Reddito di Cittadinanza, in galera i beneficiari che lavorano in nero: la svolta di luglio 2022

Non sono poche le testimonianze di ristoratori che raccontano di aver fatto colloqui a dei candidati che chiedevano di poter lavorare in nero per non perdere il Reddito di Cittadinanza. Ma con la sentenza n. 25306 dello scorso 4 luglio emessa dalla Cassazione le cose cambieranno (per scaricarla clicca qui, il servizio è a pagamento).

Perché da ora, il percettore del Reddito di Cittadinanza che omette di dichiarare altri redditi derivanti da attività lavorativa rischia il carcere. Tutto nasce da un ricorso portato in Cassazione da un uomo condannato in appello a oltre un anno di reclusione per omessa comunicazione all’Inps dello svolgimento di attività lavorativa retribuita, anche se irregolare. 

Ricorso respinto e pena confermata. Soprattutto, considerando come fosse inverosimile quanto dichiarato dall’imputato e dal datore di lavoro a proposito della gratuità dell’attività lavorativa svolta dal primo, che sarebbe stata compensata solo con donazioni saltuarie.

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Come spiegato dalla Cassazione, infatti, svolgere un’attività di lavoro in nero mentre si prende RdC rientra tra le casistiche sanzionate dall’articolo 7, comma 2, del decreto legge n. 4 del 2019, nel quale si legge:

L’omessa comunicazione delle variazioni del reddito o del patrimonio, anche se provenienti da attività irregolari, nonché di altre informazioni dovute e rilevanti ai fini della revoca o della riduzione del beneficio entro i termini di cui all’articolo 3, commi 8, ultimo periodo, 9 e 11, è punita con la reclusione da uno a tre anni.

Articolo che lascia poco margine all’interpretazione: chi guadagna (anche lavorando a nero) mentre percepisce RdC senza comunicarlo all’Inps deve essere punito con la galera.

Ma attenzione, non è finita. Perché tale regola non vale solo per il singolo intestatario del sussidio: il divieto di lavorare in nero vale per tutti i componenti del nucleo familiare che risulta percettore del Reddito di Cittadinanza. Questo, infatti, è riconosciuto a tutta la famiglia e come tale ogni componente è soggetto al rispetto degli obblighi e dei divieti imposti dalla normativa. C’è poco da scherzare.

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