Qualche Cassandra afferma che Draghi rischia il 21 giugno in Parlamento…

PIERCARLO BARALE – Possiamo parafrasare la classica canzone di fine estate – “Verrà, lo so, verrà la fine di agosto e poi, per me, sarà la fine di tutto” – con riferimento al 21 giugno, giorno dell’approvazione o meno della linea annunciata da Draghi da parte del Parlamento, circa le modalità da seguire nella guerra ucraina. Il desiderio – non troppo dissimulato – di Salvini e Conte di far fare a Draghi la fine della canzone resterà soltanto pio. Non hanno il coraggio di staccare il filo al governo, di mandare a casa l’odiato Draghi, sopportato e subito, ma indispensabile per il Paese. I voti di cui dispongono in Parlamento sono ora enormemente inferiori al consenso rilevato. I grillini praticamente sono scomparsi, come confermano le votazioni di ogni tipo susseguitesi dopo la loro affermazione quasi plebiscitaria, sì da essere – ancor ora – la prima forza politica. Salvini ha inanellato figuracce, improvvide decisioni, per finire con la telenovela del viaggio in Russia, le cui spese sono state anticipate dall’ambasciata di tale Paese a Roma. Lo avrebbe probabilmente defenestrato dal partito personale che guida come cosa propria, l’avventura russa. Avrebbe fatto seguito a quella polacca, finita con lanci di frutta e verdura al suo indirizzo.

I sondaggi sempre più raffinati e veritieri alla prova dei fatti attestano il declino dei due partiti populisti governativi e l’incapacità di Conte e Salvini di guidare il Paese. il primo è venuto dal nulla, chiamato da Grillo, padre padrone del movimento-partito. Il secondo si è affermato come ineguagliabile venditore di tessere, degno di assunzione per un incarico al Folletto, leader nel convincimento delle casalinghe. Ambedue hanno dato, nel governo che li ha visti uniti, il meglio di sé. Se ne sono viste le conseguenze sotto il profilo economico e della considerazione internazionale, giunta ai minimi. Draghi – visto come un marziano al governo – ha accettato di guidare la nazione in un momento molto delicato, aggravato dalla guerra in Ucraina. Non è stato votato – non ha attaccato manifesti in gioventù – ma ha accettato la chiamata del Presidente Mattarella, nella verificata incapacità della classe politica di prendersi cura dello Stato: in primo luogo, della salute degli italiani, vittime del Covid e dell’economia.

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È stata vittoria: sofferta, difficoltata dai novax, costellata da intolleranze com’è avvenuto a Trieste, dove i portuali chiedevano di gestire in primis la lotta al virus per l’intero Stato. Dall’alto delle loro gru, specializzati a movimentare merci, riempire e svuotare navi, si erano fatti virologi, epidemiologi, direttori sanitari. Ridicoli – se non patetici – i loro ultimatum al governo. Se non ci fossero state di mezzo le migliaia di morti, avrebbero meritato un numero speciale di Paperino dedicato alla loro impresa. Abbiamo ritenuto liquidato il virus, allentando controlli, abbandonando mascherine. Ma il virus continua con le varianti Omicron, miete vittime, provoca malattie e tanti contagiati, anche se reduci da precedenti attacchi e ritenuti finora immunizzati. A fine estate si prevede una ripresa della pandemia anche per la mancata ultimazione del ciclo vaccinale da parte di molti anziani e non solo. A nostra consolazione, si può dire che è stata vantaggiosa la sparizione dei tanti esperti più o meno titolati e poco concordi dalle trasmissioni televisive, dai media e dalla carta stampata. Speriamo di non più rivederli.

Qualche Cassandra afferma che Draghi rischia, il 21 giugno in Parlamento. Molti ritengono che a Draghi non importi essere messo in minoranza e affrontare la crisi di governo. Si andrà ad elezioni anticipate, con zuffe giornaliere tra partiti, partitini, cespugli e politicanti autonomi. Vi sarà la riduzione dei parlamentari ed il ritorno alla vita lavorativa o al reddito di cittadinanza di gran parte degli attuali parlamentari, che dovranno dire addio ai quindici mila euro mensili e benefici vari. Sfoltito il parco buoi, si vedrà cosa diranno i cittadini che andranno a votare: sempre meno e meno interessati. Qualche leader lascerà la poltrona e magari proverà a dirigere una propria attività commerciale o farà tesoro delle amicizie, magari vendendo vino pregiato delle proprie vigne, oppure andrà in tour nel mondo. Per indottrinare di politica ed economia qualche autocrate danaroso. Così fanno spesso famosi calciatori a fine carriera europea: Canada, Stati Uniti, Arabia Saudita e sempre più la Cina sono il prepensionamento dorato che li attende.

Salvini e Conte vorrebbero indurre Draghi a modificare la linea tenuta con l’Europa, la Nato, gli Stati Uniti e la stessa Ucraina. Invio di armi: stop. Forse non ne avranno il coraggio – ricordiamo Don Abbondio – e tengono famiglie e partito. A tale nuova linea pare siano spinti dai rispettivi elettorati. La maggioranza degli italiani – secondo i sondaggi attuali – da filoucraina, vicina ai patrioti che difendono la nazione, la famiglia e i loro beni, pare diventata più attenta al condizionatore ed al prossimo termosifone, al rincaro della spesa, ai carburanti alle stelle, proprio ora che si viaggerà nelle località turistiche. Nelle due guerre mondiali abbiamo cambiato alleanze dopo qualche tempo, ovviamente senza preavviso. Attribuiamo questi comportamenti universalmente censurati all’incapacità dei governanti. Ora, dopo cento giorni di guerra, pare un po’ presto diventare putiniani o quanto meno neutrali. “Gli ucraini si arrangino, noi non c’entriamo nulla. La guerra è lontano da casa nostra e dobbiamo risolvere i tanti problemi che proprio la guerra ha portato da noi”.

Non si percepisce più che l’Ucraina è stata invasa dalla Russia senza alcuna ragione, contando su una supremazia militare e la dissuasione alla difesa con la minaccia atomica ben evidenziata. Non c’è colpa dell’Ucraina, come taluno sostiene, e non è la Nato, che secondo il Papa ha troppo abbaiato ai confini russi, ad aver provocato l’invasione. Tale ipotesi è contestata dalle stesse frequenti affermazioni di Putin, che, a suo dire, vuole solo riprendersi ciò che era suo, riportare la Russia a Pietro il Grande e al muro di Berlino del 1960. Potrebbe quindi toccare anche a noi, se la marcia di Putin procedesse, fino a recuperare i cosiddetti stati satelliti invasi e gestiti dopo il 1945 fino al 1989. Allora l’Urss si sfasciò rovinosamente ed un bel colpo per tale evento venne inferto da Papa Woytila, che fu di fatto il liberatore della sua Polonia. Venne giù il castello di carte staliniano ed il comunismo imposto a parte dell’Europa si squagliò, dopo controrivoluzioni, genocidi e la mattanza staliniana. La nostra partitocrazia, da quando si è sciolta la Dc ed è morto Berlinguer, è apparsa incapace di gestire lo Stato. L’uccisione di Moro ha impedito l’accordo tra i principali partiti. Abbiamo così galleggiato, tra America e Russia, ingombranti ombre.

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Dall’avvento di Berlusconi, che ancor oggi influenza la politica nazionale e per un pelo non è diventato presidente della Repubblica, non si sono fatti che debiti, vicini ai 3000 miliardi, che nessuno mai pagherà, ma i cui interessi ci opprimono e bloccano in ogni iniziativa economica. Abbiamo avuto Monti ed ora Draghi, non politici, che ci hanno aiutati a sopravvivere ed ottenere rispetto in sede europea ed internazionale. Dai sondaggi pare che la Destra vincerà le prossime elezioni politiche. In tal caso Meloni sarà al posto di Draghi. Pare intenzionata a distanziarsi dalle camicie nere, dai saluti romani, dagli assalitori della sede del maggior sindacato italiano. Peccato urli e sbraiti come un’ossessa, sia in patria che fuori, con un tono che non si addice ad un politico di valore indicato per Palazzo Chigi. Magari l’ottimo Guido Crosetto potrebbe invitarla ad una opportuna moderazione dei toni e dei contenuti nella dialettica comiziale. Potrà infatti essere la dopo Draghi, se la Destra vincerà le elezioni del 2023 o anticipate. Il Pd contava sui Pentastellati, scomparsi nei sondaggi e divisi all’interno.

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Se vincerà la linea Draghi, il governo continuerà fino alla scadenza naturale della legislatura. Se invece cadrà, toglierà il disturbo e non avrà bisogno di aiuti per un fine carriera come i calciatori. Egli è attualmente tra gli statisti ed economisti più stimati in Europa e non solo. Saremmo noi a perdere una guida capace, slegata dai partiti e disinteressata. L’eventuale caduta di tale leader segnerebbe una sorta di cupio dissolvi della comunità nazionale e confermerebbe il noto adagio latino: nemo profeta in patria sua. 

Piercarlo Barale

(Foto tratta dal sito del governo)

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