Shirley MacLaine: “Il mio rimpianto si chiama Marlon Brando”

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A 86 anni ha un solo rimpianto: avrebbe voluto lavorare con Marlon Brando. “Ma penso che sarei stata più interessata a capire cosa avrebbe fatto lontano dalla macchina da presa, perché era così strano”. Shirley MacLaine rivela a Variety il segreto della sua longevità artistica: non essere mai stata una diva. Talento e ironia, protagonista di film indimenticabili – L’appartamento, Irma la dolce, Fiori d’acciaio, Due vite una svolta, Oltre il giardino – ha vinto l’Oscar nel 1984 per Voglia di tenerezza di James L. Brooks. Nella sua lunga carriera ha collezionato quattro Golden Globe, due premi Bafta, un Emmy, due Coppe Volpi e due Orsi d’argento. Ha capito subito quello che voleva fare nella vita.

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La madre la iscrisse in una scuola di danza quando aveva 3 anni per rafforzare le caviglie deboli, e quei lunghi allenamenti le hanno insegnato la disciplina e il rigore. Aveva solo 16 anni quando lasciò Arlington, in Virginia, per debuttare a Broadway. “Non sono una diva. Il mio modo di essere deriva dalla mia formazione, ho imparato la disciplina dal balletto fin da bambina. Ho fatto un lavoro duro e onesto, ci ho messo dentro l’arte. Non ho mai pensato di smettere” racconta l’attrice “perché volevo pagare i biglietti aerei per viaggiare. Mai vissuto in stile hollywoodiano. Quando penso alla mia vita, non sono sicura che non metterei i viaggi al di sopra dello spettacolo”.   

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Shirley MacLaine, 86 anni 

Intraprendente, (“Avevo una certa quantità di quella che chiamerei ‘ingenuità sofisticata’”), si trasferisce a New York subito dopo il liceo. La sua vita  cambia dall’oggi al domani quando, come ballerina nella produzione originale del 1954 di The Pajama Game, sostituisce la star Carol Haney che si era slogata una caviglia. “Sapevo di avere una specie di angelo che vegliava sulle mie spalle quella notte, mentre il cast pensava: ‘Che cavolo farà??”. 

Il primo film è La congiura degli innocenti di Alfred Hitchcock del 1955. “Ho sempre avuto un atteggiamento da ragazza del coro” spiega MacLaine. “Hitchcock era il regista, quindi era lui il capo. Questo è quello che ho imparato da quando avevo tre anni. Mangiava sempre con me. Ho guadagnato 25 sterline con quel film, e ricevetti una telefonata da Frank Freeman, che all’epoca era il capo della Paramount: ‘Dovremmo semplicemente strappare il tuo contratto? Smetterai di mangiare?’. C’erano ottimi ristoranti nel Vermont. Parlavamo, Hitchcock mi raccontava delle storie, diventava cinico in modo molto sottile. Ero giovane, ero solo contenta di essere in sua compagnia perché era così ironico e metteva alla prova tutti quando era caustico. Lo capisco adesso”.

MacLaine con Jack Nicholson e il regista James L. Brooks, con gli Oscar vinti nel 1984 grazie a ‘Voglia di tenerezza’ 

Nella sua lunga carriera ha girato due film con Billy Wilder: L’appartamento nel 1960 e Irma la dolce tre anni dopo. “Mi è piaciuto lavorare con lui ma non lo metterei a capo della lotta per la liberazione delle donne. Jack Lemmon, invece, era un grande amico. Il migliore”. Spiega di aver avuto molti amici maschi a Hollywood. “Ero una grande lavoratrice, Non c’era mai alcuna tensione con me, c’era pochissima energia sessuale in quelle relazioni. Era tutto molto: ‘Sono il tuo amico. Puoi fidarti di me. Ti dirò la verità’”.  

Ha vinto l’Oscar con Voglia di tenerezza ma confessa che non è il titolo preferito dai fan, forse perché parla di relazioni conflittuali. “Quanti in questo periodo e avendo un’età, lo vedrebbero per sentirsi meglio? Però quando, la sera degli Oscar, Liza Minnelli ha pronunciato il mio nome ho pensato di aver meritato il premio. Mi sono detta: ‘Ok, sta andando secondo i piani’. È stato meraviglioso vincere dopo quattro nomination e poi mi hanno anche cancellato qualche multa perché si ricordavano che avevo vinto un Oscar”. Considera Frank Sinatra “un talento. Ci è nato, ma da bambino era solo e la musica è stata la sua migliore amica”; delle colleghe con cui ha girato Fiori d’acciaio: “Julia Roberts era così giovane, ha speso la vita a imparare”. Di Dolly Parton loda la professionalità: “Conosce se stessa. Era strizzata in un corsetto, con la parrucca e i tacchi alti: chiunque avrebbe perso il fiato. Era l’unica che non sudava e non si lamentava per il caldo”.  
 

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