Scuola, insulti social ai genitori che hanno vinto il ricorso per la riapertura in Puglia

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“Per cinque minuti di gloria ha messo a rischio l’incolumità pubblica”. O “di sicuro la scuola è il parcheggio per i suoi figli”. E ancora: “Quindi, se succederà qualcosa, sappiamo che faccia ha la responsabile”. Sono alcuni, tra i meno pesanti, attacchi dell’immancabile orda di odiatori social rivolti questa volta a Daniela Pepe.

La donna, madre di tre figli impegnati a scuola è uno dei tanti genitori che hanno aderito al ricorso del Codacons di Lecce e portato alla sentenza del Tar di Bari di sospensione del decreto regionale sulla scuola.

Un decisione che ha riaperto le porte delle aule per gli studenti delle elementari e medie, dopo l’obbligo della didattica a distanza imposta dalla normativa firmata dal governatore Michele Emiliano

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Pepe è avvocata ma lavora per un ente pubblico di certificazione, non esercita la libera professione. Fa parte del gruppo di genitori che ha appoggiato l’iniziativa dell’associazione che tutela i diritti dei consumatori e ha voluto raccontare le motivazioni che hanno spinto lei e gli altri ad agire per il ritorno dei ragazzi a lezione. Non è tra i legali che hanno curato il ricorso. Ha solo spiegato un punto di vista, criticabile e allo stesso tempo legittimo, condiviso oltretutto da molti altri genitori. 

Eppure le sono piovute addosso frasi come: “Questi soggetti qui non fanno uso dei propri mezzi per il bene della collettività ma solo per il proprio tornaconto. Essendo un avvocato, ricordando anche che il ricorso al Tar costa fior di quattrini, ha voluto dimostrare che poteva vincere un sollecito ad un atto contro l’amministrazione”. 

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 Ma c’è chi è andato ben oltre, con minacce velate “se succederà qualcosa, sappiamo che faccia ha la responsabile” e “se mio figlio dovesse essere contagiato a scuola so con chi andare a parlare personalmente per portare i miei personalissimi ringraziamenti”, o insulti. Pesanti, “sta grande pazza” si legge in uno dei tanti, o pesantissimi, non riferibili, pubblicati in gruppi social. 

Il rischio per molti autori dei post, come accade sempre più spesso, è ritrovarsi a rispondere del reato di diffamazione. Il tutto per una questione dibattuta e ancora aperta che vede in questi giorni un conflitto tra Regione e Ministero, tutt’ora irrisolto.

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