Roventini: «Cosa manca? prima di tutto una vera politica industriale»

Andrea Roventini, economista, professore ordinario di economia politica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ha le idee molto chiare: come spiega in questo colloquio con l’Economia del Corriere Fiorentino, per evitare che l’Italia perda il treno del reshoring servono un piano serio di politica industriale e un’altrettanto seria legge anti-delocalizzazioni.

Professore, cosa sta succedendo all’industria globale dopo la pandemia e il ritorno della guerra in Europa?


«Ci sono in corso due tendenze. La prima riguarda la strategia di delocalizzazione di imprese, spesso controllate da fondi finanziari. In questo caso, non si chiudono impianti in perdita o poco produttivi, ma si delocalizza solo per aumentare ulteriormente i profitti utilizzando la crisi del Covid come scusa. La seconda tendenza potrebbe invece essere un’opportunità e riguarda il cosiddetto reshoring, cioè lo spostamento della produzione verso l’Europa per accorciare le catene del valore che si sono mostrate molto fragili durante la pandemia».

«Di fronte a queste spinte contrapposte, affinché il nostro Paese non resti solo vittima, servono una seria politica industriale e una legge sulle delocalizzazioni per impedire che le imprese che stanno facendo profitti possano andarsene dopo aver ricevuto incentivi e vantaggi fiscali».

«Per la politica industriale il settore dell’automotive è un ottimo esempio, dato che sarà interessato ad una profonda ristrutturazione dovuta alla mobilità elettrica. È necessario avere un piano per l’auto elettrica, come ha la Germania, per formare i lavoratori, gestire la loro mobilità verso posti migliori, aiutare le imprese ad innovare e a fare sistema, creando hub produttivi. L’Italia non ha nessun piano e di fronte alla crisi, l’unica politica varata del Governo è dare incentivi all’acquisto di auto, anche a diesel e benzina, posticipando di fatto la transizione».

Il caso Gkn è emblematico.

«La crisi della Gkn non è ancora risolta, anche se i lavoratori hanno conservato il loro posto. Dopo mesi ancora non si vede il piano industriale di chi dovrebbe salvare l’impresa. I ricercatori della Scuola Sant’Anna, insieme al Collettivo di Fabbrica e al centro di competenza Artes 4.0 avevano proposto un piano per riposizionare la ex Gkn sulla mobilità elettrica e la filiera dell’idrogeno, coerentemente con gli obiettivi e le risorse del Pnrr. Purtroppo, nessuno ci ha chiesto alcun dettaglio sul nostro piano industriale. È l’esempio emblematico di ciò che non va nel nostro Paese».

«No! Gli investimenti delle imprese non dipendono solo dal costo del lavoro, ma dalle competenze tecnologiche delle imprese e dei lavoratori e dalle politiche industriali. Se un Paese offre formazione adeguata per i lavoratori, tecnologie, burocrazia snella, le imprese investono anche se i salari sono alti. E poi quello che è successo in questi mesi mostra che appena sono stati sbloccati i licenziamenti, molte imprese se ne sono andate anche se ottenevano profitti: non vedo come una legge contro le delocalizzazioni potrebbe peggiorare ulteriormente le cose».

«Non sono sicuro che ci sia un problema di vetustà degli impianti, mi pare ancora una volta una scusa. Per esempio, nel caso della Gkn, si è deciso di delocalizzare anche se c’erano robot nuovi ancora impacchettati pronti per essere utilizzati. Alcune imprese si muovono con l’unica logica di aumentare i profitti e il nostro Governo è impotente perché non ha varato una legge severa contro le delocalizzazioni e non fa politica industriale. Se per esempio ci fossero dei veri piani per l’automotive, le hydrogen valley, la siderurgia a idrogeno verde, sarebbe molto più facile. Gli enormi sforzi per ottenere una gigafactory di batterie di Stellantis mostrano quanto sia tutto più complicato in assenza di politiche industriali».

6 giugno 2022 | 11:34

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