PILLOLA DI ECONOMIA Elezioni – La grande truffa delle tasse

Quello della riduzione della pressione fiscale sta diventando uno dei temi più caldi di questa campagna elettorale, con i due schieramenti impegnati, il centrodestra, e caldeggiare l’introduzione per tutti della FLAX TAX, ed il centrosinistra a demonizzarla, argomentando che si tratterebbe di un regalo ai ricchi, oltre che essere incostituzionale perché violerebbe il principio della progressività.

Mi dispiace per i nostri Demostene, che sulla favoletta della riduzione delle tasse (voluta da tutti a parole, anche dalla gauche), evidentemente immaginano di incassare il consenso degli elettori.

Ma a parte che noi italiani siamo ormai “mitridatizzati” contro il veleno di queste bugie ricorrenti ad ogni campagna elettorale, credo sia opportuno dire le cose come stanno.

Non c’è dubbio che, così com’è strutturato, il nostro sistema fiscale sia fra i più ingiusti al mondo, e che un riordino sia ormai ineludibile, ma quello che nessuno dice mai è che quella riduzione delle tasse che viene strombazzata dei leader dei partiti è TOTALMENTE INUTILE, perché si basa su assunti che non esistono nella realtà del Paese.

Perché?

Perché, e lo scrivo in caratteri maiuscoli, L’ITALIA E’ UN PAESE IN CUI LO SPORT PIU’ PRATICATO E’ FINGERSI POVERI, ED IN CUI META’ DELLA POPOLAZIONE VIVE SULLE SPALLE DELL’ALTRA META’.

Non si tratta di teorie, bensì di dati che si ricavano dalle dichiarazioni dei redditi.

Bene, questi dati dicono (fonte Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali) che il 57% degli italiani, vale a dire circa 14.535.000 famiglie su un totale censito dall’ Istat di 25,7 milioni, vive in media con meno di 10.000 euro lordi l’anno.

Non soffermandoci in troppi dettagli, comunque disponibili e ben documentati, le prime 3 classi di reddito, pari a 34,1 milioni di abitanti (poco più del 57% della popolazione), pagano 14,7 miliardi di IRPEF, pari all’8,35% del totale d’imposta.

E’ evidente che tutto il resto dell’imposta grava sulle spalle di quei “nababbi” che dichiarano guadagni annuali superiori ai 35.000 euro, che rappresentano solo il 13,22%, cioè 5,5 milioni, meno del 10% della popolazione, ma pagano il 58,86% di tutta l’IRPEF, e non godono di alcuna agevolazione, bonus, sconti, redditi di cittadinanza ecc. perché hanno il mitico Isee troppo alto.

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Sommando anche i redditi da 29.000 a 35mila euro risulta che il 71,5% di tutta l’IRPEF è a carico del solo 21% dei contribuenti.

I dichiaranti redditi lordi sopra i 100mila euro (in Italia si parla sempre di lordo, il netto di 100mila euro è pari a circa di 52 mila euro netti) sono solo l’1,21%, pari a circa 501.840 contribuenti, che tuttavia versano il 19,56% (19,80 nel 2018) dell’IRPEF.

Al di là dell’imperante narrazione “pauperistica” cara alla sinistra, che ha fatto delle disuguaglianze un mantra su cui non è lecito discutere e dubitare, poiché è difficile immaginare che gli abitanti di un Paese membro del G7 vivano con redditi analoghi a quelli di un Paese del nord Africa, si può pensare o no che ci sia qualcosa che non torna?

Perché è vero che ci sono le code alla Caritas, ma è altrettanto vero che in questi giorni nelle località di mare e montagna c’è il tutto esaurito, che gli italiani hanno investito nel 2019 oltre 125 miliardi di euro tra gioco regolare e irregolare, cioè più della spesa sanitaria totale, che nel Paese circolano più di 52milioni di automobili, che nelle Banche ci sono depositi per un importo superiore al Pil, che siamo al primo posto in Europa per prime e seconde case, automobili, telefonia, abbonamenti a pay-tv, e si potrebbe continuare.

Non male per un Paese di poveri!

Ecco perché parlare di riduzione delle tasse è addirittura ridicolo.

Ridicolo e inutile perché il 60% della popolazione non paga già praticamente nulla, pur a fronte di servizi quali la sanità, la scuola, la gran parte dei servizi degli enti locali (dopo che Berlusconi ha eliminato l’Imu), l’acqua e così via, praticamente GRATUITI.
Per di più le proposte su cui si stanno accapigliando i due schieramenti sono fumose, e probabilmente nascondono una ignoranza di fondo in materia fiscale dei nostri Demostene.
Non si può spacciare per flat tax, come fa Salvini, il trattamento di favore introdotto della legge di Bilancio 2019, che è andato ad esclusivo vantaggio del lavoro autonomo-indipendente. Un vero e proprio favor fiscale riservato agli autonomi (che fuoriescono dal regime IRPEF) a scapito del lavoro subordinato-dipendente (che, invece, ci resta dentro in pieno). E i numeri parlano chiaro. A parità di reddito intorno ai 64.000 euro, un lavoratore subordinato anche con due figli a carico sborsa circa 10.000 euro in più di imposte rispetto al professionista indipendente con partita IVA in regime forfettario.

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No, una flat tax seria non è una modifica “marginale” del sistema tributario, e neppure alla sola Irpef, ma contrario, richiede che il sistema stesso venga ripensato completamente per garantire, in presenza di una aliquota unica, il necessario equilibrio fra tutte le sue componenti.

In altre parole una flat tax ben disegnata non tollera trattamenti di favore, esenzioni o bonus di qualunque tipo, perché, per definizione e per costrutto, deve essere una tassa piatta, uguale per tutti, che trova giustificazione proprio nella volontà di non trattare diversamente i redditi delle persone, indipendentemente dalla loro origine (per fare qualche esempio, no alla tassazione sui titoli di Stato al 12,50%, o alla cedolare secca del 10% sugli affitti, no alla deducibilità delle spese mediche).
Ecco perché quella che ci viene spacciata in questi giorni come una riforma fiscale è al momento una patacca, vero specchietto per allodole in chiave elettorale.
Una classe politica seria dovrebbe sì pensare ad adeguare il sistema fiscale vecchio di 50anni alle esigenze attuali, ma partendo da un’operazione verità.
Che vuol dire riconoscere che in questo Paese siamo di fronte ad un’evasione di massa, che prima di parlare di Flat tax bisogna mettere tutti gli italiani sullo stesso piano, quindi combattendo veramente l’ evasione e l’elusione anche con il contrasto di interessi, che è necessario creare l’Anagrafe Generale dell’Assistenza verificando annualmente le richieste di pensioni e di sussidi, che si deve dare vita ad una vera spending review che vada anche a ridurre l’attuale giungla di agevolazioni e detrazioni fiscali degno di una Repubblica delle banane, e soprattutto chiudere con le “paci fiscali”, che sono un premio a chi evade ed uno schiaffo a chi paga.
E anche smetterla una volta per tutte di considerare l’Isee come uno strumento atto a tutelare i poveri, perché Lor Signori sanno bene che non è così, che l’Isee non marca il confine fra ricchezza e povertà, bensì consente a chi si sottrae volutamente agli obblighi fiscali di avere una “patente di legalità” per continuare ad usufruire di servizi pubblici gratuiti, ma pagati dagli altri italiani, quelli che le tasse le pagano davvero.
Ma per fare tutto questo bisognerebbe dire agli italiani che siamo un popolo che da decenni vive al di sopra delle proprie possibilità, e quindi abbandonare ogni demagogia.
Non succederà, perché per i nostri Demostene è più comodo continuare a mentire, continuare a promettere cali di imposte che alla prova dei fatti o sono impossibili da realizzare per una questione di costi, o si risolvono in mancette per qualche categoria, contribuendo così ad accentuarle le disuguaglianze.
Quello che mi fa arrabbiare in tutto questo è che Lor Signori non ci considerano cittadini adulti degni di sapere come stanno veramente le cose, bensì degli analfabeti, dei creduloni impenitenti, forse degli asini patentati, pronti a votare qualsiasi Pifferaio magico.
Umberto Baldo

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