Senza Calenda, ritroviamo l’orgoglio di essere sinistra

Un solo suggerimento mi permetto, lasci perdere Carlo Calenda quel riferimento all’onore. Il termine è impegnativo, il concetto di più. Per il genio di Leopardi l’onore era la cura che ciascuno doveva coltivare verso l’opinione che gli altri avrebbero maturato su di lui, in altre parole la forma più alta di rispetto nei confronti del prossimo.

Era la base sulla quale poggiare tenuta morale e coesione civile di una nazione da contrapporre a una “società stretta” tipica di élite segnate da individualismo e indifferenza.

Ora, non dubito che il fondatore di Azione si sia convinto a rompere un accordo sulla base delle critiche social, e non solo, raccolte nei quattro giorni successivi al patto del Nazareno.

Temo però abbia ceduto a un riflesso ingannevole circa il giudizio destinato a prevalere nel tempo dinanzi a un cambio tanto repentino e incomprensibile.

A conferma che talvolta tra una valanga di tweet e la rilettura del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani la seconda pratica può favorire ingegno e immaginazione meglio della prima.

Tornare a sinistra

Detto ciò credo abbia ragione il direttore di questo giornale quando invita tutti noi, e il Pd in primo luogo, a gettarsi in una campagna elettorale dove i propositi di una sinistra di governo abbiano orgoglio e coerenza per mettersi in mostra, dirsi e dichiararsi per ciò che sono, un bagaglio di principi e soluzioni, di valori, radicalmente alternativi a ciò che la destra ha in animo di sdoganare se le urne dovessero premiarla al di là dei suoi demeriti piuttosto clamorosi.

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Sinora il blocco di Lega, Forza Italia e Giorgia Meloni si è distinto per l’ipotesi impraticabile di un blocco navale con cui rimbalzare barchini e gommoni sulle coste libiche, per una riduzione fiscale concepita guardando a tutti, evasori compresi, meno che ai lavoratori dipendenti sulle spalle dei quali pesa lo zaino Irpef più gravoso, per tacere l’ennesima flat tax con aliquota unica del 23 per cento.

Non poteva mancare la soppressione del reddito di cittadinanza secondo il refrain di giovinastri impigriti sul divano mentre oltre metà dei percettori di quel sussidio sono  inoccupabili poiché malati, anziani o disabili.

Davanti a una fotografia simile dove ambiguità permangono sul fronte delle alleanze in Europa e sulla scena internazionale, compito nostro è battere su pochi tasti e parole da risultare martellanti sino al voto: “tutti saranno curati e assistiti” è la prima garanzia di accesso a una cittadinanza piena.

Vuol dire il diritto a non rimanere soli quando soli non si deve restare, nel momento della sofferenza, della malattia. 

Combattere disuguaglianze indecenti significa aggredire l’impoverimento di massa che distrugge il paese.

Dietro le cifre (12 milioni di italiani faticano, oltre 2 milioni e mezzo chiedono un aiuto alimentare) c’è prima di tutto la dignità della persona.

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Sostenere le fasce deboli abbandonando i bonus a pioggia vuol dire fare del diritto al lavoro e a un salario giusto la bussola della ripresa.

Se alziamo lo sguardo oltre il cortile capiamo il rischio di proteste sociali figlie della paura. Dalla Francia al Regno Unito sino all’Olanda paralizzata dagli agricoltori che protestano contro il taglio delle emissioni inquinanti entro il 2030, a moltiplicarsi sono movimenti dal sapore antico – parlano di terra, pane, bestiame – ma attuali nel contestare un altro modello di crescita.

Battersi da sinistra vuol dire che non può darsi alcuna transizione ecologica o ambientale senza le compensazioni necessarie per quanti, i lavoratori in primis, da quella rivoluzione materiale e culturale uscirebbero penalizzati. Sono esempi, dovremo parlare naturalmente di scuola e formazione permanente per tutto il corso della vita, di quel lavoro alle donne che, stima Bankitalia, se raggiungesse un tasso del 60 per cento produrrebbe sette punti d’incremento del Pil, di riforme di civiltà, tutte mancate una volta di più nella legislatura appena conclusa.

L’insieme non è un’agenda, parola da bandire per il resto dell’estate. Dovrebbe essere il racconto dell’Italia che abbiamo in mente. Delle nostre priorità, nulla più e nulla meno di questo.

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Perché solo portando alla luce le gerarchie vere che si scelgono alcuni milioni di persone ritroveranno una fiducia delusa da scelte estranee alla loro vita, dal jobs act a un taglio con cesoia della rappresentanza democratica. Facciamolo così il campo largo e chiudiamola la pagina delle polemiche sulle sigle da alleare.

Tra accreditamenti oltre oceano e bagni a Lampedusa la destra sta spartendosi ministeri che ancora non ha. Noialtri concentriamoci sui voti perché il 26 di settembre a contare saranno solo quelli.

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