Sfera Ebbasta ha una piazza dedicata. Bene, allora dedicatene una anche a me, magari ad Ancona


Quest’anno non smette mai di stupirci. Lo so, detto così sembra che lo spirito di Hell Raton si sia impossessato di me. GG per il 2020. Ma è un dato di fatto che un anno iniziato con le foreste dell’Australia in fiamme gli USA che pensano di radere al suolo l’Iran, per lasciare poi spazio alla pandemia del Covid19, gli scontri razziali, terremoti, alluvioni, chi più ne ha più ne metta, non riesce proprio a starsene un giorno in santa pace, tormentandoci come certi spiritelli nei film di fantasmi.

Di questi giorni è infatti la notizia del ritorno sul mercato di Sfera Ebbasta. Fermi, non volevo certo star qui a fare battutine idiote paragonando un ipotetico disco di merda con catastrofi serissime che hanno causato lutti e dolori. Non sono così idiota, nonostante, mi rendo conto, la clausura portata avanti per mesi stia influendo non poco sulla mia lucidità.

Solo che il modo in cui Gionata Boschetti, questo il nome all’anagrafe di Sfera Ebbasta, ha deciso di percorrere per tornare sul mercato mi sembra incarni perfettamente lo Zeitgeist, sia la perfetta fotografia di questo che, suppongo, troverà tutti concordi nell’essere definito l’anno più assurdo da che si è a questo mondo.

Allora, stiamo vivendo da quasi un anno, diciamo anche qui le cose come stanno, in un perenne stato di allarme, le sirene delle ambulanza, le notizie terrorizzante dei media, l’elenco dei malati e dei morti. Se prima il Covid19 sembrava più una cosa che era lì fuori, ma impalpabile, almeno per chi non viveva in certe zone, e io, porca miseria, vivo in certe zone, ora è difficile che in tutte le parti del paese ci sia ancora qualcuno che non conosce almeno una persona che si sia malata, che sia finita in ospedale, che forse sia anche morta. Io ne conosco diverse, e al momento in cui scrivo, per dire, posso contare almeno una trentina di persone a me vicine, anche fisicamente, nel senso di gente che vive nel mio quartiere, che se ne sta a letto, in alcuni casi attaccati all’ossigeno. Stiamo poi, le cose sono ovviamente strettamente legate, vivendo la più imponente crisi economica degli ultimi decenni, e non è che arrivassimo a questo 2020 su poltrone di velluto rosse con pomelli d’oro, per intendersi. Ma vediamo non solo le tante serrande tirate giù dai DPCM, termine che ormai fa parte del nostro vocabolario, e questa già la dice lunga, ma anche quelle chiuse definitivamente dal fallimento. Insomma, fossimo artisti, avremmo assolutamente molto di cui parlare. O avremmo molto di cui non parlare, usando l’arte, magari, per farci evadere. Sublimazione o evasione, comunque direi che è impossibile non fare i conti con l’oggi, su questo dovremmo tutti essere concordi.

Invece Sfera Ebbasta decide di anticipare l’uscita del suo album con la canzone Bottiglie privè, già per il titolo andrebbe coperto di pece e piume e fatto circolare per le strade delle città, lasciando alla popolazione, mai come di questi tempi il popolo si sta dimostrando bue, per dirla coi patrizi, canzone nella quale usa le attualissime immagini di bottiglie, immagino di Dompe, e dei privè, suppongo delle discoteche chiuse da mesi, per sottolineare come lui che è uno di grande successo, nei fatti, non è che stia vivendo serenamente il suo potersi permettere questo e quello, a molti sarà venuto in mente quando per far vedere ai suoi concittadini di Cinisello Balsamo, periferia di Milano, abbia deciso di sorvolare le strade a bordo di un elicottero, croissant per i poveri, avrà pensato. Il successo è difficile da sopportare, questo il concetto. Roba per altro mai sentita prima, davvero, inedita. Del resto quando Kurt Cobain si infilava un fucile in bocca lui, ancora solo Gionata Boschetti, aveva appena un anno e mezzo, magari gli sarà sfuggita la storia del rock, del pop e di buona parte dello spettacolo.

Ok, siamo in un anno di sofferenze estreme, di lutti e di crisi economica, e tu te ne esci con una canzone che parla di bottiglie e di privè per dirci che soffri il successo. Bene così. Fai anche un film, o meglio, viene fatto un film su di te, dal mio compare Pepsy Romanoff, col quale ho collaborato per il film su Vasco, Vasco Non Stop, film che si intitola Famoso, come il tuo nuovo album, il concetto ci è chiaro.

Non me ne voglia Pepsy, ma il film non l’ho visto, ho stima di lui, e soprattutto voglio bene a me stesso, non ce la potrei fare. Solo che leggo che durante le quasi due ore di durata Sfera non parla di Corinaldo, e il tutto viene relegato a immagini, mi dicono a effetto, sul finale. Bene per Pepsy, meno per lui.

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Ora, Corinaldo. Ai tempi sono stato il primo a sottolineare come quello che Sfera Ebbasta avrebbe dovuto tenere a Corinaldo la notte tra il 7 e l’8 dicembre 2018, non fosse un concerto, ma una ospitata. Uno dirà, e sticazzi. Beh, non proprio. Perché aver attirato alla Lanterna Blu, locale che non era esattamente il Forum di Assago, una folla assai ampia di persone, molti dei quali minori, anche bambini, giocando sull’ambiguità del “concerto di Sfera Ebbasta”, vede sicuramente moralmente e forse non solo moralmente colpevoli i gestori del locale, ma vede un filo coinvolti anche il rapper e il suo entourage. Perché che quello non fosse il posto più sicuro del mondo lo sapevano in tanti, nel giro, non a caso di quei giorni sarà una polemica con Fedez, pronto a alzare il dito accusatorio anche se a sua volta presente in loco per due serate nei mesi precedenti, e aver accettato che la cosa passasse così ambiguamente, attirando folle ingestibili, mia opinione, non è un fatto da prendere così alla leggera. Ma diciamo pure che Sfera Ebbasta non abbia colpe morali, non sono Dio, non sono un prete, non è mio compito indicare colpe morali, né parlare proprio di morale, diciamo che non essere andato in loco la notte stessa possa anche essere stata una mossa azzeccata, per non creare ulteriore caos mentre vigili e forze dell’ordine cercavano di salvare i poveri ragazzi e bambini rimasti schiacciati mentre scappavano fuori da quella che un tempo era una cascina, sei saranno le vittime, cinque giovani fan di Sfera e una mamma che aveva accompagnato sua figlia, diciamo che non essere andato a trovare i feriti nei giorni successivi non è stato proprio il gesto più bello visto da chi opera nello show business. Passi non essere andato ai funerali, perché magari non voleva rubare la scena, ma una visita in privato all’ospedale, dai, ci stava. Invece no, Sfera si tatua le sei stelline per lutto, sticazzi. Poi posta una foto in boxer e cappellino da Babbo Natale, parlando di “pacco regalo”, che finezza, e dicendo che il 2018 era un anno in cui “aveva spaccato”. Davvero geniale. Poi, vado veloce, gli sfilano The Voice da sotto il culo, perché la Rai non lo ritiene adatto, proprio per quelle ambiguità. Gli affidano invece una poltrona a X Factor, seduto sulla quale non riesce a fare altro che dire “hai spaccato”, dimostrando come a volte dietro testi che non trasudano genialità ci possa in effetti essere qualcuno che anche parlando non trasuda genialità.

Arriviamo all’oggi. Sei quello che sta faticando a andare più veloce di chi ti odia, come hai postato sui social in riferimento a una mamma di una vittima di Corinaldo che ti rinfacciava proprio quei post sui social così poco sensibili. Hai delle ombre e invece vorresti fosse tutta luce, del resto già soffri di tuo per il troppo successo, come comunicare il fatto che stai per uscire con un nuovo album? Con un bel servizio fotografico che ti vede di fronte a una lapide con su scritto il tuo nome e il tuo cognome, e con incisa la tua data di nascita, 7/12/1992, ma anche la tua data di morte, 20/11/2020. Ok, l’idea era originalissima, l’artista che fa morire il se stesso comune mortale, lasciando che solo il se stesso artista abiti il mondo. Lo hanno fatto in tanti, da Lady Gaga a stocazzo. Solo che tu, Sfera, hai quella faccenduola lì in sospeso. Magari averesti potuto optare per qualcosa di diverso. Mettici anche che questo è un anno tragico come non mai, quasi cinquantamila morti di Covid, metà dei quali proprio nella tua regione, la Lombardia. Del resto, se pubblichi sotto l’egida del megadiscografico passato agli annali come Gino con le Mutande, cosa potremmo mai pretendere. Avanti così.

Arriviamo davvero all’oggi. E so che questo capitolo del mio diario della pandemia lo pagherò caro, perché tutte le altre volte che ho scritto in maniera dura di Sfera Ebbasta mi sono arrivate contro le scimmie urlatrici, per dirla con l’amico Emiliano Rubbi, ho subito shit storming, mi hanno segnalato in massa e ho avuto i profili social bloccati per giorni, mi hanno minacciato, e hanno minacciato la mia famiglia, insomma, la solita roba, sono pronto a tutto. Arriva il giorno in cui sta per uscire il nuovo album di Sfera Ebbasta, Famoso. Pieno di collaborazioni internazionali, motivo che potrebbe indurci a pensare che magari il disco abbia avuto una gestazione talmente lunga da far sì che Bottiglie privè sia stata scritta assai prima della pandemia, come dire, non è colpa sua se ha scritto una canzone su un argomento implausibile, di questi tempi, era già lì in programma da mesi. Cosa fare per promuovere il tutto con giusto peso?

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Ecco la trovata. In compagnia di Spotify, diciamo che lo streaming e il grande bluff che lo streaming ha reso reale, cioè la leggenda metropolitana che gli ascolti dello streaming siano paragonabili alle copie vendute, e che quindi milioni di stream siano uguali a vinili e cd, Spotify, quindi, che ha in qualche modo contribuito a rendere Sfera Ebbasta chi è, in comunione col sindaco di Cinisello Balsamo, di cui non ho neanche voglia di andare a reperire il nome in rete, perché, non me ne voglia, non mi interessa neanche vagamente di dar lustro a chi compie gesti del genere, decidono di intitolare per tre mesi una piazza, un largo, vai a capire, di Cinisello Balsamo a Gionata Boschetti, in arte Sfera Ebbasta. Cioè, lo stesso Gionata Boschetti che era celebrato, in quanto morto, nelle foto promozionali di Sfera Ebbasta, si ritrova il nome su una piazza, va beh, per tre mesi, perché nei fatti non si possono intitolare vie o piazze a viventi, nella sua città natale, quella Cinny che così tanto ha cantato, almeno ai suoi esordi.

La cosa, è ovvio, non manca di far discutere. Per i motivi fin qui raccontati. State dedicando una piazza a uno che ha queste ambiguità sul suo passato? Non dico colpe, sia chiaro, parlo proprio di ambiguità.

La periferia è periferia, mi ha fatto notare qualcuno, specie qualcuno che da quella periferia spesso dimentica, anzi, sempre dimenticata, è arrivato e ancora vive.

Ora, mi fermo, non prima di aver sottolineato come io non sia arrivato a Milano dalla periferia, ma da quella provincia che vede Corinaldo a pochi chilometri di distanza, Ancona, appunto.

Mettiamo da parte le ambiguità, che però ci sono e restano, quelle che fanno dire a chi lo difende, non si può imputare a Sfera Ebbasta colpe che la giustizia ha riconosciuto a altri, i delinquenti che hanno spruzzato lo sprai al peperoncino dentro la discoteca, non ho voluto raccontare nel dettaglio i fatti, già notissimi.

Perché un sindaco, per quanto giovane, trentacinque anni, per quanto leghista, e forse questo potrebbe indurmi a rispondere a questa mia domanda senza dover andare troppo in profondità, decide di intitolare una piazza a un cantante vivente, giovanissimo?

E perché lo fa con Spotify?

Vogliamo parlare di arte? Non me ne voglia il sindaco di Cinisello Balsamo, al quale però suppongo non è l’arte che interessa, ma no, non voglio parlare d’arte con un sindaco leghista. Non è un interlocutore credibile. Sì, lo dico, faccio lo spavaldo, non è alla mia altezza. Sfera Ebbasta artisticamente non meriterebbe una piazza, a meno che non si vogliano intitolare piazze e vie a tutti gli artisti molto più rilevanti artisticamente di lui, cosa che non mi sembra essere però in programma. Nel senso, se a Sfera Ebbasta dedichi una piazza per la sua arte, a Rancore, resto nel suo campo, dovresti dedicare il palazzo del Comune. A Fossati dare il nome del Mar Tirreno, poi.

Del resto non mi risulta a Cinisello Balsamo, come nel resto di Italia, ci siano piazze o vie intitolate a Dario Fo, che ha ricevuto il Nobel per la Letteratura, vogliamo davvero tirare fuori il valore artistico di Sfera Ebbasta per giustificare la piazza? Dai, Bottiglie privè?

No, non è l’arte che viene tirata in ballo in queste scelte. Del resto Spotify non è affatto interessata all’arte. Daniel Ek, il suo fondatore, lo ha più volte detto, neanche troppo tra le righe. La musica che supportano, i metodi che indicano per farsi supportare (recente la faccenda del rinunciare ai già scarsissimi introiti per farsi promuovere lo dice bene) ci dicono chiaramente che l’arte e Spotify non fanno parte dello stesso discorso.

Ok, allora perché viene intitolata una piazza a un giovane? Se non è per l’arte è per il successo e la fama? O per i numeri?

Mhmmm. Il successo e la fama sono argomenti scivolosi, scivolosissimi. Tina Cepollari ha successo, è famosa. Vogliamo dedicargli un largo o una piazza di Roma? Belen è famosa, Vacchi è famoso. Devo andare avanti? Se è per il successo che Sfera Ebbasta ha una piazza, seppur a tempo, vorrei che Largo La Foppa, a Milano, venga intitolato a Fabrizio Corona, o via Settembrini a Lele Mora. Dai, non scherziamo.

I numeri. Ecco, ci sono rimasti giusto i numeri. Sempre che si possa seriamente parlare di numeri per quelli prodotti dallo streaming, argomento che però ho affrontato talmente tante volte da essere venuto a noia a me, non oso immaginare a chi mi legge.

Diamo per buoni i numeri dopati dello streaming. Sfera Ebbasta è campione di questi tempi, grazie al Tavecchio che guida da tempo l’associazione di settore e le certificazioni ha ricevuto più dischi di platino e d’oro lui che, credo, Zucchero e Vasco Rossi, prendiamo per buona questa pantomima. Diamo poi per assodato che se vendi tanto ti meriti una piazza nella tua città natale, per il fatto che l’hai portata alla ribalta delle cronache, seppur di Sfera Ebbasta nelle cronache non musicali si sia parlato solo per Corinaldo, prima sfido una persona che non segua la musica di oggi che lo avesse mai sentito nominare, per il fatto di aver reso Cinisello non più dentro notizie di cronaca e basta, ma anche dentro canzoni di successo, sic. Se vale questo principio, se cioè vendere e fare numeri è sufficiente per avere piazze e vie, direi che Fabio Volo, lo scrittore italiano che vende di più tra quelli in vita, merita che gli venga intitolato oggi il corso di Brescia, come immagino che a Vasco debbano intitolare lo stadio di San Siro, essendo l’artista che ci ha portato più gente. Ma poi, perché fermarsi alla musica, intitoliamo a Totti il Colosseo, a Del Piero il Valentino, a Baggio, beh, a Baggio le traverse di tutti i campi di calcio.

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Io, per dire, sono indubbiamente lo scrittore della mia città natale, Ancona, che ha venduto più libri da che la forma libro esiste. Lo dico senza paura di essere smentito. Coi miei ottanta titoli, il prossimo, l’ottantesimo, esce il primo di dicembre, ho venduto oltre un milione e duecentomila copie. Nessuno ha fatto altrettanto in Ancona, anzi, il solo fatto che per un milione e duecentomila volte la dicitura “è nato in Ancona”, e non “è nato ad Ancona”, perché noi di Ancona diciamo così, in Ancona, sia entrato nelle case degli italiani meriterebbe un encomio cittadino, il Ciriachino d’Oro, corrispettivo della mia città dell’Ambrogino d’Oro, o almeno le chiavi della città, ma siccome ho venduto così tanto, forse, Leopardi a parte, nessuno scrittore marchigiano ha venduto altrettanto, azzardo questa ipotesi, dovrebbe farmi ambire a una via o una piazza. Parlo seriamente, se Sfera Ebbasta ha una piazza a tempo per lo streaming, numeri discutibili, potrò avere io una piazza per libri di carta, destinati a rimanere sicuramente più a lungo di link e file? Ho parlato di Ancona in quasi tutti i miei libri, sicuramente in tutti quelli di narrativa, ho anche parlato di Ancona in quasi tutti i miei articoli. Nel mondo dello spettacolo tutti quelli che conosco, cioè la quasi totalità dei cantanti, sanno che sono di Ancona e associano quella città a me, come buona parte dei miei lettori, merito o no una piazza?

Vogliamo lanciare un appello alla sindaca Valeria Mancinelli? All’Assessore alla Cultura Paolo Marasca? Dedicatemi una piazza, ma non una di quelle sfigate, periferiche, come la via della zona industriale che avete dedicato al poeta Franco Scataglini, il solo a aver portato il nostro vernacolo nelle antologie nazionali, va detto, ma sicuramente con numeri inferiori ai miei, no, una bella piazza centrale, non dico Piazza Cavour, ma perché no, Cavour neanche ci è mai passato da Ancona.

Dedicate a me Piazza Cavour e a Massimo Gadda il Del Conero, lo stadio Dorico, direi, a Maurizio Zandegù. La regoletta del “nessuno è profeta in patria” nel mio caso non vale, sono in esilio da anni a Milano.

Solo una preghiera, se nell’abbattere la statua di Camillo Benso voleste, lecitamente, erigere una statua a me dedicata, non chiedetela a Floriano Ippoliti, l’artista che ha creato Violata, la statua che si trova di fronte alla galleria San Martino e che in teoria dovrebbe essere un monito contro la violenza sulle donne. Non vorrei mai che per celebrarmi mi rappresentasse con le mutande calate o roba del genere. Facciamo così, voi ci mettete la piazza, la statua la porto io.

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