Si può morire così, sbriciolati per un cavo che si rompe, in un giorno di primavera, mentre si tornava a vivere, a sorridere?

Tornare a sorridere dopo il lungo sonno del Covid, tornare a vivere e invece trovare la morte. Lassù, in cielo, a millecinquecento metri di altezza, lontani dalle umane miserie ci sono quindici persone che sorridono, che si estasiano alla vista di un panorama dipinto da un Dio in stato di grazia. È la corsa su per il Mottarone, tra il piazzale Lido di Stresa e la vetta del monte che divide due laghi, il Maggiore e quello di Orta. Qui nei paraggi, ad Arona, c’è il san Carlone, alto 35 metri, Carlo Borromeo che assiste sgomento: a trecento metri dall’arrivo, si trancia un cavo e la funivia cede, precipita e rotola, rotola finendo di distruggersi nel bosco. Di quindici turisti ne muoiono tredici, poi, a sera, anche un bambino. Un altro giace nelle mani dei medici dell’ospedale Regina Margherita Torino fra la vita e la morte. Quattro famiglie cancellate, gente italiana ma anche israeliana e iraniana fermatasi a Pavia o in Calabria. Arrivati quassù per destini diversi, come nel Ponte di San Luis Rey, a trovare insieme la fine.
Cosa è successo? Come ha potuto succedere? Subito il circo degli inquirenti, pubblici ministeri, tecnici, periti, pompieri, carabinieri e la solita trafila che parla di sequestro del rottame, di fascicoli aperti per omicidio colposo plurimo. Morire così, in un giorno di primavera, mentre si tornava a vivere, a sorridere. Morire così, sbriciolati per un cavo che si rompe? Per cattiva manutenzione? Per l’usura del disuso in un anno di pandemia? Per uno scherzo crudele del fato? La cabina poteva arrestarsi ma il freno di sicurezza non ha funzionato e il precipizio è stato rovinoso, senza scampo. Quattro famiglie che tutto si aspettavano tranne che finire così, in un momento d’incanto, uno di quei momenti sublimi che poi racconti per la vita, che riprendi col telefonino e invece non ci saranno racconti e quasi neppure il tempo del terrore. Morire così, lasciarsi dietro le assurdità di un Paese sbandato in un mondo che pare avere perso la sua orbita, ma forse valeva lo stesso la pena di starci. Una coppia di ragazzi appena andati a convivere. Padri, madri; italiani alla scoperta dell’Italia; gente che, senza saperlo, festeggiava l’ultimo compleanno; fidanzati che sospesi nel cielo sognavano un futuro propizio, senza troppe pretese ma pieno di quelle cose normali di cui è fatta la vita.
Niente. Uno scossone della funivia, l’oscillare terribile, il volo a strapiombo. E poi silenzio. E poi le sirene del lutto e del dolore. E il circo equestre di chi dovrà capire, dovrà spiegare e giudicare.
Il Mottarone diventa una data e triste data, una ricorrenza di strazio come il Cermis, due volte, la seconda per la manovra criminale di piloti americani che non avrebbero pagato, come Betten-Bettmeralp, sulle Alpi svizzere, come Cavalese, come Champoluc. Ma basta questo a consolarsi? Non c’è stato il tempo di pregare. Non c’è stato il tempo della domanda abissale del principe Mishkin, “Tu sei buono, Signore, perché i bambini muoiono?”. Non dice perché fai morire i bambini, dice perché i bambini muoiono. Ma il Signore non spiega: allora ci provano i mistici, i teologi, ma anche loro debbono fermarsi alle colonne dell’ignoto, sicché ti rispondono di sponda: credere non è capire tutto, la fede ha senso proprio in quanto lascia scoperta la comprensione definitiva. Chi lo sa, forse bisogna solo arrendersi alla realtà: le disgrazie accadono e non è Dio a farle succedere ma le costruzioni degli umani, sempre più sofisticate, sempre più azzardate, sicure, garantiscono, fino a che non si spezza un cavo. Come se agli uomini non fosse dato di volare. Ma volano e gli incidenti aerei, che tutti temono, sono in percentuale i meno frequenti fra tutti i mezzi di trasporto. Sì, forse il “credo quia absurdum” di Tertulliano non c’entra, l’assurdo è questo alveare di formiche pazze che si spostano in continuazione, che non vogliono più stare dove il caso o il Padreterno li ha messi. Poi apri il giornale e scopri che un contadino, mai uscito dal suo villaggio, è morto schiacciato da un covone di fieno dopo aver perso il controllo del trattore.
Sì, ma di tutto questo dolore, di queste famiglie polverizzate in un attimo di estasi, che ne facciamo? Diciamo che a chi tocca tocca, fuggiamo via dalla disperazione o la facciamo nostra, entriamo in quel dramma senza fondo e diventiamo pazzi? La vita ci tira e anche la compassione ha un termine, altrimenti non riusciremmo più a vivere: chi piange per tutti i mali del mondo resta senza lacrime, è stato detto. E poi c’è anche chi piange senza piangere e magari soffre più di chi si consuma gli occhi. Ma ha senso vivere, sperare, soffrire, costruire per poi vedersi tranciare la vita come un cavo, in un cavo? Ha senso il cordoglio, quando non rimane più niente? Quel bambino sbriciolato in mano ai sanitari, forse si salverà: cosa troverà al suo risveglio? Cosa, se tutto il suo mondo sarà rimasto in quella cabina stramazzata nel bosco? Cosa, se resterà sbriciolato e solo? Perché, Signore, i bambini vivono?

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