Più che un programma, una photo opportunity. Calenda e le sue ‘quattro donne 4’

In teoria, doveva ‘solo’ presentare il suo programma elettorale, il Terzo Polo (Azione-Iv). La quale presentazione, peraltro, c’è pure stata e, del programma, vi parleremo anche, più avanti, per quello che contano, i ‘programmi’, in una campagna elettorale in cui coalizioni, leader e partiti politici si giocano, tutti, l’osso del collo.

L’importanza delle photo opportunity

Ma dato che – nella politica attuale – oltre i social anche le photo opportunity dicono tutto e di più (altro che i ‘programmi’…) quella di ieri, scattata nella sala Nassyria al Senato della Repubblica, dice tantissimo. In mezzo, ovviamente, c’è lui, il ‘leader’, Carlo Calenda, in giacca e cravatta ‘old style’ e poi tutte e solo donne, ben quattro. Presenti, ‘maschietti’, solo uno, Luigi Marattin. Presidente della commissione Finanze della Camera, ‘mente’ economica di Iv, nonché molto ascoltato a palazzo Chigi, come pure estensore del programma testé sfornato da Calenda, è in completo già ‘ministeriale’, si auto-sfotte dicendo di rappresentare la “quota azzurra”, ma sarà, di certo, capolista bloccato nel suo Veneto.

Le donne di Calenda

Poi, appunto, solo donne, e ben quattro. Le due ministre, entrambe ex di Forza Italia, Mara Carfagna (Sud e Coesione, in total black), forte in Campania, e Mariastella Gelmini (Autonomie regionali, in ‘rosa’ shock), forte in Lombardia. Le quali, però, definirle ‘calendiane’ è un po’ troppo. Sono, di loro, ‘autonome’ e pensano molto per sé. Avranno, non a caso, posti da capolista bloccati in più listini proporzionali, così almeno ‘passa la paura’ di un’improvvida mancata elezione che, con l’aria che tira, sarebbe sempre possibile. 

Poi, c’è la ministra di Iv, Elena Bonetti (alla Famiglia, toscana, cattolica, in total white), che verrà candidata in Toscana, sempre come capolista, e che porterà in dote molti voti del mondo cattolico. La Bonetti viene dagli scout dell’Agesci e gode di ottimi rapporti sia dentro il Vaticano che con i vari ‘movimenti’ cattolici e, da buona cattolica apostolica romana, essendo dotato di spirito ‘cristiano’, quindi ‘pacifico’, assicurache con le altre “abbiamo fatto asse, siamo amiche”. Il che è un po’ falso, ma vabbé.

La Boschi c’è

E, infine, last but not least, la capogruppo, sempre di Iv, alla Camera, Maria Elena Boschi (aretina, bellissima come sempre, pure lei di ‘bianco vestita’), la quale di voti suoi ne ha pochi, ma è uno dei ‘volti’ di Renzi da sempre (che, nel Pd, nel 2018, la impose in Trentino Alto-Adige) e che verrà, a sua volta, pluri-candidata nei listini, dalla sua Toscana in su perché, insomma, non è proprio il caso che MEB finisca tra i ‘non’ eletti.

Renzi grande assente

Morale, nella ‘partita’, quella interna, ma pure quella esterna, finisce 2 a 1 per Iv ‘contro’ Azione, con due ‘esterni’ come ali tornanti (le due ex di FI) che, però, ‘tornano’ a conto proprio. Grande assente è Renzi, ma l’ha fatto apposta, impegnato in tutt’altro, e cioè a ‘fare’ le liste… 

In compenso, né alla conferenza stampa né, tantomeno, in foto, è presente il leader di Iv, Matteo Renzi. Il quale – toscanaccio fumantino e furbo quanto Calenda è romanaccio e ‘ingenuo’ – ha pensato bene sia di ‘lasciare’ il proscenio a Calenda sia di occuparsi di ben altro. Cioè le liste elettorali. Un difficilissimo gioco a incastro per tutti e, a maggior ragione, per un partito che – al netto delle ‘spacconate’ calendiane (“valiamo già oggi l’8% e puntiamo al 10%!) – veleggia, negli attuali sondaggi (gli ultimi sono quelli di Demopolis e di Enzo Risso) intorno al 5,1-5.3%. Altro che il 10% che i centristi si attribuiscono.

Difficile comporre le liste 

Ergo, comporre le liste – il che, nel Terzo Polo, si sta facendo, e con un segreto impenetrabile e certosino, proprio in questi giorni e pure ore (dovrebbero essere pronte, in teoria, già domani) – non è un ‘gioco’ né facile né semplice. Si dice, infatti, che – al netto delle quote già prestabilite (un salomonico 50% ad Azione e 50% Iv, che si farà carico, però, anche di alcuni ‘nanetti’ interni: la Lista civica di Federico Pizzarotti, forte solo a Parma e dintorni, e soprattutto i Moderati di Giacomo Portas, forte in Piemonte e altrove, il quale ha definitivamente ‘rotto’ con il Pd) – Iv abbia già messo in campo, sui territori, dei veri e propri procacciatori di voti che – dalla Toscana alla Campania, da Veneto a Lombardia, cioè le regioni dove sono attesi i risultati migliori – porterebbero ‘acqua’ solo ai candidati renziani.

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In ogni caso, si vedrà solo quando le liste dei ‘terzopolisti’ usciranno in via definitiva, quanti (e dove) sono stati collocati i ‘renziani’ e quanti, invece, saranno (e dove e come) i ‘calendiani’.

 Chi rischia l’addio

Certo, alcune teste di lista – al netto delle tre ministre, dei due capogruppo di Iv (Boschi e pure Faraone, al Senato, che sarà capolista in Sicilia) – sono già state decretate: l’inventore dell’attuale (complicatissima, ma non certo incostituzionale) legge elettorale, il Rosatellum, Ettore Rosato (Friuli Venezia-Giulia, la sua terra, e altrove), ma soprattutto l’uomo che, per Iv, le liste le fa lui, il tesoriere di Iv, Francesco Bonifazi, sodale e amico di lunga data del ‘fiorentino fumantino’ (Renzi), ma pochissimi altri, ce la faranno, in Iv. Al netto di Marattin, di Raffaella Paita (Liguria), entrambi presidenti di commissione uscente, infatti, Renzi candida solo oscuri portatori di voti, ‘abbandona’ tre quarti della truppa parlamentare. Rischiano, per dire, anche pezzi da novanta come Gennaro Migliore (Campania), Ivan Scalfarotto (Puglia, attuale sottosegretario agli Interni), mentre ha pensato bene di restare dove sta, cioè in Europa, Sandro Gozi, fondatore del gruppo ‘Renew Eu’ dove, da un po’, è confluito Calenda.

Problemi anche per Azione

Non che, dentro Azione, si sentano molto meglio. Tranne il braccio ‘sinistro’ di Calenda, l’ex dem Matteo Richetti (Emilia), il suo braccio ‘destro’, Enrico Costa (Piemonte), il ‘delegato’ alle liste, Andrea Mazziotti (Lazio), e pochissimi altri. Osvaldo Napoli, in Piemonte, Andrea Cangini in Marche ed Emilia-Romagna, Barbara Masini (Lombardia), Paolo Russo (‘uomo’ d’ordine della Carfagna in Campania), Daniela Ruffino. Insomma, i posti a disposizione sono assai pochi. Dentro Iv stimano, con il 6-8% – “e prenderlo sarebbe già un miracolo” – ammettono che “se portiamo a casa 20/25 deputati e 5/7 senatori sarebbe un successo”… Come si vede, pochini. Senza dire dell’(obbligatoria) alternanza di genere (60/40% prevede la legge che Rosato scrisse…), per molti di questi ‘teste di lista’ si rischia: a) l’overbooking (troppi candidati per pochi posti); b) l’effetto flipper, insito nella legge elettorale, se non arrivi a circa il 10% dei voti. In pratica, vuol dire che a stento sai che eleggi parlamentari, ma senza certezza di sapere ‘chi’ eleggi e ‘dove’, fino, addirittura, al giorno seguente le elezioni… E, di questi pochi ‘eletti’ (in tutti i sensi) di Az-Iv il rischio, concreto, che ne risultino di più per Iv e di meno, al netto delle ex ministre, per Azione, c’è tutto. Del resto, quando si tratta di procurarsi truppe parlamentari di ‘fedelissimi’, Renzi – a differenza di Letta – non è secondo a nessuno, come dimostrano le truppe portate in Parlamento nel Pd, grazie a cui ci ha fatto ben due scissioni ed è riuscito a far cadere un governo (Conte II) e a farne nascere, dal nulla, un altro (Draghi I)… 

Calenda dixit su Renzi e pure su Draghi: “Il nostro metodo è per tosti, non mollaccioni”…

Ma, questi, sono e restano problemi del ‘domani’, nel senso tecnico, però, della giornata di ‘oggi’.

Tornando, invece, alla giornata di ieri, a Calenda, sempre a lui, tocca specificare, rispetto al ‘grande assente’ (Renzi) di cui tutti gli chiedono, che “Oggi non c’è, ma non è tattica, faremo una grande iniziativa assieme a Milano”, a settembre. Sul rapporto tra di loro, imbeccato dai cronisti, lo definisce “molto difficile a partire dal Conte II”. 

Anche a Palazzo Chigi (nel governo Renzi, ndr.) “non c’è stato un giorno in cui non abbiamo litigato”, confessa, ma riconosce in Renzi “grande generosità per aver fatto un passo di lato” e in quel legame fatto di ripetuti scontri vede, addirittura, il metodo di lavoro utile: “una roba tosta, non la retorica dei mollacchioni”.

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Detto che, per Calenda, “il premier migliore che ci possa essere è Draghi” e che “l’obiettivo è semplice: andare avanti con l’agenda Draghi”, il programma è quello, già emerso, in questi giorni: si va dal nucleare all’elezione diretta del premier, sotto le ‘mentite spoglie’ del “sindaco d’Italia”, dal taglio del reddito di cittadinanza all’abolizione dell’appello per le sentenze di assoluzione, dalle politiche familiari ai rigassificatori e inceneritori, che hanno portato alla rottura con il Pd&co. 

Il ‘nemico’, però, più che la Meloni, è il Pd… 

Un tasto che ha ancora i suoi strascichi e su cui Calenda continua a battere, in prospettiva futura. “Il Pd tornerà 5 minuti dopo le elezioni dai 5S, basta leggere le dichiarazioni di Orlando, Bettini, Boccia” (e, su questo, come dargli torto?), anche se ‘salva’, tra le candidature dem “persone come Cottarelli, Bonino e Bentivogli”, cioè alcuni dei fiori all’occhiello, ‘esterni’, del Pd: “per loro le porte continuano a essere aperte”.

Certo, prima di entrare nel merito, Calenda dà un ‘suggerimento’ a Giorgia Meloni: “Il problema non è il fascismo, ma è che i leader Ue non le stringeranno la mano. Sul fascismo abbia il coraggio di chiudere per sempre, a partire dalla Fiamma nel simbolo che indica dichiaratamente il post fascismo di Fratelli d’Italia”. Comunque, il polo di Azione-Italia Viva ne ha per tutti: per la destra e per la sinistra, coalizione eterogenea e contraddittoria che Calenda appunto ha abbandonato dopo l’accordo con Enrico Letta. Calenda che, una buona parola per tutti, dice: “I leader che hanno fatto cadere il premier sono vicini a Putin”. Cioè, non solo Conte, pure Letta?

Il dopo elezioni di Calenda

Mentre, invece, per il post elezioni, Calenda pensa in grande, cioè a un partito popolare, liberale, riformista di cui il passaggio del 25 settembre rappresenta “solo il primo passo”. 

Roma 1, ‘Carlo’ sfida ‘Emma’, faida interna tra ex sodali, più, lui e Renzi, 5 listini blindati 

Lui, intanto, ‘Carletto’, ripropone la sfida della scorsa estate e si candiderà, stavolta per un posto in Parlamento, nella Capitale, collegio Roma 1, dove sfiderà la sua ex sodale, Emma Bonino. Lo scontro si preannuncia già ora al fulmicotone. Sempre che, anche lì, non vinca il centrodestra, ma in ogni caso, per una sana dote di prudenza, Calenda sarà capolista fino a tutti e 5 i listini proporzionali bloccati, come prescrive la legge. Idem con patate per Renzi, il quale ha annunciato che correrà a Milano, ma si candiderà anche nel proporzionale nella sua Toscana e in Campania, la stessa regione dove sarà candidata Carfagna.

Per mandare la palla in rete, occorre però un buon risultato elettorale, possibilmente a due cifre e, ad oggi, pare orizzonte assai lontano al 3 Polo. La scommessa Calenda la spiega così: “La partita è sul proporzionale al Senato e possiamo vincerla, come abbiamo fatto a Roma. Vogliamo andare avanti con Draghi in una larga coalizione”. Ipotesi che, però, si potrebbe concretizzare ‘solo’ se Palazzo Madama, con i suoi 200 senatori eletti su base regionale, avrà il centrodestra in bilico. L’altra premessa, illustrata da Bonetti, è che Azione-Iv recluteranno persone che sanno cosa fare e come farlo. Insomma, competenti. “Basta con i Toninelli, i Bonafede e i Di Maio”, chiosa Calenda, sempre ‘equo’ nei giudizi…

Il programma del Terzo polo

Il ‘programma’ (già noto) dei ‘terzopolisti’: Pnrr, famiglie, rigassificatori, garantismo e, già che c’è, Renzi rilancia il “sindaco d’Italia” 

D’altronde le cose da fare nel Paese sono molte, moltissime, è Calenda stesso a dirlo e con lui i suoi compagni di viaggio. Parlano tutti, ognuno per il proprio campo di competenza e disegnano l’Italia che hanno in mente. C’è la ministra per la Famiglia e le Pari Opportunità Elena Bonetti, spinge forte sulla realizzazione del Family Act, azzoppato, secondo lei, dallo “scempio fatto dai 5s”. L’obiettivo per le politiche familiari è “non dare sussidi temporanei ma fare degli investimenti, duraturi”, come quello di “levare tutti i costi della maternità per le imprese”. 

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C’è Mariastella Gelmini che rilancia l’idea, già anticipata – e ‘bruciata’, ieri, da Matteo Renzi, del Sindaco d’Italia, per superare “la problematica che è la governabilità e la durata scarsa dei governi” (in pratica, è un semi-presidenzialismo, pur sotto mentite spoglie, sarà contento il Cav.). 

L’altra ministra fuoriuscita da Forza Italia, Mara Carfagna, poi, da titolare del dicastero per il Sud, richiama la sensibilità degli abitanti del Mezzogiorno: “devono essere consapevoli del rischio che corrono se dovessero vincere gli opposti populismi di destra e di sinistra”.

E, infine, ovviamente, c’è ‘lei’, Maria Elena Boschi, che segna netta la posizione dell’alleanza in materia di giustizia: “per noi garantismo e giustizialismo non sono due facce della stessa medaglia, il giustizialismo è un’aberrazione”.

I 20 punti

Un dossier, il programma, snocciolato in 20 punti. Volendone citare i principali, eccoli. “Sul Pnrr attenzione, chi lo vuole riscrivere, lo affossa: l’Europa chiede di condurre in porto riforme e progetti. Le tasse sono da diminuire: “Chi vuole tasse di successione o patrimoniali non ha capito quanto sia provato il Paese da due anni di pandemia e dall’inflazione”. Marattin illustra perché no alla Flat Tax, bandiera leghista, e come ammodernare le altre imposte. Reddito di cittadinanza da riformare radicalmente. Una mensilità in più detassata. Sì al salario minimo a 9 euro. Quota 41, “di cui tanto parla Salvini, significherebbe un capitombolo per i conti dello Stato con una spesa di 63 miliardi. Irrealizzabile”. Per l’ambiente la ricetta è il nucleare di ultima generazione. Per l’immigrazione indispensabile il “presidio dei confini”, ma anche puntare sull’integrazione e sullo ius scholae. Sul riequilibrio tra Nord e Sud è Carfagna a spiegare cosa il governo Draghi aveva finalmente avviato, che si può sintetizzare in infrastrutture per il Sud, lo stesso numero di asili nodo a Giugliano come a Monza. Ed è la Gelmini a raccontare che tanto insistere da parte del centrodestra (“Una destra destra con poco centro”) su autonomia e federalismo fiscale, nasconde un fatto: un progetto che stava per decollare e invece c’è stata “l’ignominia” della caduta del governo Draghi. Sulle riforme. No al presidenzialismo, ma piuttosto il presidente del Consiglio eletto direttamente, una sorta di “sindaco d’Italia”, cioè la riforma costituzionale su cui Renzi si incaponì, portò il Paese al referendum e, poi, lo perse, perdendo, in stereofonia, il governo e pure il Pd… 

Pacchetto giustizia. Boschi vuol l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione; la revisione della prescrizione perché c’è stata una mediazione al ribasso nella maggioranza di unità nazionale; giustizia celere; separazione delle carriere, custodia cautelare come eccezione e non regola. 

Il ‘garantismo’ è, oggettivamente, una ‘storica’ battaglia di Renzi e dei suoi (Boschi e non solo), quasi quanto lo è sempre stata per Lega e FI. Quanto lo sia pure per Azione è tutto da vedere. 

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