni e professore allo Iulm di Milano

 

Pubblichiamo un estratto delle risposte di Andrea Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, professore associato di Storia delle dottrine politiche all’università IULM di Milano e segretario della Mont Pelerin Society, a un’intervista del blog di Nicola Porro:

L’obiezione rivolta alla flat tax è che essa “scasserebbe” la progressività del sistema fiscale che, piaccia o meno, è nella Costituzione. In realtà, questo non è vero, perché la curvatura progressiva dovrebbe essere del sistema fiscale nel suo complesso, non di una singola imposta.

Una aliquota proporzionale dell’imposta sul reddito è perfettamente compatibile con un sistema fiscale progressivo, se c’è una no tax area. In più, la flat tax (come sapevano bene i suoi promotori storici, a partire da Milton Friedman) si combina bene con una imposta negativa sul reddito, che potrebbe essere un buon sostituto del reddito di cittadinanza introdotto dal governo giallo-verde.

È bene sempre ricordare che un’aliquota proporzionale non significa che il milionario e l’operaio “pagano uguale”: pagano la stessa percentuale di un reddito che è ben diverso, per tacere delle altre imposte. L’idea delle imposte proporzionali era che ciascuno contribuisse alla spesa in proporzione al suo reddito, ipotizzando che egli beneficiasse della spesa pubblica in misura proporzionale, grosso modo, alla sua ricchezza.

Questo perché all’epoca lo Stato offriva essenzialmente servizi di protezione (polizia e difesa nazionale) che andavano per così dire “naturalmente” tanto più a vantaggio di una persona tante più erano le sue proprietà che dovevano essere preservate da eventuali furti, eccetera. Oggi la spesa pubblica è fatta in modo un po’ diverso e tendono a beneficiarne soprattutto le classi medie.

Di flat tax si parla tanto, e spesso a sproposito. Ci sono tre ragioni per così dire contingenti a favore di una tassa piatta, delle quali credo bisognerebbe parlare di più. La prima è che il sistema fiscale italiano è frutto di una lunga sedimentazione di provvedimenti, misure, spese fiscali, bonus, aiuti, a vantaggio ora di quello ora di questo. Il risultato è un caos profondamente arbitrario, nel quale è molto raro che due persone con lo stesso reddito paghino le stesse tasse. Vince, in buona sostanza, chi meglio sa “navigare” il sistema.

È venuto il momento di mettere un po’ di ordine e l’idea di una aliquota unica “costringe” a mettere ordine. È chiaro che non basta ridurre il numero delle aliquote per semplificare ma il passaggio a una imposta flat costringerebbe a mettere mano alle spese fiscali e implicherebbe cambiamenti profondi e “organici”.

La seconda è che ormai sempre più di noi hanno lavori e carriere discontinue, coi quali pianificare il proprio futuro è difficile di per sé, ma a maggior ragione se io non so bene figurarmi quante tasse esattamente pagherò il prossimo anno.

Non solo la selva di bonus e spese fiscali mi rende complicato calcolare la mia posizione ma un minimo cambiamento dei miei proventi complessivi può “sbalzarmi” nello scaglione successivo dell’imposta sul reddito e con tutta probabilità me ne accorgerò solo a babbo morto. Con la flat tax, il primo di gennaio io so che verrò tassato, ad esempio, per il 25 per cento del mio reddito, quale che sia. Per quanti hanno carriere discontinue (a partire, molto spesso, dalle donne), è un bell’aiuto.

La terza è che l’Italia, come ci diciamo da anni, deve riguadagnare produttività ed è improbabile che ciò possa avvenire se non si riduce l’aliquota marginale, ovvero quanto il contribuente deve versare se guadagna un euro in più rispetto a quanto pagato per lo scaglione d’imposta precedente.

La flat tax è ad aliquota marginale unica, tranne per i redditi bassi, che non pagano le tasse. Quindi, potrebbe rappresentare una grossa spinta a lavorare e intraprendere di più.

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