Smart working, un tabù caduto ma ora servono le regole

Prima era una sorta di tabù tutto italiano, oggi è considerato un approccio innovativo all’organizzazione del lavoro con effetti positivi per aziende e lavoratori. Lo smartworking, o «lavoro agile», è una delle eredità della pandemia. Secondo il centro studi di Confindustria Firenze il 24,5% delle aziende lo aveva già introdotto o aveva intenzione di introdurlo in forma strutturata, indipendentemente dall’emergenza, ma è chiaro che il cambio di passo è avvenuto con il Covid.

Ora che l’emergenza è passata, siamo tornati alla «normalità»? Elena Aiazzi della segreteria Cgil di Firenze spiega che nel post pandemia «c’è meno preclusione illogica, prima c’era la paura del datore di lavoro di perdere il controllo sul dipendente e avere problemi di organizzazione, ormai questa fase è superata. Ora poi il caro bollette potrebbe favorire il lavoro da casa perché ridurre gli spazi di lavoro può ridurre i costi». In generale, precisa però Aiazzi, «la stragrande maggioranza dei lavoratori è tornata a lavoro, anche perché in alcuni comparti è complicato stare a casa, la quota maggiore di lavoratori che fanno smartworking, infatti, è tra gli amministrativi».

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Archiviata l’emergenza, la disciplina del lavoro agile è ora rimandata agli accordi individuali o alla contrattazione nazionale. «Di solito — aggiunge Aiazzi — si tratta di 2-3 giorni a settimana, su base volontaria». Tra gli accordi collettivi già firmati Aiazzi ricorda quello delle Poste, ma anche Leonardo, Nuovo Pignone e Fedex. Un settore particolarmente sensibile al fascino dello smartworking è quello bancario e assicurativo in cui lo strumento era già usato prima del Covid. Cristina Pascucci della Fisac Cgil spiega che «i lavoratori che stanno agli sportelli sono tornati alla normalità, nelle direzioni, invece, no». Il sindacato, spiega Pascucci, chiede una formula ibrida e su base volontaria. «È uno strumento apprezzato dai lavoratori — dice Pascucci — ma rischia di essere totalizzante: il contatto umano resta importante dal punto di vista, per esempio, della formazione e del confronto con i colleghi. Poi per i lavoratori che stanno a casa in maniera continuativa si pone la questione dei buoni pasto, del riscaldamento e dei costi dell’energia, soprattutto ora con la fiammata dei prezzi».

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Intesa Sanpaolo, che in Toscana ha circa 250 filiali e 3 mila dipendenti spiega che «lo smart working è stato adottato molto presto, nel 2015, dopo l’accordo firmato nel 2014 con le organizzazioni sindacali. Gli abilitati erano già 14 mila a fine 2019 e questo ha facilitato molto l’estensione a tutto il gruppo quando si è reso necessario per la pandemia». Il gruppo spiega poi che «tale ampiezza permane tuttora. Al momento sono confermate le previsioni in vigore dal 7 marzo 2022: presenza minima in sede di due giorni alla settimana (40%), con esenzione per le persone fragili, incluso i genitori con figli in condizione di disabilità gravi o maggiormente vulnerabili».

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3 ottobre 2022 | 06:44

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