Sfruttamento nei lidi: ‘Mi pagavano 2 euro l’ora, perciò col Reddito di Cittadinanza non trovano personale’

È ormai distante dal mondo della ristorazione, si occupa di altro. Eppure in questi giorni gli è successo qualcosa cui in un primo momento stentava a credere: la telefonata di un centro per l’impiego perché iniziasse a lavorare in un bar.

Andrea, 32enne del Lago Patria, ha spiegato quest’avvenimento inconsueto in un post su Facebook, in parte frainteso ma il cui concetto chiave è chiaro: il settore, da sempre particolarmente propenso a contratti (ad andar bene) prossimi allo sfruttamento, dall’introduzione del Reddito di Cittadinanza è stato in qualche modo costretto a cambiare marcia.

Andrea, il centro per l’impiego ti ha contattato per lavorare in un bar. Come mai questa telefonata se non sei del settore?
“Ho lavorato in passato nella ristorazione, e molto probabilmente l’ufficio di collocamento mi aveva nei suoi archivi e ha iniziato un programma a tappeto di chiamate. Ora faccio tutt’altro, è un mondo che ho abbandonato da tempo e probabilmente il centro per l’impiego era fermo a contratti di quando avevo circa 20 anni. Adesso ne ho 32 e lavoro nel settore farmaceutico”.

Come ti spieghi una chiamata simile tanto tempo dopo?
“Credo sia dovuta al fatto che nel settore in questo momento c’è carenza di personale, non si riesce a trovare chi sfruttare. La telefonata che ho ricevuto non è un caso isolato. Dopo che ho pubblicato su Facebook un post in cui raccontavo quanto era successo, sono stato contattato da altre persone che come me avevano ricevuto la stessa chiamata, persone che come me avevano lavorato nella ristorazione tra i 20 e i 25 anni”.

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Non hai accettato però l’offerta di lavoro.
“No, assolutamente, ho troncato subito sul nascere la richiesta. Per tanti anni, anni importanti come quelli dell’università, mi avrebbe fatto piacere una telefonata del genere. È successo adesso invece, quando evidentemente nel settore chi assume è costretto a contratti regolari e quindi anche a passare per vie più ‘istituzionali’ come il collocamento”.

Mi pare di capire, e uso un eufemismo, che non hai un ottimo ricordo del settore.
“Qui c’è veramente la cultura dello sfruttamento. Lavoravo con contratti stagionali di un paio di mesi. Ci sono realtà di cui purtroppo non si parla molto, ad esempio gli stabilimenti balneari. Ma lì si lavora 12 ore al giorno per 30 euro (sono 2 euro e 50 centesimi l’ora, ndR). L’ho fatto, conosco chi lo fa ancora oggi. Giornate intere a volte con un quarto d’ora di pausa soltanto. Questa è schiavitù a tutti gli effetti. Ero contrattualizzato per sei ore al giorno e poi ne lavoravo il doppio. Ma era quasi la migliore delle ipotesi possibili, c’erano e ci sono tantissime persone che lavorano senza nessun contratto, chiamati occasionalmente, ad esempio nel weekend. Mi è capitato tutto quello che succede in questo settore. Ad esempio di parlare con strutture ricettive che si presentavano benissimo, molto attente a spiegarmi quanto di buono offrissero ai clienti, ma i cui titolari quasi si offendevano quando chiedevo loro quanto sarei stato pagato. Credo che siano episodi molto frequenti, che purtroppo se ne vedano di tutti i colori. Questo peraltro in un settore, quello turistico-ricettivo, che è fondamentale nell’economia di questo paese e che dovrebbe funzionare nel migliore dei modi”.

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Eppure sembrava quello che volessi fare nella vita, giusto?
“Io ho un diploma alberghiero, da qui i miei inizi nella ristorazione. Poi ho studiato biologia e da circa sei anni lavoro come informatore farmaceutico. Però sì, all’inizio la strada che mi sembrava più naturale era quella del settore turistico. Era il lavoro di mio cugino, ne era entusiasta e decisi di provare anch’io. Adesso, col senno di poi, posso dire che è un ambiente del quale mi hanno fatto venire la repulsione. Un lavoro come un altro, che rispetto, ma per cui dovrebbero valere gli stessi diritti che ci sono altrove. Otto ore al giorno, retribuite, con un contratto stabile a tempo indeterminato o determinato che sia. Un conto è lavorare otto ore, un altro è farne 12 in un solo giorno, è anche una questione di usura fisica e mentale”.

Qualcosa però, come tu stesso hai detto e come dimostra la telefonata del centro per l’impiego, pare stia cambiando. Attribuisci questo clima differente all’introduzione del Reddito di Cittadinanza?
“Dieci anni fa, quando cercavo lavoro nel settore turistico-ricettivo, non si parlava mai di salario minimo, di contratti nazionali. Erano concetti lontanissimi dalla gente comune. Sì, attribuisco all’ascesa di questo strumento il fatto che certe idee siano diventate di pubblico dominio. Ci sono persone, ne conosco, che senza il sussidio durante il lockdown non sarebbero riuscite a mettere il piatto a tavola. Lavoravano in nero, e quando tutto era fermo loro non venivano pagati. Come avrebbero fatto senza il Reddito di Cittadinanza? Adesso queste stesse persone, a fronte di una proposta lavorativa scadente, possono dire di no. Possono dire ‘no, non mi conviene, mi conviene soltanto se mi viene fatta un’offerta concreta, dignitosa, regolare’. A molti però non piace questo strumento, ed è chiaro il perché: preferiscono avere schiavi a disposizione”.

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Sei soddisfatto ora del tuo lavoro?
“Sono inquadrato come agente di commercio, sono una partita Iva, ma la verità è che chiunque sia subordinato ad un’azienda dovrebbe avere un contratto da dipendente. È una tipologia di rapporto di lavoro che agevola le aziende e tutela poco i collaboratori”.

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