Quarta dose per i paesi ricchi. Ai poveri neanche la prima

Se si considerano gli allarmi lanciati dagli scienziati, dall’Organizzazione mondiale della sanità, dalle agenzie europee, allora la conclusione è una: i governi dei paesi ricchi vanno consapevolmente in direzione contraria a quella suggerita dalla scienza e compromettono così la salute globale. Mentre Israele programma persino la quarta dose, e molti paesi europei, oltre agli Stati Uniti, predispongono la terza iniezione per fasce sempre più ampie della loro popolazione, nei paesi a basso reddito hanno completato il ciclo vaccinale solo sei persone su mille. In Africa meno di tre persone su cento. Nelle nazioni ad alto reddito, in Europa e Usa, una su due. La scelta di fare un richiamo nei paesi a buon punto piuttosto che garantire dosi al sud globale non è contraria solo a un principio di equità, ma è un azzardo dal punto di vista scientifico. Lo hanno ribadito a livello globale l’Organizzazione mondiale della sanità (Who), e in Europa il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc): prima di pensare a dosi ulteriori nei paesi ricchi, bisogna dare le prime dosi nei paesi poveri, dove neppure i più fragili sono vaccinati. Se non lo si fa, le conseguenze sono per tutti, perché nel frattempo in un sud globale senza protezioni possono svilupparsi varianti. Ma i paesi industrializzati, mentre pensano per sé all’ennesima dose, intanto non sbloccano i brevetti dei vaccini per gli altri.

Il risultato è che anche ieri al G20 dei ministri della Salute a Roma è stata siglata l’ennesima dichiarazione che invoca «accesso globale ed equo ai vaccini», ma intanto la deroga sui brevetti, opzione che garantirebbe in un anno la produzione di otto miliardi di dosi mRna in più (il calcolo è di Public Citizen e Imperial College), resta arenata nelle sedi istituzionali.

Cosa dice la scienza

Proprio ieri, l’Agenzia europea del farmaco (Ema), dando seguito alla richiesta di Pfizer-BioNtech, ha avviato la sua procedura di valutazione di una “dose booster“, il richiamo, «da inoculare sei mesi dopo la seconda dose nelle persone dai 16 anni in su». Mentre avviava la pratica, l’agenzia ha anche ribadito la sua posizione: «Ema non ritiene necessario né urgente un richiamo nella popolazione generale». Perché? La priorità, dice l’agenzia, «va data a vaccinare chi ancora non lo è». Del resto nell’Ue stessa, le disuguaglianze non mancano: in paesi come la Bulgaria solo il 17 per cento è pienamente vaccinato. Ema si basa anche su un report tecnico prodotto dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), che dice: «Stando alle evidenze scientifiche, i vaccini già proteggono molto da ospedalizzazione, malattia grave e morte, il che suggerisce che non c’è alcun bisogno urgente di booster per chi ha avuto entrambe le dosi». L’Ecdc invita anche a considerare «i rischi», di una terza iniezione, «che includono implicazioni di salute pubblica, come l’impatto sulla disponibilità di vaccini su scala globale: se si considera la difficoltà di tanti paesi di vaccinare la popolazione, bisogna anche mettere in conto che il booster potrebbe inasprire questa situazione».

Chi fa il richiamo in Europa

Nonostante Ema debba ancora fare la sua valutazione sul booster, e abbia pure espresso considerazioni contrarie a un suo uso generalizzato, la lista di paesi europei che già raccomandano la terza dose è sempre più lunga. I più prudenti la prevedono per categorie fragili, gli oltranzisti per tutti, ma la tendenza generale è partire con gruppi specifici in vista di un’estensione generalizzata. Il Belgio considera chi ha deficienze del sistema immunitario, malati di tumori e leucemie, chi ha subìto trapianti… Linea simile per Slovenia, Lituania, Lussemburgo. Per l’Italia, il ministro della Salute ha annunciato ieri che «la terza dose ci sarà, partiremo già da settembre con pazienti fragili come gli oncologici o i trapiantati. Poi valuteremo di proseguire con gli ultraottantenni, ospiti delle Rsa e personale sanitario, le prime categorie che hanno ricevuto il vaccino». A inizio settembre, 200mila francesi tra immunodepressi, ad alto rischio, e ultraottantenni, si sono messi in coda per la terza iniezione. Ma nelle prossime settimane il piano è estenderla anche agli ultrasessantenni, e da sabato si comincia con gli ospiti delle case di riposo, fino a coprire 18 milioni di persone. Si comincia coi più fragili, ma in vista di una estensione graduale. Budapest ha già deciso che chi ha più di 18 anni e ha ricevuto la seconda dose da più di quattro mesi può chiedere il booster. Berlino a settembre ha cominciato non solo dai fragili, ma pure con chi aveva ricevuto vaccini non mRna. A Vienna basta essere maggiorenni e far parte del personale sanitario, di cura o dell’istruzione per rientrare tra i papabili. L’Ema distingue invece chiaramente tra chi ha un sistema immunitario compromesso, chi è fragile, e chi no. Come spiega bene l’Ecdc, «può essere considerata già ora una dose addizionale per chi ha avuto scarsa risposta immunitaria alle precedenti, come chi è immunocompromesso, ma bisogna distinguere tra chi ha un sistema immunitario debole e non ha reagito adeguatamente alle altre dosi, e l’uso di un richiamo per gli altri».

Quarta dose e scenari

Israele intanto si attrezza già per la quarta dose. Da agosto somministra la terza, e ha esteso gradualmente il target fino ai dodicenni.

Se fosse per l’amministrazione Biden, dal 20 settembre tutti gli americani vaccinati da più di otto mesi potrebbero richiedere la terza dose; anche se questa scelta, così generalizzata, sta creando malumori tra gli scienziati, perché quantomeno prematura. Anche Food & drug administration e Centers for disease control and prevention invitano il presidente a rallentare. Da settimane, inascoltato, il direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità chiede ai paesi ricchi di fermarsi con il richiamo e invoca una «moratoria sui booster»: quelle dosi, fa notare, servono anzitutto a chi non ne ha avuta neanche una.

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