Quei bacini bloccati da ambientalisti e burocrazia che potrebbero risolvere la crisi idrica

I bacini idrici e gli invasi delle grandi dighe utilizzati tanto per l’industria dell’idroelettrico quanto per la gestione dei depositi d’emergenza sono oggi al centro di una grande partita economica e ambientale. L’Italia è nella morsa della siccità e della crisi idrica e si trova di fronte al rischio di vedere il mix tossico tra ambientalismo ideologico, burocrazia e sprechi rallentare la marcia verso una gestione efficiente delle risorse anche in campo idrico.

La sfida è chiara: aumentare i depositi che conservino l’acqua nella stagione più piovosa per rilasciarla nella stagione irrigua e evitare contrapposizione tra agricoltura, attività idroelettrica, produzione industriale. Come ricorda La Nazione, “Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia” ricorda “quanto sia importante avere riserve d’acqua soprattutto per irrigare i campi e far funzionare le aziende che, rispettivamente, utilizzano il 47 e il 28% delle risorse idriche. Risorse, avverte Stefano Mariani, ricercatore Ispra, in costante riduzione. E anche se fossimo virtuosi e mettessimo in atto l’agenda per salvare il Paese dall’effetto serra, nel 2100 la quantità si ridurrà del 10%. E del 40% in caso contrario”.

L’Italia si trova di fronte alla necessità di potenziare il sistema idrico per rispondere con forza alla sfida posto da cambiamenti climatici e situazioni emergenziali, ma al contempo anche in questo ambito le fragilità strutturali del sistema-Paese, oberato da problemi di carenza idrica, sprechi e dissesto idrogeologico prevalgono. Anbi, l’associazione nazionale per la gestione dei bacini idrici, nel 2017 ha pubblicato il report “Manutenzione Italia: azioni per l’Italia sicura” sottolineando che nella Penisola c’erano allora opere incomplete tra dighe, impianti di irrigazione, adduttori capaci complessivamente di garantire il trattenimento dell’11% dell’acqua piovana caduta sull’Italia unitamente alla capacità garantita dalla manutenzione ordinaria. Anbi allora sottolineava che la spesa per queste opere era pari a 537 milioni di euro. Ebbene, oggi le opere sarebbero addirittura 35, per le quali lo Stato ha speso finora 650 milioni di euro e che necessiterebbero di 775-800 milioni per essere entrare a pieno regime. ed uscire dall’imbarazzante categoria degli “sprechi”. Ventisei di queste opere si trovano in cinque regioni: Calabria, Campania (sette opere), Lazio, Sicilia e Puglia (quattro in tutte e tre le regioni).

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I motivi degli stop sono tra i più eterogenei. In primo luogo ci sono le opere bloccate dalle politiche ambientaliste di vario tipo: in Val d’Enza, nelle terre del Parmigiano Reggiano, un progetto è fermo dal 1988 per la colonizzazione dell’area da parte delle lontre, ma questa è forse la questione ecologicamente più sostenibile; a Rimini gli ambientalisti contestano le proposte di Romagna Acque per gli invasi appenninici; in Lazio è prossima ad aprirsi la battaglia sul futuro delle operazioni nel fiume Sacco. In Piemonte invece il biellese è stato investito da profonde proteste degli ambientalisti contro la Diga di Valsessera, ritenuta fondamentale per l’irrigazione delle risaie, già bloccata duramente tra il 2014 e il 2017 da un contenzioso locale e dal 2021 teatro di battaglia per il proposito di ampliamento di un bacino vitale per l’economia locale

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Ma la partita più grave è quella degli sprechi. Opere cantierate, avviate, ma inspiegabilmente messe da parte in un contesto in cui potrebbero risultare decisive nella lotta alla siccità. Come scrive Casa e Clima,si va dalla calabrese diga sul Melito (costata finora 90 milioni, ma completata solo al 10%; cantiere sospeso con migliaia di posti di lavoro persi) alla siciliana diga di Pietrarossa (realizzata al 95%, basterebbero 60 milioni di euro per completare l’opera, dando acqua a 11.000 ettari, che oggi soffrono la siccità) fino al sistema irriguo dell’Alento, nel campano Cilento (spesi finora 34 milioni di euro, ma mancano le condutture per irrigare 1.600 ettari di territorio)”. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) mira a correggere in parte queste storture: ad esempio, 18 milioni contribuiranno a gestire in maniera più efficace le dighe dell’Alto Polesine e nell’Appennino Toscano sono previsti investimenti per 57 milioni di euro in opere non completate o in manutenzione.

La sfida non è più demandabile: ne va della sostenibilità a trecentosessanta gradi del sistema-Paese. Per ovviare al problema Anbi ha presentato 729 progetti per opere di manutenzione straordinaria sulla rete idraulica italiana e indica che potrebbero complessivamente investimenti per 4,3 miliardi con oltre 21.000 unità lavorative da impiegare. Soprattutto, la sfida dei bacini può rendere l’ecosistema italiano più efficace e operativo in casi di crisi come quello attuale. Gli ambientalisti non capiscono spesso che un numero maggiore di dighe e bacini può contribuire a aumentare la quantità d’acqua a disposizione conciliando tutela economica e sostenibilità ambientale, dato che oggigiorno sottrarre acqua all’idroelettrico aumenta la quota di combustibili fossili nella generazione elettrica. Il combinato disposto con gli sprechi crea un mix potenzialmente devastante. A cui il sistema-Paese non ha da tempo capito come prendere le misure: per gli anni a venire il rischio di continuare a rincorrere queste emergenze, con gravi danni per economia e ambiente, può continuamente consolidarsi.

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