Smettetela di commuovervi per il bambino salvato a Ceuta. Non ne avete diritto

Come sempre abbiamo bisogno dei bambini per provare un minimo di empatia. Empatia che poi perdiamo dopo poche ore. Ci mette ancora meno solitamente chi ci governa. Stavolta è la foto del bambino salvato a Ceuta che ci ha commossi e per qualche ora ci ha fatto solidarizzare con i migranti. La cuffietta celeste, il corpo quasi ghiacciato e quel salvagente intorno, ci hanno fatto per un attimo sobbalzare. Così come per il piccolo Alan Kurdi, anche con il neonato salvato nei giorni scorsi si è attivata quella remota parte del cervello ancora capace di provare a capire cosa stia passando un nostro simile.

E poi i complimenti al soccorritore, l’agente della Guardia Civil spagnola che è riuscito a sottrarre alla morte in mare il piccolo. Eppure molti tra coloro che fanno i complimenti all’agente sono tra i più grandi sostenitori dei blocchi navali, dei confini chiusi e delle frontiere pattugliate dall’esercito. Sembra strano ma è proprio così che succede. Quella ipocrisia strisciante per la quale se sei adulto puoi anche morire in mare e stai venendo a invadere le nostre coste. Ma se sei bambino, invece, hai diritto alla “lacrimuccia”.

Come se tutte le altre persone non abbiano diritto a vivere. Non siano figli, fratelli, mariti o mogli. Loro possono pure diventare mangime per i pesci, ma i “bambini non si toccano”. Un po’ come faceva la mafia che massacrava centinaia di persone però non toccava i bambini secondo il loro “codice d’onore”. Ancora una volta, quindi, siamo stati sfiorati da un attimo di umanità che in realtà ha pensato bene di lasciarci dopo poco. La realtà è che empatizzare con un piccolo neonato è semplice, farlo con un adulto è molto più difficile.

Ma soprattutto a noi di farlo non interessa granché. Così ci stiamo concentrando di nuovo sui numeri. Questo sono le migliaia di persone che hanno provato a raggiungere l’enclave spagnola circondata dal Marocco. Non ci interessa che abbiano tentato la traversata a nuoto, ripeto a nuoto, con addosso bambini piccoli, a volte neonati. Sono i loro figli, non bambolotti per i quali commuoverci e poi dopo qualche giorno chiedere l’esercito lungo le coste. Esercito che in realtà c’era all’arrivo dei migranti e ci sarà anche dopo. C’è anche sulle coste marocchine per impedire l’arrivo di migranti e sembra che nei giorni in cui queste persone abbiano tentato la traversata avessero smesso di pattugliare. Altrimenti li avrebbero respinti con la violenza.

Li avrebbero respinti come sta facendo la Spagna che ha accusato il Marocco di “attacco diplomatico” e di aver utilizzato quelle persone per mettere pressione al Governo. Persone usate come merce di scambio. Persone utilizzate per fare politica del ricatto. Per questo il nostro ministro degli Interni, Luciana Lamorgese si è fiondata a Tunisi insieme alla commissaria europea Ylva Johansson. L’obiettivo è quello di “regolarizzare i flussi”. In altre parole bloccarli alla fonte pagando degli aguzzini sulle coste africane. La svedese non ha nemmeno fatto mistero delle sue intenzioni: “Per salvare vite umane bisogna bloccare le partenze” ha dichiarato.

Peccato che quelle vite umane se rimangono nei loro Paesi d’origine vanno incontro a morte certa. Nel caso possiamo sempre farli sterminare dalla guardia costiera libica o dai pattugliatori marocchini. Abbiamo l’imbarazzo della scelta. Per bloccare le partenze abbiamo dei collaudatissimi campi di prigionia in Libia. Sono molto efficienti. La maggior parte di chi ci entra, non ne esce vivo. Risultato raggiunto. Fateci però un favore, la prossima volta non commuovetevi davanti alla foto di un bambino. Non ne avete nessun diritto. Lasciate che a piangere quei bambini sia chi ce l’ha perché con loro ha rischiato la vita.

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