Scompaiono i nostri reali spazi pubblici dove esercitare diritti e confronti, drammaticamente erosi da uno spazio virtuale controllato e censurato

Il mondo parallelo digitale, le piattaforme, le community on line stanno consumando, senza che ne siamo pienamente consapevoli, lo spazio pubblico reale come luogo di incontro, di scambio, di messa in comune di energie e creatività oltre che di esercizio di cittadinanza e di diritti, sostituendola con una dimensione virtuale che di pubblico non ha nulla in quanto appartiene a privati.
La capacità di relazionarci, di progettazione sinergica di proposte ma anche di resistenza, di pratica empatica ne risulta dimidiata e fortemente ridimensionata. I luoghi di incontro reale, in virtù dei quali si possano sviluppare i momenti di confronto e da questo innescare la corrente del mutamento, sono via via dematerializzati, processo che l’evento pandemico ha accelerato in modo drammatico e forse irreversibile. La forma storica che caratterizza ogni passaggio tecnologico, destinato a riflettersi sull’ambito sociale, ne esce mortificata, perfino annientata.
Questi spazi, monopolizzati dapprima dalla Chiesa e dal Partito (il Pci per intenderci) esplosero negli anni ’60 e ’70 nelle forme dei collettivi, delle associazioni culturali, dei centri sociali, delle proteste, all’insegna di una forte richiesta di progresso sociale. Il venir meno della dimensione comunitaria reale, già innescata dalla caoticità della vita metropolitana, dall’atomizzazione alienante dei processi di produzione o degli apparati burocratici, dal crollo di ideologie aggreganti, con il trionfo del modello unico turboliberista, si trasforma, con la rete, nell’avvento di uno spazio virtuale apparentemente libero e aperto a tutti, ma di fatto – come dimostrano il sorgere di una nuova censura, la cancellazione di profili, la chiusura di piattaforme, siti e pagine – ipercontrollante, manipolabile e manipolato.
Lo spazio pubblico apparente è di fatto radicalmente privatizzato. Alla chiusura progressiva dei luoghi d’incontro in presenza fanno da contraltare il sorgere di luoghi di dibattito – se ancora così lo si può definire -, controllati dai Big Tech americani o nostrani, come ad esempio la grillina “Rousseau”.
E i Ceo di tali giganti digitali possono, in piena autonomia o comunque in accordo con le forze politiche che maggiormente tutelano i loro interessi economici, imbavagliare il dissenso. La politica come capacità di progettazione e di proposta, l’agire insieme propugnato dalla Arendt, si è degradata a slogan da twittare hic et nunc per ottenere migliaia di like e sondare la pancia dei militanti- follower, masse amorfe di un qualunquismo becero e ignorante, che credono di stare esercitando la loro libertà di opinione, associazione, di stampa persino. Attualmente la quasi totalità della comunicazione politica avviene proprio su quelle piattaforme “area di sorveglianza e di tolleranza della “grande élite” digitale”.
E secondo alcuni Twitter, TikTok , Fb, aziende di proprietà di privati-con tanto di azionisti e consigli di amministrazione, starebbero offrendo un servizio pubblico.
A testimoniare il pericolo rappresentato dalla monopolizzazione virtuale del continente digitale, travestito da spazio pubblico, sta la vicenda della chiusura dei profili di Trump su FB, Instagram e Twitter, o il conflitto tra il Governo australiano e Fb e Google, riguardo alla decisione di far pagare ai due colossi del web i diritti agli editori per i link che conducono agli articoli dei media australiani. Prima che tutto ciò venga approvato Fb e Google cancellano i link, oscurando agli utenti anche informazioni vitali sui servizi sanitari e d’emergenza, cosa non da poco in tempi di pandemia

Quanto questa oligarchia digitale possa condizionare le decisioni dello Stato, quanto lo Stato abbia in sè anticorpi per frenare questa deriva e quanto e se le piattaforme svolgano davvero la funzione di una spazio pubblico, sono questioni che non si possono ancora eludere.
La Merkel, commentando la vicenda Trump, ha a suo tempo dichiarato che “È possibile interferire con la libertà di espressione, ma secondo i limiti definiti dal legislatore e non per decisione di un management aziendale”. Il filosofo Massimo Cacciari, ha definito “inaudito” che imprenditori privati quali Dorsey e Zuckerberg possano controllare e decidere cosa far circolare in rete “Dovrebbe esserci una forma di autorità politica che decide. Esattamente così come c’è l’Autorità per la concorrenza, per la privacy”. L’economista Luigi Zingales, dopo aver definito l’esclusione di Trump dalle piattaforme di Facebook e di Twitter “una straordinaria limitazione della libertà personale, che può essere imposta solo dalle autorità legittime in seguito ad un giusto processo, non da compagnie private” un vero e proprio “colpo di stato silenzioso” reso possibile dall’estrema concentrazione del settore digitale.

L’Antitrust o l’Authority per la difesa della privacy sono tuttavia baluardi poco efficaci a tutelare gli utenti contro la vorace espropriazione di dati sensibili che aziende come Google, Microsoft, Facebook e Amazon da almeno vent’anni portano avanti.

 La libertà di espressione vigilata dagli algoritmi, si riduce pian piano, costretta a subire la griglia della censura che si trasforma in autocensura permanente, quindi in progressivo silenziamento della stessa facoltà critica.

Da ultimo, il volano pandemico ha ridotto ulteriormente spazi pubblici che si ritenevano inviolabili, come la scuola, il lavoro, la fruizione dell’arte e della cultura-considerata non essenziale- con alternative (dad, conferenze in rete, concerti in streaming) inefficaci e alienanti. Questi luoghi non possono sostituirsi agli spazi reali concreti, quelli in cui si rafforzano i legami relazionali, si fa gruppo, si crea l’umano. Senza questi riappropriazione dello spazio, del corpo, della relazione, l’uomo, così come lo conosciamo, non è detto che possa sopravvivere

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