Rimini fischia Letta e applaude Meloni, che parla già da premier

Al meeting di Rimini, l’evento annuale sostenuto dal movimento cattolico fondato da don Luigi Giussani, c’è stato il primo confronto tra Giorgia Meloni ed Enrico Letta, nel giorno del via alla campagna elettorale.

Depositate le liste, infatti, ora parte la corsa al voto del 25 settembre e i due leader delle coalizioni si sono sfidati sul caro bollette, il lavoro e le misure di sostegno al reddito e l’istruzione. Con loro erano presenti anche Luigi Di Maio, Marcello Lupi, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Ettore Rosato in quanto membri dell’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, di cui non fanno parte Giuseppe Conte e Carlo Calenda, che quindi non hanno partecipato. L’attenzione, però, è stata tutta per il faccia a faccia tra i segretari dei due principali partiti.

La platea riunita alla fiera di Rimini nell’evento ormai ultraquarantennale è sentinella del mondo cattolico e, come ogni anno, qualche indicazione è arrivata. Al momento della presentazione, l’unica a eguagliare gli applausi del centrista Maurizio Lupi, quasi padrone di casa, è stata Giorgia Meloni. Tiepida, invece, è stata l’accoglienza sia per Enrico Letta e Matteo Slavini. Anche gli interventi di Meloni sono stati interrotti da applausi, mentre l’unico a rimediare qualche fischio è stato il segretario del Pd. Lui stesso è rimasto genuinamente sorpreso, perché a indisporre la platea è stata la sua proposta di portare l’obbligo scolastico fino all’esame di maturità.

Chi aspettava lo scontro a due è rimasto deluso: quattro minuti a intervento in ordine alfabetico per ognuno dei partecipanti e nessun botta e risposta hanno eliminato qualsiasi spunto polemico. Nonostante Letta, anche grazie alla sua provenienza politica cattolica, sia un affezionato frequentatore del meeting e sia intervenuto in passato come premier e come professore, tra la platea di Cl e Meloni il feeling è stato immediato.

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Il feeling e i fischi

Lei ha scelto di citare sia la dottrina sociale della chiesa che le parole di Giovanni Paolo II ed è stata ripagata in applausi. Ha mantenuto un tono quasi istituzionale, esponendo le sue proposte in materia di lavoro, dicendo che «l’unico modo per aumentare i salari è diminuire le tasse» e che «l’errore del reddito di cittadinanza è stato mettere sullo stesso piano chi non può lavorare e chi può farlo»; sull’istruzione ha parlato della necessità di «riequilibrare un sistema iniquo, in cui il merito deve andare di pari passo all’uguaglianza»; poi ha rilanciato il presidenzialismo come forma di governo che crea un «legame tra cittadini e governo, per metterli al centro delle scelte». L’unico punto di scontro, seppur a distanza, con Letta è stato il caro energia. Alla proposta Pd di fissare un tetto al prezzo dell’energia, Meloni si è detta d’accordo purché «avvenga a livello europeo», Letta le ha riposto che «la scelta di fissarlo per 12 mesi può essere assunta internamente, chiamare in causa capri espiatori a Bruxelles e un modo per non fare nulla». Il segretario dem ha scelto la strada prudente: ha evitato lo scontro, non attaccando direttamente né sul tema del fascismo né rivangando la polemica sulla pubblicazione del video dello stupro di Piacenza; non ha nemmeno provato a collocare il Pd come interprete dell’azione del governo Draghi in contrapposizione con chi ha gettato il paese nell’instabilità. Oggi, dallo stesso palco, parlerà proprio Mario Draghi: il suo discorso è atteso come una sorta di testamento politico che condizionerà anche la campagna elettorale. A passare in secondo piano, invece, è stato Salvini, che pure ha messo in campo argomenti – accanto a flat tax e pensioni a quota 41 – ritagliati su un uditorio cattolico: «La vita è un valore non negoziabile» ha detto parlando di aborto e di eutanasia, poi ha ribadito il no alla legalizzazione della cannabis. Per la prima volta è stato offuscato pubblicamente dall’alleata Meloni e costretto al ruolo di spalla non protagonista.

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Il palco di Ancona

Finito l’evento istituzionale e i toni, fuori dalla fiera di Rimini, si sono immediatamente accesi. Meloni ha ritrovato lo spirito polemico dal palco di Ancona, dove ha ufficialmente aperto la campagna elettorale di Fratelli d’Italia, attaccando il governo Draghi con cui «il debito pubblico è aumentato ed è fuori controllo» e candidandosi alla guida del prossimo governo.

«Serve un governo di persone che non abbiano padroni, che non siano ricattabili. Penso di poter guidare un governo così», ha detto, ricordando a tutti però di non «promettere cose che non possiamo realizzare». Ha parlato ancora di immigrazione: «Siamo pronti a gestire dignitosamente il fenomeno dell’immigrazione illegale». E, infine, è tornata sulla questione del video dello stupro e ha detto di non doversi scusare di nulla, anzi ha attaccato Letta: «Il Pd ha pubblicato il video dell’omicidio di Civitanova: chi è di destra ha gli stessi diritti di chi è di sinistra».

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