Preludio ad una più ampia riflessione sulla disfatta afgana e le sue conseguenze

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di Sandro Moiso

[Quelli che vengono qui riproposti, come contributo ad una necessaria riflessione sul “caos” afgano, sono due scritti, riunificati ad hoc ma destinati originariamente ad uso interno di un ristretto numero di compagni provenienti dalla comune esperienza nell’ambito della Sinistra Comunista, prodotti a caldo, immediatamente dopo gli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004. Quegli attentati consistettero in una serie di attacchi terroristici di matrice islamica sferrati nella capitale spagnola a diversi treni locali, che provocarono 192 morti e 2057 feriti. A seguito di questi il governo di Luis Rodriguez Zapatero, poi insediatosi nella primavera di quello stesso anno, avrebbe decretato il ritiro delle truppe spagnole dal quadrante iracheno.
L’articolo che segue risulta dunque dall’unione dei due testi appena citati, intitolati rispettivamente “Ciò che non si può dire” e “Ancora su ciò che non può essere detto”, con alcuni necessari tagli e minime variazioni oltre all’aggiunta di due note di aggiornamento. Pur riferendosi a fatti correlati alla guerra irachena è parso utile sottoporli all’attenzione dei lettori di Carmilla, anche ad anni di distanza, per riportare l’attenzione sull’autentica trasformazione antropologica e politico-culturale intervenuta in Occidente nella percezione degli avvenimenti bellici e dei conflitti sociali successivamente all’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. S.M.]

Di fronte ai fatti più recenti occorre dire l’indicibile, uscire dagli schemi, guardare alla storia futura.
Le immagini tragiche delle vittime, lavoratori e studenti, devono farci riflettere, così come quelle delle manifestazioni contro la violenza e il terrorismo, il cui significato reale potrà essere soltanto quello della difesa e del mantenimento dello status quo mondiale basato sulla supremazia dell’Occidente sul resto del mondo.

Il disordine regna oggi a Madrid e, forse, domani regnerà in Europa1.
Tutti chiedono ordine e democrazia. Indistintamente. Il solco è stato scavato. La strada senza ritorno imboccata.
Non solo, come sarebbe facile pensare, da coloro che hanno colpito le stazioni di Madrid, bensì dallo stesso proletariato europeo ed occidentale più in generale.

Il proletariato o lotta o non è diceva Marx. Oggi non solo non è, non solo spera di ricavare dalla repressione degli altri popoli un proprio miserabile vantaggio, ma è soprattutto vittima del proprio essere imbelle, della assoluta mancanza della propria coscienza di sé, dell’esser venuto meno qui, in Europa, a quelli che, forse un po’ troppo retoricamente, un tempo si ritenevano i suoi compiti storici. Per questo, come le immagini tragiche dei treni carichi di pendolari dimostrano, sarà come al solito il soggetto sociale destinato a pagare il prezzo più pesante della guerra che s’è iniziata e che non ha saputo contrastare. Pagherà di più in termini di vite umane, di crisi economica, di tagli a qualsiasi tipo di libertà d’espressione, opinione, di azione sindacale.

In compenso parteciperà incosciente e gioioso alla nuova Union Sacrée, senza contare che nel disastro infinito che ci attende sarà sempre più facile colpire un treno, un supermercato, un cinema che non la sede di una multinazionale o una base militare.
Ad ogni colpo in compenso si sentirà più offeso dai desperados della terra e più vicino ai suoi reali aguzzini. Ma tant’è, anche la plebe di Roma cadde sotto le spade dei barbari invasori ancora rimpiangendo il pane e il circo che gli venivano offerti dagli imperatori.

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E da quando la nobiltà
Iniziò il servilismo ad amare
Iniziò la nobiltà
Con i servi a degenerare

Parafrasando i “Carmina Burana” si potrebbe dire che “da quando il proletariato / iniziò il capitalismo ad amare / iniziò il proletariato / con il capitale a degenerare”.
Quando si afferma, però, che il proletariato occidentale è degenerato non si intende parlare di un processo irreversibile, from here to eternity, ma solamente ed opportunamente segnalare l’enorme distanza che separa ormai una buona parte dei lavoratori salariati non solo dalle teoria rivoluzionaria, ma anche da un modello di riferimento antimperialistico ed anti-capitalistico.

Tale distanza, prevalentemente di carattere culturale più ancor che politico, è dovuta ad una miriade di fattori che sono da individuare in una serie di apparenti garanzie che il capitale sembra aver concesso ai più; alle speranze di gioia e ricchezza che questo ha saputo alimentare anche al di fuori delle promesse riformistiche; alle illusioni basate sulla proprietà privata e sulle sue magnifiche sorti e progressive, che sono state instillate in quella che dovrebbe essere la classe nemica, un tempo per antonomasia, attraverso ogni strumento e mezzo di propaganda politica e mediatica.

Certo ciò che ha funzionato di più è stato quello di aver garantito ai più la panza piena e la capa coperta, apparentemente anche alle generazioni future. Che poi si sappia che le cose non stanno esattamente così, non vuol dire che sia facilmente comprensibile dalla maggioranza dei lavoratori e dei giovani occidentali. Gli ultimi trent’anni non sono passati in maniera indolore. Le idee socialdemocratiche e la propaganda del sempre pimpante (quando si tratta di cantare le proprie lodi) capitale hanno lasciato il segno.

E’ questo un fenomeno né raro né sconosciuto: basti pensare allo sciovinismo e al conservatorismo della classe operaia americana bianca nei contesto della guerra del Vietnam. Solo che ora tale fenomeno, grazie ad un trend economico che tra scosse e riprese ha tenuto fino ad oggi lo spettro della fame lontano dalle porte della maggioranza delle famiglie, coinvolge i lavoratori di tutti i paesi più ricchi (USA, Europa Occidentale, Giappone).
Tra ferie, TV, casetta di proprietà e welfare la classe s’è ulteriormente abbruttita, ma senza percepire più quella spinta che dal dramma o dalla festa può derivare: il dramma è lontano ed è festa tutti i giorni (soprattutto in TV).

Ora alcune cose stanno sicuramente cambiando, un’era di guerra e di crisi si è aperta, ma tutto ciò è percepito ancora come un pericolo che deriva dall’esterno della compagine nazionale ed istituzionale.
Non vi è comprensione per i moti degli altri popoli, se non come timore del pericolo rappresentato dalle loro migrazioni o dal loro terrorismo.
Non vi è più contestazione dei governi esistenti che non passi attraverso la prassi democratico-parlamentare o la denuncia del mal funzionamento delle istituzioni e dei governi.

La protesta è troppo spesso forcaiola, dettata da esigenze egoistiche, per di più accecata dal timore di perdere qualche privilegio o diritto, fosse pure quello di schiacciare la maggioranza dell’umanità altra pur di mantenere macchinetta, casetta, partitella, biciclettata salutista e lavoretto.
La scomparsa di un comune linguaggio di riferimento (magari anche solo vagamente classista), di prospettive anche parzialmente collettive, di idee di redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta, che non si basino soltanto sulla beneficenza e sulla solidarietà di stampo cattolico, e di qualsiasi riferimento alla possibilità, anche remota, di sostituire questo modo di produzione con un altro ha fatto sì che la situazione abbia subito un processo di reale imbarbarimento.

La violenza permea la vita della maggioranza delle famiglie, trasuda nei comportamenti sociali, nei rapporti tra individui e trionfa in quelli tra istituzioni e cittadini2, ma è vietato parlarne in termini politici: tutti sono diventati pacifisti e non violenti.
La sinistra democratica e quella sedicente antagonistica fanno poi a gara nel rimuovere il discorso sulla violenza, nel denunciarlo come il peggiore degli obbrobri, relegandolo tutt’al più ad un passato mitizzato, mistificato e neutralizzato (più o meno lontano: la resistenza, gli anni settanta) come un’icona da esporre durante la settimana santa.
In compenso i valori borghesi della tranquillità, della sicurezza, dell’ordine diventano autentici imperativi categorici.

Le stesse manifestazioni contro la guerra, lo stesso voto (di protesta?) spagnolo degli ultimi giorni avvengono non in difesa del diritto degli altri popoli di giungere ad una propria autodeterminazione nazionale né, tanto meno, per affermare che l’unico nemico che si ha è quello che ogni proletariato ha in casa propria, bensì piuttosto che la guerra e il disordine tocchino anche noi, ledano il nostro diritto alla vita e al benessere. Si protesta non per le sofferenze degli altri, ma soltanto per salvare i nostri ragazzi, a scuola o in divisa.

Tutto ciò pesa come un macigno non sui rivoluzionari, che di fatto non possono nemmeno accampare il diritto ad esistere, ma sulla possibilità di una ripresa classista delle lotte a carattere sindacale e/o internazionale. Non del tutto e per sempre, ma certo per un lungo periodo che solo un tracollo violento della potenza dominante potrebbe abbreviare.

Anche questo però senza reali certezze di sviluppo delle tematiche classiste nel seno del proletariato internazionale, poiché se da un lato quello occidentale si è allontanato da temi che dovrebbero essergli più cari ancora del proprio essere (Marx e Engels dicevano a proposito del proletariato inglese e della questione irlandese che un proletariato che non sa difendere i diritti degli altri popoli non sa e non può difendere neanche sé stesso) e quindi non sa più in qualunque modo appoggiare e consigliare i fratelli d’altro colore, dall’altro i proletari dei paesi oppressi, i dannati della terra, i contadini dei paesi in via di sviluppo o ancora soggiogati dall’imperialismo, non trovando sostegno e risposte nel seno delle metropoli, hanno rivolto la loro fede e le loro speranze verso altre bandiere e altre modalità organizzative.

Per questo si può dire che un proletariato (quello occidentale) che non riesce più a percepire la propria alterità rispetto al capitale è condannato a divenire vittime di sé stesso.
Di fronte ai dannati della terra i proletari occidentali non sono più altro che cittadini occidentali cui viene riconosciuto il diritto di morire come nemici tout-court.
E’ evidente l’imbarbarimento che tutto ciò provoca, la regressione politica a livello nazionale ed internazionale che ne è contemporaneamente causa e conseguenza, e non basteranno poche frasi fatte o slogan a superare questo stallo storico.

Quando tempo addietro si insisteva sulla necessità di intervenire nei movimenti post-Seattle, lo si faceva nella speranza che uno spiraglio si fosse aperto e che permettesse un minimo di propaganda antimperialista, ma Genova ha schiantato tutto: ha separato il grano dalla pula, i buoni dai cattivi. Da un lato oggi abbiamo i teorici del commercio equo e solidale o i vari forum passerella per leaderini e dall’altro una nebulosa variegata di giovani enragés che pencolano tra la galassia dei centri sociali antagonisti, spesso ancora troppo lontani tra di loro a causa di divisioni causate da frattaglie ideologiche che sarebbe bene superare, e l’iniziativa individuale votata alla disfatta.
Motivo per cui non esiste più un mare comune in cui sperare di nuotare, ma soltanto una palude piuttosto inquinata e asfittica.

Un pericolo che si rischia, infine, di correre è quello di scambiare la difesa delle posizioni di rendita acquisite da alcuni settori delle classi medie come obiettivo (libertà e diritti individuali) di lotte passibili di conseguenze interessanti. Ma non è ancora giunto il momento della rovina delle mezze classi di cui si parlava in altri testi3 e così si rischierebbe soltanto di contaminare il ben poco che rimane (in termine di significato delle lotte) con richieste giustizialiste e piccolo borghesi spacciate come rivendicazioni di un’ancora inesistente conflitto sociale allargato.

(Lettere ai compagni, primavera 2004)

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