Rita Hayworth, nessuno poteva baciare Gilda

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In “Ladri di biciclette” di De Sica, al protagonista rubano la bicicletta mentre sta attaccando un grande poster di “Gilda” con Rita Hayworth. Nulla ha scalfito, neanche gli anni passati, l’immagine della donna sensuale e tentatrice: abiti spettacolari con spacchi profondi, scollature generose, e guanti lunghi fin sopra il gomito. Gilda, nell’omonimo film del 1946, fece sognare l’America che doveva dimenticare in fretta gli orrori della guerra. E in quel nightclub Rita Hayworth canta “Put the Blame on Mame“, prima di ogni altra pin-up, o diva hollywoodiana, quando ancora nessuna Jessica Rabbit era stata disegnata.

Rita, leggiadra ballerina, protagonista, sicura di sé anche tra cento sguardi maschili nel parterre del locale. Nella scena del film in cui schiaffeggia Tom, Glenn Ford, che la spia da dietro la finestra di una bisca di lusso di Buenos Aires, mentre è nel night notturno al piano terra, usa una violenza tale che due denti di lui si spezzarono. L’attore riuscì ugualmente a controllarsi e a finire la scena. Danza splendidamente “Amado Mio“, in un distacco dalla narrazione, in un silenzio che non è un momento morto. Ma gitana, odalisca, come l’antica Salomè, incolla a se gli sguardi.

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Sua Altezza Rita Hayworth

“I’m not very good with zippers!”, dirà per giustificare di non riuscire a togliersi l’abito da sera. Quando chiede aiuto, due uomini si lanciano verso di lei. Quasi litigano per poterla denudare. Ma la portano via. Sarà uno schiaffo di Johnny (Glenn Ford), a farla rinsavire dalla sua sbronza, ubriaca e infelice, felina tra gli spettatori. E pensare che solo a pochi fu concesso di baciare cinematograficamente le sue labbra, che furono votate come le migliori del mondo, e messe sotto contratto da Max Factor, la casa di makeup. Un accordo ne preservava l’utilizzo, e le tutelava gelosamente. Meglio della gelosia dei suoi cinque mariti; sua la celebre frase “gli uomini vanno a letto con Gilda e si svegliano con me”.

La favola che superò le sceneggiature hollywoodiane, si avverò quando Rita sposò Aly Khan, il figlio del sultano Aga Khan III, il capo dei musulmani, colui che fondò la Costa Smeralda. Con il titolo di principe, tra cavalli e jockey, era un casanova dal modo di corteggiare irresistibile. Pare s’innamorò della diva guardando nella stanza della sua dimora adibita a cinema, il successo del momento, “Gilda“. Il matrimonio tra lei e Orson Welles, era ormai finito, e nella biografia di Khan, si narra di balli lenti, lunghi tutta la sera, tra le musiche di Cole Porter e George Gershwin, “cheek to cheek”, da soli nella sala da ballo della villa. La prima delusione di lui, fu scoprire che in “Gilda” non era lei a cantare, ma la canadese Anita Ellis.

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Rita, quel rosso non mente

Restano chili di caviale e 600 bottiglie di champagne, intorno a una piscina in cui erano stati versati 52 litri di colonia per rendere l’acqua profumata, tra i ricordi di uno sfarzoso matrimonio. Gli sposi tagliarono la torta con un’antica spada in vetro mentre Yves Montand pensava al sottofondo. Una principessa restò al suo fianco, anche quando l’Alzheimer si appropria dei suoi ricordi, Yasmin Aga Khan, sua figlia. Faceva sempre una sola richiesta a chi scriveva di lei: “Qualsiasi cosa tu scriva di me, non renderla triste”. In nome di una vita viva, accesa e rossa come la sua chioma.

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Federica De Candia per MMI e Metropolitan Cinema. Seguici!

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