Pesche e susine a chilometro zero costano di più di quelle che arrivano dalla Spagna: ecco il perché

La nettarina coltivata a pochi chilometri da casa, da un’azienda della Granda, quando arriva sui banchi di vendita, spesso costa di più della pesca spagnola, che per arrivare da noi ha viaggiato almeno un giorno su un camion frigo. Come è possibile?

A spiegarlo è il direttore Coldiretti di Cuneo, Fabiano Porcu: “È la dura legge del mercato: il prodotto costa meno all’utente finale, ossia a chi poi la mangia, perché il costo di produzione sostenuto dall’impresa agricola spagnola è inferiore rispetto a quello italiano. Questo è solo un esempio, visto che la situazione è identica in molti Paesi europei”.

La parola magica che permette questa concorrenza tutta a sfavore della produzione locale è “decontribuzione”, ossia la riduzione degli oneri previdenziali che gravano sul salario lordo di un lavoratore dipendente, che viene applicata per tre, quattro mesi a seconda del Paese, ad ogni lavoratore. Una vera locomotiva che traina il settore, aiuta le imprese e permette una retribuzione maggiore ai dipendenti.

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“Con questa agevolazione del governo – spiega Paolo Quaranta, imprenditore agricolo di Cuneo e presidente di zona Coldiretti – è normale che la frutta costi di meno della nostra. Inoltre la decontribuzione permette di avere più stagionali a disposizione che, essendo pagati di più, scelgono di lavorare in Spagna piuttosto che in Germania invece che venire in Italia”.

A rallentare la ripresa del settore, nonostante i numeri da capogiro e l’alta qualità della produzione cuneese, è anche la decisione di poter usare i voucher – ossia i buoni di pagamento per prestazioni occasionali svolte al di fuori di un normale contratto – in maniera più restrittiva, nonché il reddito di cittadinanza. Due misure che aumentano la difficoltà a reperire stagionali italiani e stranieri

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“Non so fino a che punto il reddito di cittadinanza incida sulla difficoltà di trovare personale – conclude Quaranta – certo è che molti imprenditori agricoli si sono sentiti proporre un contratto in nero per non perdere il sussidio. Un modo di operare impraticabile per chi, come noi, lavora in maniera corretta. Certo posso capire che avere il reddito e stare sul divano, possa essere meglio che lavorare sotto il sole”.

La difficoltà nell’utilizzare i voucher, invece, fa sì che in attesa del rinnovo di un contratto a termine, il lavoratore utilizzi il sussidio della disoccupazione invece di lavorare, visto che l’imprenditore non può più retribuire con i buoni.

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