Salario minimo, la strada in salita di una legge sulla rappresentanza

ROMA – Una legge sulla rappresentanza sembra l’unica via di uscita per attuare anche in Italia la direttiva sul salario minimo senza fissare una cifra per legge, soluzione alla quale si oppongono sindacati, organizzazioni datoriali e la maggior parte delle forze politiche. Ma non è una strada così scontata: di legge sulla rappresentanza si discute da quando è entrata in vigore la Costituzione, non è mai stata attuata per lasciare alle parti sociali la libertà di negoziare le condizioni ritenute migliori. Vararla adesso, rileva la Fondazione Adapt in un corposo dossier a più voci appena pubblicato, significherebbe affrontare una serie di problemi, a cominciare dalla necessità di prevedere sanzioni per chi scende al di sotto dei minimi legali, e da quella di uniformare le norme che, come la legge sul reddito di cittadinanza, prevedono minimi assai bassi, di poco superiori a 5 euro.

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Soprattutto, una legge sulla rappresentanza rischia di non risolvere i problemi del lavoro povero: chi non guadagna abbastanza nella maggior parte dei casi non ha un contratto regolare, è un lavoratore part-time, uno stagista, un lavoratore intermittente, un collaboratore occasionale. E’ solo regolando tutte queste posizioni irregolari che si può davvero garantire un salario dignitoso. “La direttiva non risolve il problema dell’erga omnes“, osserva il segretario generale del Ces, il sindacato europeo, Luca Visentini, nell’intervista che conclude il dossier Adapt, aggiungendo che però “non si può pensare che all’infinito non si affronti il problema dei rider e dei freelance”. E non solo sotto il profilo del salario, ma anche dell'”accesso a tutte le forme di protezione sociale”, a partire dall’indennità di disoccupazione.

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La copertura dei contratti collettivi

Meno della metà dei contratti depositati al Cnel (oltre 900) sono veramente applicati. Il dato arriva dalle denunce mensili Uniemens (comunicate dai datori di lavoro all’Inps), che si riferiscono esclusivamente, appurano i giuslavoristi Silvia Spattini e Michele Tiraboschi, a 419 contratti, il 46% del totale. I lavoratori non coperti da un contratto collettivo risultano 772.286 nel 2020 e 729.544 nel 2021.

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Le vere ragioni del lavoro povero

I lavoratori poveri però in Italia risultano essere molti di più, un po’ più di uno su dieci. E quindi le ragioni dell’inadeguatezza dei salari non sono costituite solo dalla mancanza di un contratto collettivo nè si risolverebbero con una legge sulla rappresentanza, osservano i giuslavoristi di Adapt. Sono meno pagate le donne, gli stranieri, i giovani sotto i 29 anni, i lavoratori delle piccole imprese rispetto alle grandi. Poiché i contratti non stabiliscono differenziazioni a monte, le differenze risultano piuttosto dalle modalità di applicazione, ragionano gli autori del dossier: discontinuità e frammentarietà dei rapporti di lavoro, part-time involontario, forme di lavoro occasionale o non contrattualizzato. E’ su queste forme di lavoro dunque che bisognerebbe intervenire per legge per garantire livelli salariali minimi. Anzi, scrivono Michele Tiraboschi e Francesco Seghezzi, è il momento di individuare forme di rappresentanza per i lavoratori più deboli, “quelle forme di lavoro che sfuggono, in peggio, ai tradizionali canoni”.

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Il paradosso del reddito di cittadinanza

Nella sovrapposizione delle leggi sul lavoro, però, può venir fuori che in realtà ci siano già dei minimi di Stato, e sono ben lontani dai 9 euro orari che la proposta di legge Catalfo, depositata alla Commissione Lavoro del Senato, vorrebbe fissare. La legge sul salario minimo, ricorda Emanuele Massagli, prevede “l’obbligo di accettazione delle proposte di lavoro retribuite con almeno 858 euro, giudicati ‘congrui’ anche quando full-time”. E quindi, osserva il giuslavorista, “una legge dello Stato ha accettato come adeguata una retribuzione di circa 5,5 euro all’ora, distante quindi dalla soglia dei 9 euro lordi”. Una contraddizione certo superabile, con un raccordo tra le norme.

Le sanzioni e le difficoltà della magistratura

Per riconoscere i contratti maggiormente rappresentativi basta vedere quali sono quelli firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi, si è detto più volte in questi giorni. Pur sapendo che nella maggior parte dei settori esistono contratti “fotocopia” firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi, una moltiplicazione dei testi dovuta al fatto che molte associazioni datoriali preferiscono avere un proprio contratto, che magari ha solo delle piccolissime differenze rispetto a quello firmato dall’organizzazione concorrente. E quindi un giudice avrebbe non poche difficoltà a individuare il contratto maggiormente rappresentativo della categoria. Ancora, lo studio di Adapt mette in rilievo la necessità di prevedere sanzioni “per garantire l’effettività del salario minimo (legale o contrattuale)”, e non sanzioni qualsiasi: “Devono costituire un forte disincentivo all’inadempienza, rendendola particolarmente costosa”. Non basta: “Il sistema sanzionatorio deve poi essere completato da un adeguato meccanismo di controlli”.

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La nuova frontiera delle tutele

Considerando che i lavoratori poco tutelati, con salari spesso da fame, sono però i finti “autonomi”, che quindi non verrebbero probabilmente neanche coperti da un salario minimo legale che andrebbe comunque riferito esclusivamente ai lavoratori dipendenti, il Ces (la confederazione sindacale europea) sta cercando di promuovere da tempo il diritto alla contrattazione collettiva per chi, spiega il segretario Luca Visentini, lavora “in condizioni di precarietà, di atipicità o di indipendenza”, pur essendo di fatto “economicamente dipendente”. Un lavoratore che non è veramente autonomo perché “non può negoziare le proprie tariffe, come fa un avvocato”, ma neanche accedere a una soglia minima di tutele, previste per i lavoratori dipendenti. Più che il salario minimo, osserva il leader sindacale Ue, a queste categorie servono “più relazioni industriali, più sindacato e contratti”.

 

 

 

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