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Stato imprenditore, illusione e realtà

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Stato imprenditore, illusione e realt

Era da almeno una ventina di anni che non si assisteva al tentativo di un cos grande riassetto nel capitalismo e tra le grandi imprese italiane. Da quella doppia offerta pubblica d’acquisto (Opa) incrociata di Unicredito sulla Banca commerciale e del San Paolo sull’allora Banco di Roma bloccata dal no di Banca d’Italia (era il 1999), nel Paese si andati avanti per operazioni successive, importanti quanto parziali, che hanno portato alla mappa attuale del potere imprenditoriale italiano. O almeno, cos stato fino a questa estate del 2020 che, complice la grande crisi (o dovremmo iniziare a chiamarla depressione vista la sua profondit?), sta permettendo un ridisegno tanto impegnativo quando profondo del capitalismo nazionale. sufficiente mettere in fila le operazioni che si sono susseguite negli ultimi mesi per comprendere quanto la mappa del potere stia mutando. Banca Intesa si appresta a diventare ancor pi pesante a livello europeo e perci continentale dopo il successo dell’offerta sulla piccola ma decisiva Ubi.

Uno degli imprenditori di maggior successo mondiale nel suo settore, Leonardo Del Vecchio, ha appena ricevuto il via libera dalla Bce a salire al 20% di Mediobanca, diventando cos primo azionista della banca d’affari, che solo per ricordare uno dei suoi ultimi colpi ha fatto da advisor all’alleanza nell’auto tra la Fca e la Psa. Ma non si tratta solo del movimento nel settore del credito che pure decisivo per un Paese. Le Assicurazioni Generali hanno proceduto a un salvataggio e a un contemporaneo rafforzamento attraverso l’operazione con Cattolica.

In queste ore si stanno infittendo le trattative che dovrebbero portare alla nascita di una rete unica nel campo delle telecomunicazioni. Cosa che coinvolge direttamente Tim ma anche tutti gli operatori del settore. Oltre che quell’Enel che ha avuto il merito di credere nel digitale e nella fibra ottica di Open Fiber.

La guerriglia del gruppo di Vincent Bollor ha portato a uno stop del piano di Mediaset di costruire un polo europeo della tv commerciale. Ma a Cologno Monzese hanno tutt’altro che abbandonato un progetto che potrebbe sancire un primato nazionale a livello continentale.

sembrato meno significativo, in realt tutt’altro che di poco conto, l’ingresso della famiglia Bombassei (proprietaria del leader mondiale nei sistemi frenanti Brembo) nella Pirelli con il 5%. Pirelli controllata con il 45% dai cinesi di ChemChina, ma snodo importante nel settore auto che in Italia significa quasi il 7% del Pil e oltre 250 mila addetti. nota poi la vivacit del settore farmaceutico, con attori in grado di giocare sugli scenari mondiali pur non avendo sulla carta dimensioni paragonabili ai colossi mondiali americani, tedeschi e svizzeri. Dal gruppo Domp agli altri – Angelini, Menarini, Zambon – un fiorire di iniziative, in qualche caso da solisti in altri in accordo.

Un quadro in fortissimo movimento. Che sembra viaggiare in parallelo all’attivismo di una Cassa depositi e prestiti (Cdp) che rappresenta una sorta di stanza di compensazione pubblica dove far confluire tensioni che invece di tramutarsi in virtuosa concorrenza rischiavano di finire in stallo. Il caso della rete unica emblematico in questo senso. L’assenza di una politica industriale fa s che si debba cercare una strada societaria, che si debba passare per trattative finanziarie tra una Tim e i fondi di investimenti esteri come Kkr, Macquarie, e la stessa Cdp per arrivare alla definizione di una possibile societ della rete unica. C’ da sperare che siano premiati gli sforzi meritori per trovare una soluzione finanziaria a un problema che industriale e che trova origine nei clamorosi ritardi in campo digitale.

Ma sarebbe sbagliato farsi illusioni. L’intervento dello Stato nei mesi passati e in quelli a venire sar decisivo. Ma proprio la vitalit in campo privato mostra che il nostro Paese, che sulle imprese ha da sempre potuto contare per garantirsi una seppur minima crescita, oggi ha ancora pi bisogno che l’eventuale ridisegno della mappa del potere e del capitalismo non avvenga in funzioni (solo) difensive. Ma che anzi al mondo imprenditoriale venga richiesto uno sforzo di elaborazione e di proposta ancora pi profondo. Che si richieda l’impegno di chi dispone di capitali affinch questi vengano messi in gioco nel Paese.

La deriva assistenzialista che si intravvede nell’azione pubblica di questi mesi rischia di vanificare gli sforzi delle imprese che hanno continuato a lavorare per lo sviluppo, pur in una situazione di crisi. Troppo forte la tentazione di far esercitare prima un ruolo di supplenza e poi di gestione semitotale allo Stato di filiere importanti. E questo grazie anche al combinato disposto dall’effetto anestetico della crisi e delle centinaia di miliardi che potrebbero arrivare dall’Europa attraverso il Recovery Plan. L’afasia alla quale sembrano approdate le varie autorit, che del mercato dovevano essere simulazione ove esso fosse stato manchevole, la prova pi evidente di quanto l’aspetto del privato nell’economia sia in ritirata. Eppure la gestione di mercato e privatistica di aziende che vedono come primo socio lo Stato che ha loro garantito non solo la sopravvivenza, ma pieno sviluppo e competitivit (dall’Eni, all’Enel alla misconosciuta ma esempio di eccellenza hi-tech come la StMicroelectronics). Tutto questo dovrebbe consigliare di tenere in grande considerazione quanto avviene nel mondo delle imprese.

Agli imprenditori spetta per il compito di uscire, per quanto metaforicamente, dalle loro imprese e dalla logica (solo) rivendicativa che troppo spesso negli anni scorsi li ha caratterizzati. E la voce dei valori che sono alla base di un’azienda, di qualsiasi azienda sana, che va fatta sentire potentemente. Riaffermando cio i principi dell’agire che vanno dalla competitivit onesta, alla concorrenza, alla salvaguardia della propria comunit, a quella produttivit elevata che nelle medie nazionali viene annegata in un settore pubblico che ancora sterminato. (Si pensi soltanto a quelle 8 mila societ che a diverso titolo sono gestite da attori pubblici, che avrebbero dovuto essere sfoltite che sono ancora tutte l e rischiano di rimanerci ancora per molto).

Si diceva prima del Recovery plan. Si pensa davvero che ci si possa fermare a quei pur tanti 209 miliardi per garantire all’Italia il posto che merita nella competizione mondiale? Non si dovrebbe invece pensare a quelle risorse come capitale iniziale sul quale fare leva per chiamare imprese e privati a partecipare a quella che viene definita ricostruzione? in questo modo, ridefinendo ruoli e linee guida del paese nelle sue componenti pubbliche e private, all’interno di una politica industriale che inizi perlomeno a essere abbozzata, che i riassetti di cui si diceva all’inizio non saranno fini a se stessi ma coerenti con un Paese che punti davvero a ripartire e non solo a sopravvivere.

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