#SONOVIVOGRAZIEAVINCENZO, la storia di Gabriella da Genova

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Premessa: siamo inondati di messaggi e non ce l’aspettavamo, vi ringraziamo tutti e vi chiameremo tutti, faremo un articolo per ognuno di voi. Iniziamo con la storia di Gabriella da Genova, buona lettura.

Quando sei entrata a SanPa?
Sono stata a SanPa tra la fine del 1985 e la fine circa del 1988. Problemi con l’eroina, non riuscivo a venirne fuori e ho cercato San Patrignano. 

Come sei entrata?
Ho fatto domanda, sono passati dei mesi e nel momento in cui c’era la possibilità di entrare sono stata contattata e sono entrata. Ero molto determinata, volevo avere la certezza di non ricascarci, volevo fare qualcosa di serio per me stessa. 

Quanti anni avevi?
Non ero una bambina, avevo 25 anni. Ero giovane ma ricordo in comunità tanti ragazzi più giovani di me. 

Raccontaci l’impatto, l’inizio
L’impatto è stato quello di essere affidata ad una persona. Ma era del tutto naturale, era impensabile che in una struttura così ci si potesse gestire liberamente. Era anche un modo per farti ambientare prima possibile, per starti vicino e per essere meglio indirizzati verso qualche punto di lavoro.

Quale era il tuo Punto di Lavoro?
Nel mio caso ricordo la Cucina, era un ambiente estremamente allegro, quindi non c’ho poi messo tanto ad ambientarmi. Facevamo da mangiare per centinaia di persone, era tutto preparato sul momento, c’era un servizio a tavola organizzato e ci ho lavorato per un bel po’. È stato molto bello, ho imparato anche a cucinare e soprattutto ho imparato a organizzarmi, quello mi è rimasto dentro, anche uscità da lì, il senso dell’organizzazione.

Vincenzo Muccioli lo vedevi?
Certo, lo vedevo passare, scambiavamo parole, si metteva seduto nel salotto prima del pranzo e conversava piacevolmente con tutti noi. Si teneva accanto le persone un po’ più problematiche, con loro aveva contatti più diretti, giornalieri. Subito non capivo, poi mi sono resa conto che era così. Inizialmente lo vedevo con un certo distacco, poi qualche volta faceva discorsi, o se si arrabbiava o se gli veniva in mente di raccontare qualcosa ci aggregava e parlava ancora, c’erano tanti momenti di comunicazione con lui.

Com’era?
Lui era un’entusiasta, una persona piena di energia, anche con un certo grado di intuizione. Nei colloqui sembrava che capisse gli stati d’animo delle persone. Però era un uomo, un uomo normale ecco, mosso da una grande voglia di tirar fuori i giovani da queste dipendenze. Lo percepivo tantissimo questo. Anche se non lo vedevamo sempre, sapevamo che era sempre lì, ha dedicato una bella fetta della sua vita a questo. Sapevo che c’era, sapevo che lui era lì.

Come sono stati i tuoi tre anni a San Patrignano?
Non sono stati uguali. Si capiva man mano il livello di sicurezza e tranquillità che una persona acquisiva. Quindi inizialmente c’era un po’ piu di ‘raccoglimento’, anche le visite dei famigliari che venivano a trovarmi erano programmate, e poi anch’io in quegli anni lì due o tre volte son tornata a casa dai miei. E poi ricordo quella collina di SanPa, era un bel posto, da un lato il mare di Rimini, dall’altro San Marino, era proprio una bella posizione.

Potevi uscire?
Si, uno faceva la richiesta e se era ritenuto tranquillo, in quel momento poteva andare, non era scortato, ecco.

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Raccontaci il tuo ultimo giorno là
Quando sono uscita, vedendo che non avevo intrapreso degli studi dopo la maturità mi sono rammaricata per non essere restata a SanPa un tantino in più per studiare, perché a quel punto ero abbastanza concentrata per poter proseguire e studiare. (Sorride) Quindi ho addirittura il rammarico di non essere restata qualche tempo in più a SanPa. Sai, con loro non ne avevamo più parlato, quindi a un certo punto mi son sentita dire ‘Allora cosa ci fai ancora qua?’, e io ho detto ‘È vero cosa ci faccio?’ e allora lì o intraprendevo degli studi che avrebbero comportato altra permanenza o me ne andavo. 

Si studiava a San Patrignano?
Si, quando sono entrata per esempio avevo due persone in camera che dovevano concludere gli studi delle superiori e quindi andavano proprio a scuola, poi c’erano gruppi di ragazzi che andavano all’università, avevano delle case a Bologna o in altre parti, avevano quindi la base e poi tornavano il fine settimana a San Patrignano. C’era questa libertà, ma sempre seguendo uno stile di vita che era stato ben impostato nella comunità. Vai fuori ma senza strafare, puoi fumare, non ne fumi più di dieci etc., erano belle regole, niente di strano. I ragazzi andavano, tornavano, trascorrevano il fine settimana a SanPa e poi nuovamente si trasferivano. 

Non si temeva che ricascassero nel problema?
Erano gruppi di persone, non singoli. Dovevano sostenersi l’uno con l’altro per seguire questo cammino, poi magari qualcuno se n’è anche andato, adesso non ricordo. 

Quali altri ricordi hai che non hai visto raccontati in tv?
Ricordo le feste, i giochi, come erano magnificamente organizzati i Natali, i Capodanni gli spettacoli, le sfilate. Una volta avevano fatto persino Giochi Senza Frontiere, chi voleva poteva cimentarsi nella corsa con i sacchi o in altre gare etc., ricordo quella bellissima giornata d’estate e poi c’era il buffet con tanta roba buona da mangiare, da bere. Sono piccoli, grandi ricordi ma non li sa nessuno, non se n’è mai parlato. 

Perché non se n’è mai parlato?
Questo è un male perché così sembrano tutte tenebre. Ho visto la serie, fatta tecnicamente bene ma tristissima, lugubre, davvero lugubre. Ok sono accaduti dei fatti, Muccioli non era Dio, ma hanno davvero calcato un po’ tanto la mano su certi aspetti. Ho letto che erano andati anche a cercare documentazioni, che c’han messo un anno, ma non è possibile che non ci fosse qualche testimonianza un po’ più gioiosa, non è possibile.

Che effetto ti ha fatto la Serie su Netflix? È una serie che dopotutto parla anche di te
Mi sono sentita rattristata, mi son detta ‘non è possibile’. Mi fa specie che abbian dato la parola a persone che han passato anni e anni a contatto con la comunità, dentro la comunità, una comunità di recupero, dove uno doveva entrare e poi entro certi tempi era sano anche uscire. Sono interviste un po’ contraddittorie, perché se uno non ci stava bene a San Patrignano, il modo di andarsene lo trovava. Persone che son state tanto tempo, troppo tempo, ma perché? Alcuni li ricordo, erano tanto vicino a Muccioli e sembrava che camminassero ‘alti’ non so come dire, con lo sguardo un po’ dall’alto in basso. In comunità nessuno di noi aveva voglia di passare da una dipendenza dalla droga a una dipendenza da Muccioli. Se avevano qualcosa da dire, se non andava qualcosa, il modo anche per confrontarsi, fare delle sane litigate, c’era. Non ho visto questo nella serie, non ho percepito questo, e lo trovo grave. Viene fuori un messaggio sbagliato. Purtroppo tanta gente oggi non c’è più, non perché non si siano recuperati ma perché in quegli anni c’era l’AIDS, quindi se inizialmente ero rimasta in contatto con persone, poi venivo a sapere che anche se riabilitati dalla droga, morivano per l’AIDS. 

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Il tuo messaggio per Vincenzo Muccioli?
A Muccioli dico grazie, perché nella vita di tutti i giorni ho poi capito i tanti piccoli segnali che ho raccolto là, non so come spiegare. Era un microcosmo in cui poteva accadere quello che poi ti sarebbe accaduto successivamente nella vita, ho capito tante debolezze del mio carattere. Gli direi sempre grazie, grazie e grazie.

SanPa ti ha salvata?
Quando sono uscita mi sono sentita salva completamente, non ho mai più avuto nessun tipo di interesse verso certi brutti discorsi. Noi abbiamo tutti tanta riconoscenza e tanta gratitudine. Abbiamo sempre sentito riconoscenza. Nell’immediato e con persone amiche siamo tornati a trovare tutti, anche Vincenzo. Sono anche andata a presentargli il mio futuro marito, solo che eravamo verso la fine e Vincenzo era molto abbacchiato. L’ultima volta che sono andata a parlargli, era già in casa, malato, stanco, dimagrito, e nelle sue parole non sentivo più quella forza che aveva anni prima.

Ah un’altra cosa devo dire, ‘le donne che non contavano niente’, non è vero. Prima di tutto Vincenzo aveva una moglie che lo aiutava molto, quindi fondamentale per tutta una serie di funzioni, e poi c’erano reparti gestiti completamente da donne. E poi le donne è impossibile che non contino, da ogni parte! Nella Cucina, eravamo maschi e femmine ma la gestione era solo delle donne, così come nella Tessitura, nella Lavanderia. E poi c’erano tante ragazze che andavano a studiare, quella era una scelta importante. 

Raccontaci di questa dimensione, gli studi, i lavori
Poco dopo che sono entrata, SanPa era diventata una cooperativa, quindi Muccioli non era un datore di lavoro, era chiaro che si dovesse tutti fare qualcosa, era anche per una sorta di autogestione. Considera che in certi reparti imparavi dei veri e propri mestieri. Muccioli riuscì a trovare per molti, una volta usciti, anche un lavoro lì a Rimini e dintorni. Quest’uomo quando poteva aiutava tutti, avrebbe aiutato tutti, indistintamente tutti. Poi i tempi di permanenza non potevano essere prevedibili, c’era la persona che andava via dopo due anni, chi dopo tre chi dopo quattro. Si allungavano spesso le permanenze, decidendo di seguire degli studi.

Si rimaneva per un motivo, per migliorarsi ancora. E poi invece abbiamo visto in tv quelli che non andavano mai via ma che hanno avuto tutto da ridire. Potevano andar via, no? Chi si è fermato e ha abbracciato questa missione, come Antonio Boschini, il medico, ha deciso di continuare a dedicare la propria vita a quest’impresa, diversamente non aveva alcun senso rimanere. Non capisco chi da un lato mostra una sorta di gratitudine e poi dall’altro lancia delle accuse spaventose, questi hanno delle menti un po’ confuse.

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Parlaci dei soldi di San Patrignano
Io non ho mai spesso un soldo a SanPa e mi sembrava totalmente normale che ciascuno avesse un compito, che tutti avessimo dei lavori da fare. La favola del pagamento per entrare? Giuro non l’avevo mai sentita, la trovo un’assurdità, assolutamente no, me la dici tu adesso, è una notizia. E poi i finanziamenti, se persone ricche hanno fatto in modo che la comunità potesse crescere e migliorare, benvengano, è stato un bene, ma sempre lontano dalla politica. Le persone che hanno aiutato Vincenzo erano principalmente persone amiche. 

Chi lo ha odiato Muccioli?
Non saprei, forse quelli che potrebbero aver subìto questa sua personalità molto forte, ma di lì all’odio ce ne vuole. Lui era una persona forte, energica, si sentiva la sua presenza, non passava mai inosservato, e se non fosse stato così non avrebbe fatto quello che ha fatto, non avrebbe costruito tutto questo. Ho pensato anche che questo astio derivasse dal fatto di non sentirsi i suoi prediletti. Muccioli si comportava da padre ma non era nostro padre. Forse c’erano aspettative affettive esagerate nella testa di alcuni, altrimenti trovo abbastanza inspiegabili certe reazioni.

Quali persone ricordi oltre Muccioli?
Antonio Boschini, il medico, è una splendida persona. Nella serie bisogna ascoltare bene le sue parole per capire cosa era veramente San Patrignano. A un certo punto, quando c’ero io, mi pare che festeggiammo la sua specializzazione in Infettivologia. Dal documentario poi ho scoperto che sono riusciti anche a fare l’ospedale. Una bella notizia che non sapevo. Quando io ero là c’era un’assistenza e si veniva portati negli ospedali nelle vicinanze.

Dicevi delle feste, dello stare insieme
Si, a San Patrignano si facevano spesso grandi feste, un aspetto completamente dimenticato. C’erano tanti spettacoli, eventi, tanti concerti, ricordo un Maurizio Costanzo Show fatto da San Patrignano, ricordo Peppe Barra, ricordo Enzo Iacchetti, e tanti altri, ricordo le sfilate di moda, tante cose davvero. Vincenzo faceva sempre le cose in grande, ci faceva sentire al centro di un’energia e di un entusiasmo generale con tutte quelle iniziative. E poi c’era una piscina e d’estate andavamo a fare i bagni e prendere il sole, eravamo tutti ragazzi. In fondo ciascuno di noi pensava ‘sono in una città di ragazzi’, non ci sono i genitori non ci sono i vecchi. Era un posto speciale. Poi le ragazze lì in piscina sempre al sole, sai la tintarella…

E tu c’eri?
Ma certo!

Gabriella grazie, ci manderesti qualche foto?
Ti mando delle foto che mandavo da SanPa alla mia famiglia. A proposito la posta funzionava, è chiaro che se uno era lì spaesato all’inizio e scriveva qualche corbelleria, un genitore poteva preoccuparsi, quindi valutavano se era un bene che questa posta partisse ma questo era esclusivamente all’inizio, appena uno arrivava, altrimenti poi come avremmo fatto a comunicare? Per forza di cose c’era una grandissima corrispondenza. Le mie foto dimostrano che anche qualche macchinetta fotografica tra noi girava.

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