Salario minimo europeo? Senza lotte solo fumo negli occhi

La drastica perdita di potere di acquisto di salari e
stipendi a seguito dell’aumento repentino dei prezzi dei beni e servizi ha
imposto alla politica nazionale il tema dei bassi salari e della loro
stagnazione trentennale. L’introduzione di un salario minimo legale per
contrastare il fenomeno della povertà lavorativa, dopo anni di rimozione è
diventato finalmente oggetto di un dibattito parlamentare, anche accesso, nel
quale se si esclude la posizione delle destre – che sostanzialmente è contraria
e che si limita a chiedere il taglio del cuneo fiscale – si confrontano due proposte:
quella di chi sostiene la necessità dell’introduzione di un minimo legale e
quella di chi ritiene che sia sufficiente dare validità erga omnes ai contratti
di riferimento di ogni settore siglati da CGIL CISL e UIL.

In questo dibattito si è inserita la notizia che è
stato raggiunto un accordo tra Parlamento e Consiglio Europeo sulla proposta di
direttiva per “un equo salario minimo” formulata dalla Commissione ad ottobre
2020: un fatto politico che è stato raccontato con titoli roboanti dalle testate
giornalistiche e ha fatto brindare alcuni all’imposizione di un obbligo europeo
all’introduzione di un salario minimo anche in Italia. Un dibattito fuorviante
e propagandistico; da questo punto di basterebbe leggere i testi ufficiali
infatti per capire che la montagna ha partorito un topolino. E non potrebbe
essere altrimenti, perché in assenza di una mobilitazione di lavoratori e
lavoratrici su vasta scala l’asticella dei diritti non si alza, la storia l’ha
ampiamente dimostrato. La proposta di direttiva non introduce un salario minimo
uguale per tutti i Paesi della UE, non mira nemmeno ad avvicinare i livelli
salariali tra i Paesi e non impone a quelli che oggi non hanno un salario
minimo per legge (Italia, Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia) un
obbligo di introdurre questa misura. La Commissione è stata chiara in questo
senso: le politiche per il lavoro e l’occupazione sono e restano di competenza
degli Stati membri. La proposta di Direttiva cerca semplicemente di armonizzare
i criteri di definizione dei salari minimi – per renderli genericamente
“adeguati” “tenendo conto al contempo delle condizioni socioeconomiche come
pure delle differenze regionali e settoriali del loro adeguamento nel “tempo”
nonché le procedure di aumento. Inoltre si pone l’obbiettivo di aumentare i
tassi di copertura della contrattazione collettiva imponendo in particolare
agli Stati in cui questa non copre almeno l’80% degli occupati la
predisposizioni di piani d’azione per promuoverla.

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Le ricadute di tale disposizioni nei singoli Stati, in
assenza di conflitto sociale, saranno quindi minime, se non nulle. All’interno
della UE continueranno ad esistere quelle “gabbie salariali” che sono
costitutive del processo di integrazione economica europea. E in Italia tutto
dipenderà dalle dinamiche parlamentari, perché il tasso di copertura della
contrattazione collettiva supera già la soglia minima prevista dalla proposta
di direttiva. Peccato che la contrattazione collettiva in Italia, in
particolare dalla stagione della “politica dei redditi” del ‘92-’93, abbia
condannato milioni di lavoratori e lavoratrici (parliamo di circa 5 milioni)
sotto la soglia dei 9 euro lordi l’ora. E non parliamo di contratti pirata:
certo questi esistono, son tanti, ma il loro tasso di copertura è molto basso.

Il vero problema sono i contratti nazionali firmati
dai sindacati confederali, pensiamo solo al contratto delle
pulizie/multiservizi, o dei “servizi fiduciari” che vengono applicati a
centinaia di migliaia di rapporti di lavoro e che in quanto sottoscritti da
organizzazioni maggiormente rappresentative non si riesce a disapplicare ai
sensi dell’Art. 36 della Costituzione. Un problema che la proposta
impropriamente definita di “salario minimo” sostenuta dal Ministro Orlando e
imposta ai partiti di centro-sinistra da CGIL-CISL-UIL evidentemente non
risolve.
Anche la proposta della ex Ministra del Lavoro Catalfo, tuttavia desta
preoccupazioni. Se da un lato ha indubbiamente il pregio di introdurre il
principio di un salario minimo legale – al netto dell’importo orario fissato
(che da 9 euro sembrerebbe essere passato ad 8,5 euro), dall’altro la stretta
sulla rappresentanza nella stipula dei contratti nazionali, il riconoscimento
della validità erga omnes degli stessi e il riferimento all’accordo sulla rappresentanza
del 2014, ci appaiono come un ulteriore restringimento della democrazia
sindacale finalizzato per sostenere o comunque accontentare il sindacalismo
confederale in forte crisi di legittimità e rappresentanza in moltissimi
settori, a partire da quello della logistica e dei trasporti.

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Non aspettiamoci nulla dal Governo e dai partiti, in
particolare da questo parlamento a fine corsa e tenuto in vita dalla paura di
andare alle elezioni. In assenza di una nuova stagione di conflitto sociale su
obbiettivi precisi e unificanti salari e tutele non cresceranno. Per questo
riteniamo necessario ed urgente lavorare perché sia dia una grossa
mobilitazione nazionale ed europea che, a partire dai luoghi di lavoro chieda:
l’introduzione di un salario minimo legale di almeno 10 euro; una legge sulla
rappresentanza e la democrazia sindacale che garantisca diritti sindacali e
diritto alla contrattazione a tutte quelle organizzazioni che in azienda, in un
territorio od in un settore rappresentano un numero significativo di
lavoratori; l’estensione e l’aumento del reddito di cittadinanza e in generale
l’adeguato finanziamento di un sistema di welfare capace di tenere tutte le
persone, a partire dallo status occupazionale, fuori dalla povertà. 

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Ma è
altrettanto evidente la necessità di impostare una battaglia a livello europeo
in quanto la riproduzione delle “gabbie salariali” su questo piano (in
particolare l’Europa allargata ai paesi dell’est) produrrà sempre un processo
di delocalizzazione o di ricatto di delocalizzazione (che significa richiesta
di riduzione delle tutele e contenimento della crescita dei salari) verso i
paesi, di recente ingresso nella UE, dove il costo del lavoro risulta
drasticamente inferiore ai paesi fondatori dello spazio economico europeo o del
nord Europa. Per questi motivi riteniamo sia di fondamentale importanza
rafforzare la Rete Internazionale dei Sindacati di Lotta e Solidarietà per
arrivare a costruire campagne comuni, in primis quella per un salario minimo
europeo.

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