Salari minimi, i giovani choosy e il reddito di cittadinanza: i falsi miti da sfatare

Cristiano Cominotto
Cristiano Cominotto

Sono Presidente di A.L. Assistenza Legale, sono nato e cresciuto a Milano, dove sono diventato avvocato cassazionista e giornalista. La mia professione è anche la mia passione. Amo difendere le persone e credo sia importante che ognuno abbia la consapevolezza dei propri diritti e delle possibilità che ha di difendersi dalle ingiustizie quotidiane. Mi considero un innovatore, non riesco mai a guardare le cose dallo stesso punto di vista. Ho creato degli studi legali completamente nuovi e diversi da quelli tradizionali i miei studi sono stati infatti inseriti dal Financial Times tra i top 50 Innovative Law Firm. Mi piace spiegare il diritto in modo semplice, se ci fosse una frase che sintetizza il mio pensiero sarebbe questa: “Non hai veramente capito qualcosa fino a quando non sei in grado di spiegarlo a tua nonna” (Albert Einstein)

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Negli ultimi mesi si è aperto un corposo dibattito su due argomenti in particolare: i salari minimi che non sono adeguati ai costi della vita e i giovani che rifiutano i lavori proposti e che non hanno voglia di lavorare.

Sulla stampa le ragioni che vengono individuate per trattare questi due temi sono piuttosto ricorrenti. 

In particolare, per quanto riguarda i salari minimi la colpa viene generalmente data agli imprenditori troppo avidi di guadagno, che tratterrebbero la ricchezza nelle loro mani. 
Per quanto riguarda guarda invece l’argomento dei giovani che rifiutano di lavorare, i punti di vista sono equamente divisi tra coloro che sostengono che la responsabilità sia da ascrivere al reddito di cittadinanza e alla poca voglia di lavorare, e coloro che invece ritengono che il problema sia dovuto agli stipendi troppo bassi proposti e alle insostenibili ore di lavoro richieste.
Con questo articolo mi piacerebbe fare chiarezza su alcuni aspetti che spesso non vengono valutati.

I salari minimi: lavoriamo 3 ore al giorno per vivere
Per quanto riguarda i salari minimi insufficienti è necessario superare l’antagonismo tra datore di lavoro e dipendente, cercando di non cadere nella semplificazione: datore di lavoro ricco e sfruttatore e dipendente povero e sfruttato. 

Oggi a causa della crisi soffrono tutti, è comune vedere società che falliscono o che cessano l’attività, mentre non c’è dubbio che i salari italiani siano i più bassi tra le grandi economie europee. La maggiore responsabilità dei salari bassi non è in capo agli imprenditori, ma alla fiscalità italiana che è obiettivamente eccessiva. 

Si tenga in considerazione che in Italia le tasse sul reddito arrivano a pesare quasi per il 50%. A questi balzelli vanno aggiunte tutte le tasse che paghiamo per l’acquisto dei beni di consumo, a partire dall’IVA e tutte le ulteriori accise come, ad esempio, quelle previste per la benzina. Teniamo in considerazione che anche nelle successioni mortis causa andiamo a pagare imposte su beni che erano già stati tassati in vita.

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Se sommiamo tutte le tasse sul reddito all’Iva e alle accise, arriviamo ad una fiscalità complessiva del 60/70% a carico del cittadino italiano.  Ciò significa che in una giornata di 8 ore lavorative, 5 ore serviranno per pagare le tasse e 3 faranno conseguire un guadagno vero e proprio al lavoratore. 

Questa circostanza comporta due possibili risultati. Il primo è che il lavoratore per sopravvivere, potendo contare su poche ore di guadagno effettivo, dovrebbe farsi pagare quelle tre ore di lavoro cifre molto elevate. Il secondo risultato è che l’imprenditore cercherà un dipendente disposto a lavorare con un basso stipendio, in modo da fargli conseguire un utile che giustifichi l’attività intrapresa. Da questa discrasia nasce l’enorme differenza tra le aspettative dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro.
 
I salari minimi: il consumatore ha le sue responsabilità 
Spesso noi italiani insistiamo molto sull’argomento che i salari minimi non siano sufficienti e debbano essere aumentati, ma vogliamo pagare troppo poco i prodotti cha acquistiamo.  Ci lamentiamo del fatto che i lavoratori siano sottopagati, mentre sorseggiamo il nostro caffè pagato 1 € circa, indossando sneaker da 30 € e dopo essere stati a fare la spesa in un negozio che vende vestiti al migliore prezzo possibile.  

Ci disinteressiamo completamente del fatto che, per acquistare prodotti a somme per noi favorevoli, ci sono dei lavoratori che vengono sfruttati nella filiera di produzione.  Prenotiamo la vacanza estiva in albergo con grande attenzione ai prezzi, ma non ci chiediamo se dietro a quel prezzo interessante c’è un lavoratore stagionale sottopagato che dovrà lavorare 10-12 ore al giorno.

I giovani sfaticati: i dati demografici
Per quanto riguarda poi la diatriba che i ragazzi di oggi sono sfaticati perché non vogliono lavorare, non vengono mai tenuti in considerazione i dati demografici.  Se verifichiamo i dati ISTAT della popolazione per età in Italia, possiamo osservare come dal 1960 ad oggi vi è stato un notevole incremento dell’età della popolazione dai quaranta ai settant’anni e contestualmente vi è stato un notevole decremento della popolazione dai quindici ai trentanove anni.

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I dati demografici non vengono mai tenuti in considerazione, in quanto sino a dieci/venti anni fa eravamo abituati ad avere a che fare con una popolazione giovane estremamente vasta, che era quella dei nati negli anni 60 e 70. I giovani di 20 anni fa erano estremamente numerosi e garantivano una forza lavoro vasta. 

Oggi si verifica la situazione inversa rispetto al passato, in quanto la popolazione più numerosa, quella nata negli anni 60 e 70 (gli attuali quarantenni e cinquantenni) è nei posti di potere, mentre la generazione meno popolosa quella nata negli anni 80, 90 (gli attuali trentenni e ventenni) ambisce a posti inferiori.

Ma siccome in ragione dell’età e dell’esperienza c’è una popolazione numericamente inferiore che ambisce a posizioni lavorative basse e una popolazione numericamente superiore che già occupa le posizioni superiori, questo causa un evidente squilibrio tra offerta e richiesta di lavoro. 

Questo divario produce almeno due effetti:  
–    il primo è che è difficile trovare dei lavoratori di fascia inferiore in una popolazione giovane più limitata in termini demografici;
–    il secondo è che la popolazione giovane più risicata, è restia accettare condizioni di lavoro che non corrispondono alle reali aspettative. Questa è una tendenza che indirettamente ha a che fare anche con le cosiddette Great Resignations, ovvero le grandi dimissioni dal posto di lavoro che stiamo osservando nell’ultimo periodo, soprattutto tra i giovani. 

In definitiva il futuro per i nostri giovani è molto meno fosco di quanto immaginiamo, perché andiamo verso un periodo in cui per ragioni demografiche l’offerta di lavoro supererà la richiesta. 

Soluzioni possibili: spostare gli investimenti del reddito di cittadinanza per contribuire a pagare le tasse sul lavoro 
Il problema da risolvere è quello della fiscalità. Bonus come quello recente di 200 euro una tantum, non solo è inutile, ma dimostra come non vi sia una vera e propria strategia per affrontare seriamente il problema delle tasse. 

Il cuneo fiscale va ridotto sensibilmente. È stato ripetuto in molte occasioni come non sia possibile abbassare le tasse in Italia perché non vi sono risorse economiche disponibili. 
L’ultimo rapporto INPS ci conferma che con il reddito di cittadinanza abbiamo speso negli ultimi tre anni 20 miliardi di euro. Se quella stessa somma fosse stata impiegata per abbassare radicalmente le tasse sul lavoro, avremmo ottenuto una ripresa fortissima del mercato del lavoro, con una enorme diminuzione della disoccupazione. 

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Un vecchio detto cinese recita: dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita. In questo proverbio c’è tutto l’errore del reddito di cittadinanza, che è una misura che non risolve, ma tappa temporaneamente il problema amplificandolo. 

Il contratto di lavoro RDC
Dall’altro punto di vista, lo stato non può chiedere agli imprenditori di alzare gli stipendi se non fa il primo passo, ovvero tagliare le tasse sul lavoro. Solo quando le tasse subiranno una diminuzione del 20%, sarà possibile chiedere agli imprenditori di seguire lo stato, facendo a loro volta un enorme sforzo. 

In altre parole, se vogliamo risolvere i problemi del lavoro, è necessario fare un patto generazionale tra cittadini e stato, dove ognuno deve fare la sua parte. 
Le somme relative al reddito di cittadinanza non dovrebbero essere corrisposte al cittadino, ma invece direttamente al datore di lavoro a seguito della costituzione di un apposito contratto di lavoro RDC, che dia la possibilità al datore di tenere occupato il lavoratore sino a quando lo stato contribuirà al rapporto, dopodiché il contratto di lavoro dovrebbe cessare automaticamente senza costi ulteriori per il datore.

Sino a quando lo stato non interverrà radicalmente sulle tasse e sul reddito di cittadinanza, nessuna legge e nessuna esortazione ad alzare gli stipendi risolverà il problema dell’occupazione in Italia.

Avv. Cristiano Cominotto
Presidente di A.L. Assistenza Legale

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