Punk’s not dead, Punk’s Female

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Punk’s not dead“. Questo il famoso motto della scena musicale nata a metà degli anni ’60. Fino ad oggi, il genere sembrerebbe essersi limitato ad essere roba da uomini ed ormai estinto, ma è realmente così? Non direi: “Punk’s not dead, Punk’s female“! Quel famoso slogan generazionale andrebbe rinnovato così.

Il punk: un mondo di uomini

Il punk rock nasce verso la metà degli anni ’60 nelle scene musicali di Detroit e New York, quando gruppi come The Stooges e Los Saicos cominciano a sviluppare uno stile che si allontana dal rock classico finora conosciuto, dedicandosi ad un’espressività basata principalmente su un forte impatto sonoro.

La genesi di questo genere è lunga e complessa, dato che è sopravvissuto senza mai risultare vecchio e polveroso fino ai primi anni ’90, venendo continuamente rinfrescato. Ne oltrepasserò la storia per soffermarmi su un discorso e su alcune caratteristiche di stampo prettamente sociologico.

Nel corso della grandiosità di questo genere vi sono stati gruppi e figure di maggiore spicco rispetto ad altri, ricordati come leggende da chiunque; mi riferisco, ad esempio, ai Sex Pistols, i Clash, i Ramones e ai loro rispettivi frontmen, tanto per citare alcuni nomi.

Generalmente, quando parliamo di punk, l’immaginario collettivo figura ragazzi con i capelli dai colori fluo e gli abiti strappati, simbolo di una ribellione tipica del punk di stampo britannico, nato negli anni ’70. Il punk fu un fenomeno di rilevanza incredibile, tant’è che influenzò e modificò anche il pensiero e lo stile di vita dei giovani dell’epoca, non fu qualcosa di limitato alla musica, e questo è importante ricordarlo sempre. Si trattò di un movimento che, in maniera a volte difficilmente definibile, si tinse anche di politicizzato: questa caratteristica è rintracciabile spesso anche nei testi musicali delle loro canzoni.

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Johnny Rotten cantava con rabbia di ribellione, il disprezzo per una società perbenista e ben impostata, i malesseri comuni dei giovani di quella generazione, la disobbedienza nei confronti di un’autorità non riconosciuta.

Questi i principali temi del genere.

In questo contesto, dunque, sorge spontanea una domanda: ma le donne dove sono?

Ovviamente, le donne erano presenti all’interno di questo mondo, così come riportato da numerosissime testimonianze fotografiche.

Il punto fondamentale su cui riflettere però è un altro: queste donne rappresentate dai ricordi, svolgono sempre e soltanto una funzione marginale, quasi di compagnia. La donna del punk è una groupie, un accessorio dell’uomo; l’esempio più memorabile è Nancy Spungen, compagna del celebre bassista dei Pistols, Sid Vicious.

Punk’s not dead, Punk’s Female!

Erroneamente da quello che la maggior parte del pubblico è indotta a credere, il punk non è stato un genere musicale che ha visto protagonisti unicamente gli uomini. Anzi, il punk è stato un fenomeno anche al femminile, e non soltanto attraverso le mitiche figure delle groupies.

Una delle principali madri del punk fu Patti Smith, in particolare, con il suo album “Horses”, risalente al 1975. Anticipò di molto alcuni dei suoi colleghi di sesso opposto, componendo musica forte e ruvida.

Altre personalità di spicco furono Debbie Harry, vocalist della band Blondie, e Siouxsie Sioux, voce dei Siouxsie and the Banshee.

Anche da parte nostra ci fu un contributo alla scena punk femminile: dal 1979 al 1981, a Milano, si venne a formare un gruppo tutto femminile, le Kandeggina Gang, la cui notorietà si deve a quella della sua vocalist, un’adolescente Jo Squillo, il cui obiettivo, all’epoca, era picchiare duro e con noia sugli strumenti e cantare la propria disobbedienza verso il passato.

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Ma la vera carica femminile del punk arriva negli anni Novanta, quando comincia il movimento delle Riot Grrrl: se fino a quel momento, il punk aveva parlato di attacco nei confronti dei poteri forti, con i gruppi di questo sottogenere, gli argomenti diventano più specifici. Cantando, ci si ritrovava ad assumere posizioni contro il predominio maschile, il sessismo, gli abusi domestici e lo stupro, si cantava di femminismo, potere alle donne e lesbismo. Le band erano categoricamente a formazione femminile e spesso si scontravano con le major discografiche, fondando la loro carriera sull’autoproduzione, possibilitata grazie alla loro etichetta discografica “Do It Yourself”. Una delle maggiori protagoniste di questo movimento fu Joan Jett, fondatrice delle “Runaways”, ma le vere esponenti delle Riot Grrrl sono le “Bikini Kill”: nel 1991, fu pubblicato un manifesto dalla loro fanzine che, in alcuni punti citava:

“Perché noi odiamo il capitalismo in tutte le sue forme e vediamo il nostro obiettivo principale nella condivisione di informazioni e nel restare in vita, invece di fare profitti. Perché siamo arrabbiate in una società che ci dice Donna = Stupida, Donna = Negativa, Donna = Debole”.

All’interno del movimento si predicava il sostegno reciproco, utile a sopravvivere all’interno della società sessista e a promuovere l’autoaffermazione femminile all’interno dell’industria musicale.

La rivincita delle Nancy Spungen

Dal movimento delle Riot Grrrl si sono generate numerosissime riviste autoprodotte, chiamate fanzine.

Questi movimenti arrivarono anche in Italia, preceduti dalle già citate Kandeggina Gang, e rappresentati dalle Raf Punk, dalle Antigenesi, dalle Squeezers e dalle Funky Lips

Nel 2012, a Mosca, durante una celebrazione religiosa, sono emerse le Pussy Riot, che in quel caso misero in atto una performance non autorizzata contro Putin, e per questo motivo, arrestate con l’accusa di teppismo e istigazione all’odio religioso. Le Pussy Riot sono un misterioso collettivo punk rock russo che agisce sotto anonimato, conosciuto per lo più per le manifestazioni del proprio attivismo, ad esempio contro la situazione femminile in Russia, piuttosto che per la loro musica. Al di là della loro carriera artistica, i loro gesti sono dei veri e propri anti-establishment, non must del punk femminile, che hanno riscontrato l’appoggio e il supporto della scena mondiale.

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Insomma, incredibile pensare concretamente come queste Signore del punk, da personaggi marginali che erano, abbiano preso il dominio della scena, a differenza dei loro compagni, siano rimaste a far sentire la propria voce fino ad oggi, mantenendo il loro status da protagoniste sia nel contesto punk musicale, quanto quello punk-attivista.

Una vera rivincita per tutte le Nancy Spungen private della loro voce.

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L’articolo Punk’s not dead, Punk’s Female proviene da Metropolitan Magazine.

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