Riforma pensioni 2022/ La Rita resta senza bonus da 200 euro

LE PRIORITÀ PER LA LEGA

Nella giornata seguita ai referendum sulla giustizia e alle elezioni comunali si parla anche di riforma delle pensioni. Come spiega Ansa, infatti, “l’adeguamento di stipendi e pensioni all’aumento del costo della vita è tra le proposte emerse nel corso della riunione della Lega in via Bellerio a Milano, alla presenza del leader Matteo Salvini”.

Il sito del quotidiano Domani evidenzia che il Consiglio federale d’urgenza della Lega a Milano ha fatto il punto su molte questioni economiche ritenute prioritarie, tra cui “lavorare a una riforma delle pensioni equa superando la legge Fornero”. Un tema su cui Matteo Salvini è tornato anche durante la campagna elettorale, spiegando l’importanza di approvare Quota 41, a seguito anche di un confronto avuto con i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil. Non sembra tuttavia facile riuscire a fare passare Quota 41 al posto di Quota 102, a meno forse di ipotizzare che vi sia un ricalcolo contributivo dell’assegno pensionistico.

NIENTE BONUS DA 200 EURO PER LA RITA

Si parla tanto di misure di riforma delle pensioni che possano incentivare la previdenza complementare, che oltre a offrire la possibilità di integrare il proprio futuro assegno pensionistico, consentono in taluni casi di avere un cospicuo anticipo sulla quiescenza grazie alla Rita, acronimo di Rendita integrativa temporanea anticipata, che può arrivare anche a dieci anni rispetto all’età pensionabile.

Tuttavia, come spiega Il Sole 24 Ore rispondendo a un quesito posto da un suo lettore, la Rita, essendo “una rendita erogata da un fondo pensione privato e non un trattamento pensionistico a carico di una forma previdenziale obbligatoria”, resterà esclusa dall’erogazione del bonus una tantum da 200 euro che i pensionati con reddito inferiore ai 35.000 euro annui avranno invece con la mensilità di luglio. Una beffa considerato che per accedere alla Rita con così largo anticipo occorre essere disoccupati di lungo periodo e che si è sottoposti in ogni caso all’erosione del proprio potere d’acquisto come gli altri italiani che percepiscono il medesimo reddito.

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I POSTI SCOPERTI NELLA PA

Il ritmo dei pensionamenti nella Pubblica amministrazione rischia di essere più alto di quello delle assunzioni. Lo ricorda Guglielmo Bizzarri, Segretario della Uil-Pa dell’Umbria, evidenziando che nella sua regione i concorsi “colmeranno il gap solo in minima parte. Si tratta di concorsi che vengono annunciati, ma non realizzati. E le possibili assunzioni saranno comunque molto inferiori ai pensionamenti”.

In ogni caso, poi, l’età media del personale del pubblico impiego si andrà alzando, creando notevoli problemi in prospettiva. Il Corriere dell’Umbria spiega anche che preoccupa “la situazione dell’Inps con 140 dipendenti sulla carta e 50 di meno a fine anno. E anche nel caso dell’istituto che eroga pensioni e redditi di cittadinanza l’aumento dei carichi di lavoro è evidente anche a Terni”. All’Archivio di Stato resteranno a fine anno otto dipendenti, cosa che, con ogni probabilità non potrà garantire l’apertura pomeridiana delle sedi.

LE PAROLE DI LANDINI

Maurizio Landini, intervistato da Repubblica, ricorda che “l’inflazione è una tassa occulta che colpisce chi guadagna meno ed ora sono tanti i lavoratori e i pensionati che non arrivano a fine mese. Siamo in emergenza ed è bene che il governo lo capisca”.

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Secondo il Segretario generale della Cgil bisogna “fare scelte strutturali per aumentare i salari e le pensioni a partire da quelli più bassi. Si deve tagliare strutturalmente il carico fiscale su lavoratori e pensionati che sono anche coloro che in questo Paese pagano le tasse”. Restando in ambito sindacale, Francesco Cavallaro, Segretario generale della Cisal, evidenzia che occorre “intervenire immediatamente sul fronte del prelievo fiscale e, se serve, anche su quello previdenziale riducendo drasticamente, se non annullando del tutto, il peso che grava sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti e dei pensionati”. In un secondo momento, dal suo punto di vista, si potrà  “discutere l’introduzione del salario minimo garantito”.

RIFORMA PENSIONI, L’ANALISI DI MARINO

Secondo Mauro Marino, occorre una riforma delle pensioni con “una flessibilità massima. Stabilire un importo minimo di pensione sotto al quale non ci si può pensionare perché altrimenti si graverebbe sulle casse dello Stato sotto altre forme, e consentire il pensionamento con almeno 20 anni di contributi a partire dai 62 anni con una lieve penalizzazione e al tempo stesso incentivare chi vuole restare nel mondo del lavoro fino a 70 anni”. Secondo l’esperto previdenziale, andrebbe varata la Quota 41, mentre andrebbe eliminato il pensionamento obbligatorio a 65 anni nel pubblico impiego a chi è già in possesso dei requisiti per la pensione anticipata e, al contrario di come è adesso, dare la possibilità a chi è uscito con le quote 100 o 102 di poter lavorare in altri ambiti versando contributi”.

IL VANTAGGIO DELLA FLESSIBILITÀ MASSIMA

In un articolo pubblicato su pensionipertutti.it, Marino evidenzia che “bisognerebbe dare ad ogni lavoratore la possibilità di gestirsi autonomamente il proprio lavoro e la propria pensione. Gli unici paletti sarebbero i 20 anni di contribuzione, i 62 anni di età ed un importo sufficiente per non gravare poi sotto altre forme sulle casse dello Stato. Questo importo potrebbe essere per esempio fissato a 1,7 volte l’assegno sociale vale dire circa 780 €. Ottenuti questi requisiti permettere il pensionamento a tutti coloro che lo desiderassero, fissando il pensionamento ordinario a 66 anni e istituendo una penalizzazione dell’1,5% annua a partire dai 65 anni ed un analogo aumento dell’1,5% dal 67 ai 70 anni”. Con questa ampia flessibilità si responsabilizzerebbe il lavoratore consentendogli di “pianificare nel modo che preferisce l’attività lavorativa ed il momento in cui mettersi a riposo”.

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