Salviamo la diversità culturale: può aiutarci a fermare la crisi climatica

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Come ricorda nuovamente il più recente rapporto dell’IPCC, il clima terrestre sta oggi cambiando, a causa delle azioni umane, a una velocità inaudita, portando con sé conseguenze epocali su scala globale.

Eppure, tale evidenza non rende del tutto errato l’adagio secondo cui “il clima è sempre cambiato”: nonostante il cambiamento climatico odierno sia qualitativamente – perché di origine antropica – e quantitativamente – per estensione e rapidità – diverso dai suoi precedenti storici, è senz’altro vero che il clima ha sempre subìto più o meno ampie oscillazioni, alle quali gli esseri umani, nel corso della storia, hanno dovuto di volta in volta adattarsi.

Dalla sua comparsa (avvenuta circa 200.000 anni fa) ad oggi, infatti, la nostra specie ha colonizzato pressoché tutte le terre emerse, adattandosi alle condizioni ambientali più disparate. Nel corso della sua evoluzione umana, l’uomo ha creato società nei ghiacci dell’Artide come nelle foreste equatoriali, negli aridi deserti dell’Africa come nelle colline temperate dell’Europa. Molte comunità umane non sono state capaci di far fronte alle tante difficoltà poste da un ambiente inospitale; altrettante, invece, non solo sono sopravvissute a lungo, ma hanno anche saputo prosperare a dispetto delle mutevoli, a volte ostili, condizioni ambientali.

Studiare le tante modalità d’interazione tra uomo e ambiente accumulatesi nel corso della storia può essere non solo interessante, ma anche estremamente fruttuoso per il nostro presente: avere un esempio del passato da cui trarre insegnamenti può essere un fondamentale aiuto per affrontare un cambiamento ambientale di vasta portata, come quello nel quale la società globalizzata odierna si trova a vivere.

La disciplina che si occupa di studiare le relazioni tra le società e le condizioni climatiche e ambientali del passato è l’archeologia climatica, un ambito di studio abbastanza recente e decisamente multidisciplinare, che unisce le conoscenze della scienza climatica, di paleoecologia e paleoclimatologia, dell’archeologia e della geografia e ne armonizza metodi e strumenti per comprendere quali strategie hanno adottato le società del passato per affrontare l’imprevedibilità della natura.

Un articolo pubblicato su PNAS fa il punto sugli attuali progressi di questa disciplina e ne sottolinea la fecondità in epoca di cambiamento climatico antropogenico, sostenendo che lo studio del passato costituisce un valido punto di partenza «per valutare gli effetti che i cambiamenti climatici hanno avuto sulle società passate e per tracciare adeguate strategie di sviluppo sostenibile».

Come è noto, infatti, il generale aumento delle temperature avrà effetti differenti nelle diverse parti del mondo: alcune regioni dovranno affrontare fenomeni come la desertificazione e la mancanza d’acqua, con la conseguente scarsità di cibo; altre zone del pianeta si troveranno a fare i conti con un’intensificazione dei fenomeni estremi, o con l’innalzamento del livello degli oceani, o ancora con la disgregazione degli ecosistemi e con la perdita di servizi ecosistemici essenziali. A simili eventi sarà necessario contrapporre soluzioni differenziate, che tengano conto delle condizioni ambientali locali e delle esigenze delle popolazioni coinvolte, senza trascurare inoltre il funzionamento delle strutture sociali presenti.

In questi anni, l’analisi dei problemi e la ricerca di soluzioni sono state affrontate con una prospettiva essenzialmente occidentale: sono state prese in considerazione le esigenze e le possibilità del modello di società tipico dei Paesi del Nord del mondo, industrializzati e caratterizzati da un’economia di mercato che avvolge tutto il globo. Molto meno spazio, nella discussione pubblica internazionale, è stato dato alle esigenze delle popolazioni che, per scelta o per necessità, hanno mantenuto modelli sociali e strutture più tradizionali. A causa della crisi climatica ed ecologica queste ultime, che hanno in gran parte mantenuto un forte legame con il proprio territorio sia dal punto di vista economico che sul piano culturale, rischiano di perdere tutto: gli ecosistemi da cui molte popolazioni indigene e locali traggono sostentamento – le terre dei loro antenati – sono gravemente minacciate dai rapidi mutamenti in corso, e, se costretti ad abbandonarle, questi popoli perderebbero non solo la cultura, ma la loro stessa identità.

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Poiché, fino ad oggi, gli strumenti introdotti dalla società industrializzata occidentale si sono rivelati insufficienti per rispondere alla crisi attuale, guardare alla storia per cercare alternative possibili potrebbe rivelarsi una scelta vincente. Se riconosciamo le potenzialità generative della diversità culturale, «bisognerà riflettere – afferma il gruppo di ricercatori canadesi, francesi e statunitensi – sul futuro del sistema socioeconomico industrializzato dell’Occidente, e considerare la possibilità che altre forme di organizzazione sociale ed economica si rivelino più resilienti, nel lungo periodo. Rispettare, documentare e conservare la diversità culturale, così come la biodiversità, è quindi un passo essenziale per rafforzare la resilienza delle società umane».

L’archeologia climatica mostra come non vi sia, nella specie umana, un unico genere di risposta alle sollecitazioni ambientali; al contrario, un mutamento climatico o un evento estremo inaspettato hanno storicamente avuto conseguenze molto diverse a seconda del contesto sociale e geografico in cui si sono manifestati. Non tutte le società umane, insomma, sono resilienti allo stesso modo: e l’attuale società occidentale – altamente complessa e interdipendente a livello planetario – non è, forse, tra le più resilienti, come la pandemia ha reso dolorosamente evidente. Non mancano, tuttavia, gli esempi di società che, grazie ad una gestione oculata delle risorse naturali disponibili, hanno saputo prosperare a lungo: l’archeologia del cambiamento climatico si occupa di riscoprirne le caratteristiche vincenti, con l’obiettivo di farne un modello da applicare per far fronte ai problemi attuali.

Un esempio illustrato dagli autori della Review riguarda i metodi adottati dalle antiche comunità agricole, le quali – è emerso dalle ricerche – «offrono un modello sostenibile di produzione alimentare e di gestione dell’acqua e dei terreni», realizzato in condizioni climatiche non dissimili da quelle odierne. Il recupero di simili esperienze positive è importante, perché illumina percorsi di sostenibilità alternativi a quelli noti, che potrebbero però rivelarsi inaspettatamente adeguati alla situazione attuale. Inoltre, riconoscere quanto, nel passato, la diversità culturale sia stata una risorsa importante nel consentire alle società umane di superare situazioni difficoltose può aiutarci a riconoscere quanto essa sia altrettanto importante nel presente: «Molti degli adattamenti ai cambiamenti climatici del passato hanno avuto successo, e potrebbero essere applicati anche ai contesti odierni. Uno studio comparativo e interculturale della storia umana evidenzia quanto la diversità culturale sia stata, e sia ancora, un elemento chiave della resilienza umana», sintetizzano i ricercatori. Nella lotta al cambiamento climatico antropogenico è perciò indispensabile tutelare, accanto alla diversità biologica, anche l’esuberante diversità culturale che, ancora oggi, rappresenta l’inestimabile ricchezza dei tanti modi di essere umani.

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