Supermario Draghi sta sbagliando tutto, ma lo capiremo quando sarà troppo tardi

Mario Draghi sta sbagliando tutto. Ieri è andato a un convegno dove ha citato Nino Andreatta: “Bisogna dire molti no e pochi sì”. Il messaggio è rivolto alla politica ed è chiaro: voi partiti siete debolissimi e io faccio quello che voglio. Ma cosa vuole? Distruggere quel che resta del Paese, come già il suo predecessore Mario Monti? I partiti si allineano. Il PD lo asseconda, Antonio Tajani, vicepresidente del partito sedicente liberale Forza Italia, può dichiarare: “O i cittadini si costringono da soli o li costringeremo noi”. Chi ha dato questo potere dittatoriale a un burocrate di seconda scelta? L’unica priorità del governo e di chi lo sostiene è il greenpass, questa ossessione magica che non serve a niente e complica la vita a livelli impossibili. Ma è deciso il suo potenziamento, per dire che niente sfuggirà al lasciapassare che non lascia passare neanche i pensieri. L’Italia di Draghi è l’unico caso al mondo di una simile impostazione paranoica insieme alla Francia, dove però non reggerà a lungo e dove Macron rischia di giocarsi la rielezione e lo sa. Ma il nostro presidente del Consiglio è sicuro di essere l’unto del signore, come lo ha definito il capo dei vescovi, Bassetti, in un impeto di opportunismo clericale. Le altre emergenze, vere, drammatiche, non rilevano, non esistono.
Il greenpass come viatico per l’economia? Non si direbbe, il debito pubblico ha raggiunto la cifra record di 2700 miliardi e non si vedono misure in grado di arginarlo, posto che i favolosi sussidi dell’Unione Europea tardano e cascano a goccia. Ma il ministro Gelmini, anche lei di Forza Italia: “Sì, sappiamo che ci saranno altre chiusure, ma andiamo avanti”. E si potrebbe tradurre: purché nulla cambi. Fra i tanti no da dire a fronte dei pochi sì, state pur certi, le prossime chiusure: quando né il greenpass, né i tamponi, né l’immunità di gregge, pressoché matura, basteranno al regime che si blinda, scatteranno nuovi lockdown, ulteriori paralisi: l’inflazione sale, il tessuto socioeconomico è devastato, l’elettorato oltre la soglia dello scetticismo, l’incertezza mina il Paese: cosa meglio che richiudere tutto, prendere tempo per perdere tempo? Si mormora pure che il nuovo pericolo islamista dall’Afghanistan sia il benvenuto, un’altra occasione per giustificare nuovi coprifuoco, tanto la gente, ormai assuefatta, non distingue più tra ragioni sanitarie e di pubblica sicurezza.
È ancora una democrazia questa? No e nessuno se lo nasconde, però dicono: in tempi di guerra tutto è lecito. Ma è una guerra che vede solo il potere. Grande scalpore ha suscitato una notizia che in realtà è solo una conferma, quella dei costi insostenibili della così chiamata transizione energetica: la UE, in ossequio alla religione pagana del green deal, ha fatto esplodere il costo delle emissioni di anidride carbonica per le imprese “che inquinano”, vale a dire che funzionano, che producono, col risultato di far schizzare il prezzo della CO2 da 40 euro a tonnellata a 60 e presto a 90: il 110 percento. Gioca anche una strisciante speculazione finanziaria e non potrebbe essere altrimenti, ma l’Europa, ammesso e per niente concesso che la CO2 sia il vero veleno del mondo, contribuisce nella misura irrisoria del 9%. I primi effetti si risolvono in un rincaro esorbitante delle fonti di energia: l’elettricità, già salita del 10 e poi del 20, adesso arriva ad oltre il 40 percento, vale a dire un 70 percento in più in un anno, e un anno di crisi indotta dalla pandemia; quanto al gas, di cui abbiamo un disperato bisogno, non è vero che sale del 10%, il rincaro è del 100%: sta tutto scritto in una tabella inserita in una nota ufficiale che una azienda primaria di fornitura sta inviando ai clienti: “prezzo attuale 0,189 euro al metro cubo; nuovo prezzo 0,359 al metro cubo”. Cosa che preoccupa molto l’Unione, ma solo perché, come ha ammesso il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, lo scenario “lacrime e sangue” potrebbe innescare tensioni e resistenze all’agenda climatica europeista. Tajani potrebbe fornire la soluzione: o si convincono da soli, o gli mandiamo i carrarmati. Soluzioni diverse, composite, non vengono considerate: chi prova a rilanciare il nucleare, sul quale circola ignoranza atomica visto che è la fonte più pulita e dalle scorie meno ingombranti pro capite, viene subito fulminato come un maledetto e qui la responsabilità storica è anche di certo pannellismo demente, che non avrebbe esitato a candidare la ecofanatica dissociata con le trecce.
L’agenda europeista per la transizione, in soldoni, è la seguente: vi imponiamo l’auto elettrica, che costa il doppio, e vi facciamo pagare il triplo o il quadruplo il rifornimento. Ma il ministro economico Giorgetti, vero padrone della Lega e sodale di Draghi, ha dichiarato con palpabile soddisfazione a un recente convegno: “L’auto elettrica è facile da costruire e richiede la metà dei lavoranti, per cui aspettatevi il doppio dei disoccupati”. Poi ha assicurato che il greenpass arriverà a coprire ogni aspetto dell’umana esistenza. All’uscita dal convegno, lo hanno assaltato per farsi i selfie, mezz’ora di divismo sociale e la macchina con le guardie del corpo, a motore acceso, non finiva più di scaricare gas di scarico. Ma che importa? “Quello che si deve fare andrà fatto” ha promesso Giorgetti, per poi assicurare: voi state buoni che per sostituire i vostri televisori con l’avvento del 5G vi daremo un bonus. C’è uno scarto tra il mondo di Greta, la fanatica affarista, e il mondo reale di chi scatenaccia ogni giorno come può, ma i poveri cristi sono tornati al ruolo di servi della gleba senza più diritto neppure di lamentarsi, altrimenti li criminalizzano nei modi più fantasiosi e neppure la cara Chiesa gli viene in soccorso. Ha chiesto, polemicamente, il direttore dello Spallanzani di Roma, Francesco Vaia: “C’è chi lavora affinché il virus non finisca mai: a quale scopo?”. Ma lo scopo è chiaro, l’emergenza perenne è un business sia per la politica, sia per il parassitismo a prato basso fatto di virologi da passerella, di affaristi, di lunatici, di opportunisti, di dissociati che nella società libera si sentono fuori posto, si sentono esclusi.
L’altra emergenza che non si vuol vedere è quella dei clandestini. A Rimini un somalo già riconosciuto come elemento pericoloso ne accoltella cinque, tra cui un bambino alla gola, su un autobus: il ministro Lamorgese se ne esce con una frase incredibile: “Cose che capitano, poteva succedere ovunque”. No, è successo qui perché il balordo, che portava addosso un set di pugnali e un paio di forbici, era stato rigettato da tutta Europa. Nelle stesse ore un altro “richiedente asilo” dal Mali scatena il panico su un treno: al controllore, che gli chiede il biglietto, molla una testata che lo massacra, quindi aggredisce gli altri passeggeri. Ma dal PD arriva prontissima la giustificazione: sono elementi esasperati dal razzismo dilagante. Ieri, a Capocotta, un altro di provenienza incerta, africano, pesta a sangue una coppia di anziani, lei debilitata dalla chemioterapia con cui sta combattendo un cancro: sorpreso a urinare sulla macchina dei due, si è scatenato, era fatto e ubriaco, ha lasciato i due anziani a terra sanguinanti e se n’è andato via a bordo di un suv sbraitando: “Io qui faccio quello che voglio”.
Tutti fanno quello che vogliono, a patto di essere sbandati di matrice esotica. Draghi niente, duro, tetragono, difende l’indifendibile Lamorgese così: “Il ministro migliore, sta facendo miracoli”. Supermario, come piace chiamarlo, sta sbagliando tutto, ma lo capiremo quando è tardi. A volte anche il popolaccio infame dovrebbe imparare a dire meno sì e molti più no. Finché è ancora in tempo.

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