Se la Bellezza avesse vinto sulla Potenza. Fazi “riscrive” la Storia (non solo d’Italia)


L’avvio è decisamente romanzesco: nel giugno del 1796, in una afosa serata, tre personaggi si incontrano per la prima volta all’Osteria dell’Orso Bruno di Bologna: uno si chiama Costantino, agricoltore e fabbricante d’armi, fucili e sciabole, nel Piceno, e lì convenuto come sensale di matrimoni, l’altro è un conte marchigiano, di nome Monaldo, che ha deciso di accasarsi, il terzo è un Principe, pasciuto ed elegante uomo di mondo, padre della possibile futura sposa. Ma il libro di Elido Fazi, economista, editore, cultore della poesia di Keats (Potenza e bellezza, Fazi editore, pagg. 429, euro 20) non si adegua del tutto al genere del romanzo storico, né nella direzione di Walter Scott, tendente al meraviglioso né in quella di Alessandro Manzoni, tendente al discorso etico.

Fazi scrive un corposo, coinvolgente, documentato libro di idee, calate abilmente nelle «cronache» (come preannuncia il sottotitolo) degli anni che vanno dal 1796 al 1819 visti attraverso tre diverse angolazioni, anche se poi tutto si tiene e si incontra. Ricorrono due dei personaggi che si incontrano all’Osteria dell’Orso Bruno (il matrimonio non va in porto, il Principe, con i suoi 30 scudi promessi in dote, scompare dall’orizzonte), le loro rispettive famiglie e, a pagina 33, irrompe la figura di Napoleone, il giovane generale corso che se fosse nato un anno prima sarebbe ancora stato suddito di Genova, appassionato di matematica e di artiglieria, seguito dalla campagna d’Italia attraverso quella d’Egitto sino ai fasti dell’Impero, con l’avventura in Russia, la prima caduta, l’Elba, Waterloo, e il malinconico viaggio sulla nave Northumberland verso l’esilio di Sant’Elena.

La cronaca è cronaca, ma non mancano momenti che ne vanno oltre: Napoleone sulla nave in rotta per l’Egitto che si fa leggere i poemi di Ossian, Napoleone, che, un po’ troppo smaniosamente geloso di Giuseppina Beauharnais, sua prima moglie, si sente dire dal capo del Direttorio: «Solo gli uomini di basso rango si sentono offesi se la moglie li tradisce», Napoleone a Erfurt di fronte a Goethe, che ne nota le mani piccole e femminee e, indispettito, si sente chiedere perché ha scritto un Werther così privato e non politico. Contraltare delle vicende di Napoleone, che investono il mondo, e di quelle minori di suo cognato Gioacchino Murat, da figlio di locandiere a re di Napoli, sono le vicende più domestiche e private di Costantino e di suo figlio Giacomo, che quando diventano in successione capi dei guerrilleros del Piceno, in qualche modo entrano nell’agone della storia, e soprattutto quello del conte Monaldo Leopardi e di suo figlio Giacomino. Monaldo è forse il personaggio descritto con più affetto nel libro: improbabile amministratore dei propri beni, studioso dalla biblioteca ricchissima, innamorato della moglie Adelaide e poi un po’ suo succube, neppure più padrone di mangiare una frittata in casa sua, impegnato in politica ma controvoglia. E anche un po’ snob: quando Napoleone rifiuta il suo invito a cena, lo chiama «il cafone corso», Padre amoroso di un figlio malaticcio ma allegro, capace di scherzi buffi, di recitare filastrocche divertenti, campione nel sapere, precoce studioso e compositore di tragedie a gara con lui. Ma il romanzo di Fazi si presenta come un vero romanzo di idee soprattutto nelle pagine in cui viene contrapposta la Bellezza alla Potenza, quando la storia viene letta in questa chiave. La Potenza di Napoleone sconfigge la Bellezza di Venezia e di Roma. Ma è una vera vittoria? Quando Monaldo entra a far parte della Congregazione del governo delle Marche, che si riunisce a Macerata, porta il figlio giovanissimo all’Università per pronunciare un discorso. E proprio nel discorso di Giacomino, che presto sarebbe diventato il poeta gigantesco dell’Infinito, oggi leggiamo la riflessione che regge tutto il libro. Se si suppone che la vera felicità dei popoli consiste non nella Potenza, ma nella pace propizia alla creazione di cose belle, nella prosperità, nella agricoltura, allora l’equilibrio cambia: «Se questo fosse vero, cioè che il paradigma per valutare la felicità degli Stati è la Bellezza e non la Potenza, probabilmente non esiterebbe al mondo un popolo più felice di quello degli Italiani».

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