Roma: l’Asino che vola simbolo dell’utopia, «la casa per tutti»


Sia benedetto il traffico che ci impedisce di scivolare sul lungotevere come se fosse una qualsiasi tangenziale. E benedetto il semaforo di piazza Umberto I. Se siamo fortunati perché la fila è abbastanza lunga, guardando annoiati sulla destra, verso il centro, potremo notare sulla facciata del civico 28 della piccola via Tor di Nona, il dipinto murale di un asino con le ali.

A questo punto i lettori sono destinati a dividersi. Chi conosce la storia, ha superato gli «anta» e ricorda bene la Roma degli anni Settanta, farà spallucce: «Ancora parliamo di quell’Asino?» Gli altri, più giovani o più distratti, oppure solo giovani distratti, diranno: «Un asino con le ali?» Sì, proprio un asino che vola, come il modo di dire figlio della saggezza popolare che in queste espressione ha sintetizzato tutta la credulità, la disponibilità ad accettare come vere le cose più assurde e incredibili. Come in molte fiabe e nel tenero racconto di Gianni Rodari L’asino volante. Perché bisogna proprio essere ingenui o sognatori o bambini ingenui e sognatori, per credere che un asino possa volare.

Paolo Ramundo oggi ha quasi 80 anni e da molto tempo è l’anima della Co. br.ag.or, acronimo di Cooperativa Braccianti Agricoli Organizzati, che nel 1977 ha creato una comunità agricola urbana su terreni dell’ex ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà, alle spalle dell’ospedale San Filippo Neri. Che c’entra? Moltissimo, perché quell’Asino l’ha dipinto lui. Non da solo, certo. Insieme ad altri militanti dei collettivi (una volta si chiamavano così) che combattevano per il diritto alla casa; proprio a Tor di Nona c’erano palazzine espropriate dal comune ma lasciate in stato di abbandono. Nel 1976 quei ragazzi – con Paolo Ramundo c’erano tra gli altri Giuseppe Roma, direttore del Censis, il disegnatore Carlo Zaccagnini figlio del segretario Dc Benigno, Lorenzo Mammì figlio dell’ ex ministro Oscar e ora antropologo – decisero di illustrare la loro occupazione con disegni fantastici, una grande sirena e appunto l’asino che vola. Quelle palazzine alla fine vennero ristrutturate e i murales quasi tutti distrutti. Tranne l’Asino che ancora testimonia la testardaggine dell’utopia e la voglia di non arrendersi ad una realtà deludente e ingiusta. Nel 2014 è stato perfino restaurato, come segno di attenzione alle tensioni ideali di un’epoca.

Viene un po’ da sorridere quando vediamo oggi tanto entusiasmo per la street art, come fosse una scoperta recente. Certo, sono emozionanti opere come il lupo di Roa alto trenta metri, realizzato in via Galvani, a Testaccio. Ma noi sognatori siamo ancora affezionati all’Asino che vola e all’entusiasmo di tutti i giovani che a quelle ali sono disposti a credere. Ci sono, e sono tanti. Per fortuna.

15 febbraio 2021 | 08:05

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