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Il Made in Italy torna a casa: quanto vale il «reshoring» di industria e manifattura

«Siamo in una guerra mondiale, combattuta con le armi su un terreno limitato, ma che coinvolge tutto il mondo per quanto riguarda l’economia e la finanza». Gianluca Garbi, fondatore e ceo di Banca Sistema, non ha dubbi che gli effetti di quello che sta accadendo tra Russia e Ucraina siano destinati a cambiare gli assetti economici e geopolitici mondiali. «In un’economia di guerra – spiega – è logico che gli equilibri cambino e, in questo caso specifico, li cambierà per sempre».
Quale sarà il nuovo assetto economico?

«Quando finirà il conflitto non ci potrà più essere la stessa relazione con la Russia e sarà difficile anche ripristinare le stesse relazioni con la Cina. Credo sia inevitabile una divisione del mondo in due blocchi, da un lato l’Occidente e dall’altro gli altri Paesi più o meno omogenei. Due grossi blocchi che avranno sviluppi non più globali e questo avrà effetti diversi, perché i sistemi economici e industriali non saranno più interscambiabili ma isolati».

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È la fine della globalizzazione?
«Certamente non sarà più come prima ma se è vero che tornare indietro dalla globalizzazione impoverisce tutti da un punto di vista umano, da quello economico non ne sono convinto. Dobbiamo tenere conto che per l’Italia la globalizzazione si è tradotta soprattutto in un aumento delle esportazioni e nel trasferimento all’estero di intere catene produttive. Questo ci ha impoverito, perché parte della nostra industria ha perso competitività ed è scomparsa, per favorire una parte del mondo che è diventata più competitiva, come la Cina. Si sono globalizzate le catene di valore della produzione creando di fatto una situazione in cui ovunque nel mondo c’era disponibilità delle stesse cose, dalle auto, al cibo, all’elettronica e questo è un fatto irreversibile. Ma immagino che se in futuro i componenti dell’Phone non arriveranno più dall’Asia, gli iPhone ci saranno comunque, mentre dall’altra parte del mondo produrranno altri tipi di smartphone. Penso alle auto, in Occidente potrebbero accelerare sulle auto elettriche mentre in Russia e Cina avranno ancora il motore termico, con tutto ciò che ne consegue per la filiera. Questo vale per molti comparti industriali».

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Quali saranno i cambiamenti più evidenti?
«Mi attendo un reshoring delle attività che venivano svolte all’estero. Ci sarà una reindustrializzazione dell’Occidente, la cui economia si è spostata sempre di più sui servizi, che continueranno ad esserci e questo è un vantaggio. L’altra cosa che mi aspetto è un riequilibrio dei pesi geopolitici perché se dopo le guerre mondiali i paesi democratici dell’occidente rappresentavano come numero circa il 75% della popolazione mondiale, adesso siamo la meta e da qui al 2050 saremo 1/3. Quindi l’impostazione occidentale basata sulla democrazia e sulla gestione dello stato sociale diventerà minoritaria e prevarranno quei modelli non necessariamente democratici. Un altro elemento di frattura».

Non è una bella prospettiva…
«È vero solo in parte, perché i libri di storia insegnano che quando si è in un’economia di guerra si possono porre le basi per una rapida crescita postbellica. Una delle caratteristiche delle economie di guerra è che portano necessariamente a ristrutturare i sistemi industriali come stiamo già vedendo: l’industria della produzione energetica sta cambiando, così la difesa che sta accelerando sulla cybersecurity, la filiera alimentare si sta ristrutturando perché mancano materie prime. Il risvolto positivo, sempre guardando alla storia, è che i paesi coinvolti escono dai conflitti con un’economia più forte come abbiamo visto dopo le guerre mondiali con gli Stati Uniti, il Giappone o il Vietnam» .

Per l’Italia ci saranno più rischi o opportunità?
«Penso che l’Italia possa avere più opportunità per il semplice motivo che la nostra economia si basava sull’industria e molta di questa industria è stata è devoluta e in parte distribuita nel mondo. Il reshoring dovrebbe portare a un rilancio dell’economia. Ma credo sia necessaria anche una riflessione sull’organizzazione del lavoro: se la nostra industria vuole essere davvero competitiva e produttiva deve essere sempre operativa, per cui alcune conquiste sociali, come la flessibilità del lavoro, possono comportare un costo elevato. Non ci dimentichiamo che già prima della globalizzazione avevamo iniziato a delocalizzare le fabbriche verso l’Est Europa e questo fenomeno potrebbe ripetersi se il nostro Paese non sarà davvero attrattivo».

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E i rischi?
«Tutti gli sforzi che stiamo facendo possono creare ricchezza e l’Italia potrà uscirne rafforzata, ma bisognerà vedere quante imprese resisteranno, nel senso che oggi le difficoltà legate al costo dell’energia e alla reperibilità delle materie prime pongono serie incognite».

Dall’osservatorio di Banca Sistema vede già imprese che non ce la faranno?
«Oggi è difficile capire quali sono le aziende sane e quelle dove la situazione è compromessa. Il tema della riconversione è fondamentale, perché molte aziende che fino a qualche anno fa erano molto solide con il passare del tempo, prima per il Covid e ora per la guerra, lo sono molto meno. Questo non è ancora pienamente percepito perché esistono norme che non fanno emergere il problema: se concedi a un’azienda di non fare ammortamenti risolvi nell’immediato un problema di conto economico ma quando si dovranno sostituire i beni strumentali il costo sarà enorme. I governi hanno messo in atto interventi come le moratorie, le dilazioni sulle bollette, le garanzie Sace, che sono corrette ma bisogna essere consapevoli che si è solo rinviato il problema. La durata della guerra sarà la cartina di Tornasole: più tempo durerà più sarà difficile mettere in campo aiuti per far sopravvivere le aziende».

Il Pnrr quale contributo può dare?
«Il Pnrr è un grandissimo strumento di politica industriale che mette dei paletti chiari allo sviluppo definendo delle date certe e le priorità dei progetti, indicando l’ammontare degli investimenti necessari. Da questo punto di vista per un Paese come il nostro, non abituato a una dottrina di controllo, è un grande strumento. Devo ammettere tuttavia che è anche un po’ sopravvalutato dal punto di vista finanziario perché mentre altri Paesi europei hanno accettato la componente di finanziamenti a fondo perduto e non il debito aggiuntivo, noi abbiamo preso entrambe con la componente maggiore di debito. Che è debito pubblico aggiuntivo che va utilizzato bene. Oggi, per esempio, abbiamo già contratto un debito senza aver fatto investimenti. Ma il debito va comunque visto in relazione alla crescita del Pil, alla capacità di allocare le risorse in investimenti produttivi. Se faremo investimenti che ci fanno crescere possiamo uscire da questa economia di guerra più forti».

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