Spunti di riflessione laterale sulla storia dei detenuti pestati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

La storia dei detenuti pestati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere come in una galera del Guatemala, per quanto orribile, offre parecchi spunti di riflessione laterale. Anzitutto la conferma che in una fase di sospensione delle democrazie costituzionali quale quella del primo lockdown in aprile del 2020, il regime diventa immediatamente un vaso di Pandora dal quale può uscire di tutto. Ed esce: i secondini che pestano e terrorizzano al grido “lo Stato siamo noi”, che costringono i carcerati schiavi a umiliazioni da bestie, del tutto gratuite. La perdita di senno poi si allarga, travalica le mura della prigione, si spande per la società libera, che libera più non è. Il regime diventa autoritario e la gente finisce per accettarlo, per adeguarsi a privazioni impensabili fino a poco prima. Questo sistema l’abbiamo subìto per 16 mesi, a singhiozzo, a cavallo di due governi che sostenevano di ispirarsi alla democrazia curativa. Conte si definiva avvocato del popolo, come un caudillo sudamericano, Speranza, il ministro tetro, teorizzava uomini nuovi in società nuove, improntate a egemonia gramsciana che a dirla tutta è la riscrittura sociale in senso veterocomunista. Oggi l’esperimento è andato così bene che perfino quando il regime ti solleva dall’obbligo di girare mascherato, soffocato, la gente resta suddita, non rinuncia alla mascherina psichiatrica, è abituata alla paura anche se non saprebbe dire di cosa; non si fida neppure più di un regime che l’ha vessata, l’ha deprivata della propria dignità di individuo libero, sono animali che, spalancata la gabbia, ci restano dentro, non sapendo più dove andare, senza l’istinto della libertà.
In tutto questo Salvini, capo della Lega in continuo calo di consensi, non trova di meglio che schierarsi in favore dei secondini come fossero una categoria dello spirito. Ennesimo errore di un capo-popolo che non ha saputo diventare leader, un capopartito che ha fallito l’occasione per trasformarsi in statista. Le ragioni possono essere diverse, dalla mancanza di cultura politica al deficit di cultura in senso lato, dai cattivi consiglieri a un carattere fondamentalmente debole, fino al calcolo che lo ha portato ad allearsi coi suoi carnefici piuttosto che finire processato e magari condannato per ragioni pretestuose. Sta di fatto che Salvini quando c’è da sbagliare qualcosa non manca mai. Preoccupato dall’ascesa di Giorgia Meloni, che ormai lo ha scavalcato nei sondaggi, afflitto da una comunicazione gastronomica demenziale, forsennati tweet a base di Nutella, di pizze, di ravioli, di torte, si ritrova allo sbando, di lotta (al colesterolo) e di governo e, come tutti quelli “né-né”, per dire gli indecisi, i pendoli, finisce per non convincere né da una parte né dall’altra.
Che senso ha schierarsi a priori con gli aguzzini quando emerge una storia orrenda di vessazioni carcerarie? Voler rimarcare una appartenenza “legge e ordine”? Eccitare lo zoccolo duro? Il capo leghista naturalmente si è fiondato sul luogo infamato, il carcere di Santa Maria, “dieci minuti con la direttrice e oltre venti nel cortile a bere qualcosa di fresco e scambiarsi selfie” informano le agenzie e affiora una scena a metà tra i Monti Python e i fratelli Marx. A bere qualcosa di fresco? Nel cortile di una galera insanguinata? Salvini se possibile ha rincarato la dose sprecando le sue migliori banalità, “se qualcuno ha sbagliato che paghi ma non possiamo infamare 40mila guardie carcerarie uomini e donne che rendono questo Paese più sicuro”. Il populismo dell’acqua calda! Nessuno vuole attaccare l’istituzione, salvo i quattro balordi dei centri sociali, ma qui non si parla del sistema, si parla di una scena violenta all’interno di una galera nel quadro di una condizione di sospensione totale della democrazia per cui chi era detenuto veniva pestato e chi era libero cittadino si ritrovava agli arresti domiciliari. Con le banalità si fanno i brindisi, i selfie ma non si fanno voti, anche perché c’è sempre qualcuno più qualunquista di te che te li sottrae.
A proposito della direttrice della prigione, Elisabetta Palmieri, le cronache l’hanno raccontata come una donna sull’orlo di una crisi di nervi alla conferenza stampa di riparazione. Reticente, blindata nei “non so, non c’ero”. Ma i suoi sottoposti andavano a prendere i galeotti nelle celle urlando “non ti faccio più dormire, ti ammazzo, oggi lo Stato sono io”. C’è ancora qualcuno che risponde di qualcosa in questo Paese? Lei ha saputo solo precisare che all’epoca era assente dal servizio, insomma a casa, per motivi personali. Forse era andata dal chirurgo plastico, visto che sfoggia un paio di labbra alla Lilli Gruber che non lasciano spazio a dubbi estetico-esistenziali. Ora, sarà anche politicamente scorretto ma vedere la direttrice di un carcere, peraltro sprovvisto di rete idrica, costruito a fianco di una fogna, dove dai rubinetti usciva melma, vedere una responsabile di una simile struttura con le labbra rifatte come fa a non colpire? Dr House lancerebbe qualche sarcasmo sulla fondamentale insicurezza di una donna mandata a reggere una situazione complicatissima, durissima, che esige una concretezza assoluta. Cose sulle quali oggi non è più lecito interrogarsi, né da cronisti né tanto meno ai piani alti delle burocrazie di comando, perché qualsiasi obiezione viene liquidata in fama di sessismo, body shaming e tutte le formulette della psicanalisi d’accatto che servono quando non si vuole guardare in faccia un problema. “Beh? Una donna non può fare quello che vuole?”. Ma il problema non è questo. Anche Salvini di fronte alle perplessità della sua visita carceraria se l’è cavata con la coda di paglia: “Sarò libero di incontrare chi voglio?”. Certo, ma sei un leader e la tua libertà sconta la prova dei fatti. È proprio vero, uomini e donne sono uguali, non c’è nessuna differenza. Anche nello stare in posti non adatti, in circostanze difficili, in tempi che non aspettano.

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