Taiwan si avvicina di più agli Usa per non farsi schiacciare da Pechino

Da oggi a mercoledì, tra Washington e Annapolis si svolgeranno i Monterey Talks, i colloqui annuali sulla difesa tra l’amministrazione statunitense e il governo taiwanese. L’incontro arriva in un momento in cui la tensione tra Pechino e Washington è giunta a livelli di guardia. Al ministro della Difesa, Wei Fenghe, che domenica scorsa ha usato la ribalta internazionale dello Shangri-La Dialogue di Singapore per avvertire che la Cina è pronta «a combattere fino alla fine» contro ogni tentativo di indipendenza, il sottosegretario alla Difesa Usa, Colin Kahl, ha risposto che a una mossa per la «riunificazione» dell’isola da parte di Pechino il mondo reagirebbe non come alla repressione del movimento di Hong Kong, ma come all’invasione russa dell’Ucraina.

Intanto Taiwan si sta attrezzando per trasformarsi in una «noce troppo dura da schiacciare», o in un «porcospino impossibile da azzannare», le metafore più gettonate per rivendicare il diritto a dotarsi di armamenti più sofisticati. Lunedì scorso il portavoce dello Yuan legislativo ha dichiarato al parlamento di Taipei che la leadership cinese dovrà riflettere bene prima di far scattare un attacco, perché i missili da crociera a medio raggio “Yun Feng” sono in grado di raggiungere Pechino, e il paese ne ha avviato la produzione di massa.

You Si-kun ha aggiunto che, con i nuovi razzi, alla barriera naturale dei 160 chilometri di mare dello Stretto (e delle poche spiagge su cui poter effettuare uno sbarco, ndr) si è aggiunto l’effetto deterrente dei cruise made in Taiwan. Secondo You, l’insegnamento della guerra in Ucraina è «aiutati che dio t’aiuta». E dunque, in attesa di capire se dai Monterey Talks arriveranno gli agognati carri armati “Paladin” e altri armamenti che finora gli Stati Uniti si sono rifiutati di vendere a Taiwan, la fabbrica di Nantou, nel cuore montuoso dell’isola, sta sfornando sei blindati “Leopard” al mese. La presidente Tsai Ing-wen ritiene che Washington intenda fornire a Taipei lo stretto necessario per un conflitto asimmetrico (che servirebbe a prendere tempo, in attesa dell’intervento militare Usa) e dunque ha dato un forte impulso alla produzione degli armamenti locali, come gli otto nuovi sottomarini “IDS” (costo 16 miliardi di dollari) il cui varo è atteso per il 2025.

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Non solo armi

L’elezione di Tsai nel 2016 (la prima presidenza conquistata dall’indipendentista Partito progressista democratico, Dpp) è tra i game changer – rafforzato dal secondo mandato conquistato nel 2020 grazie allo slogan-spauracchio «Hong Kong oggi, Taiwan domani» – che stanno portando la giovane democrazia taiwanese in rotta di collisione col suo gigantesco dirimpettaio autoritario che non ha mai rinunciato alla «riunificazione», inserita da Xi Jinping nel suo progetto di «grandioso risveglio della nazione cinese».

Nonostante siano soltanto 14 i paesi che riconoscono come stato indipendente la Repubblica di Cina (la denominazione ufficiale adottata dai nazionalisti che, sconfitti dai comunisti nella guerra civile, insediarono il loro governo nell’ex Formosa), sotto la guida di Tsai il paese sta mettendo in atto quanto previsto dalla “Risoluzione sul futuro di Taiwan” approvata nel 1999 dal Dpp. Quel documento, dopo aver affermato che «Taiwan è un paese indipendente e sovrano» che «non fa parte della Repubblica popolare cinese», indica la strategia di «espandere il suo ruolo nella comunità internazionale, cercare il riconoscimento internazionale, e inseguire l’obiettivo dell’ingresso nelle Nazioni unite e di altre organizzazioni internazionali».

Un programma che è stato battezzato «tattica del salame»: arrivare all’indipendenza di fatto, fetta dopo fetta, ad esempio con l’apertura di un ufficio di rappresentanza in Lituania nel 2021, con il pressing per entrare come osservatore nell’Organizzazione mondiale della sanità, con il rafforzamento delle relazioni commerciali in corso con l’Unione europea, con l’Iniziativa Taiwan-Stati Uniti per il commercio nel XXI secolo annunciata a inizio giugno e altri passaggi simili.

Microchip in Arizona

La strategia di Tsai gode del sostegno popolare: i sondaggi dicono che nove taiwanesi su dieci si oppongono a “Una Cina” (la politica degli Stati Uniti che, dal 1979, riconosce la Repubblica popolare cinese come l’unico governo legale della Cina, ma “riconosce” e non “sostiene” la posizione di Pechino secondo cui Taiwan fa parte della Cina) e che sette su dieci sono pronti a imbracciare le armi per difendere l’isola.

L’aria che tira ha spinto il vecchio partito nazionalista (all’opposizione), che nell’ultimo decennio aveva promosso politiche più che dialoganti con Pechino, a riposizionarsi. All’inizio del mese, Eric Chu si è recato in visita negli Stati uniti, dove ha riaperto l’ufficio di rappresentanza chiuso nel 2008. «Alcuni media sostengono che siamo un partito pro-Cina. Totalmente sbagliato. Siamo un partito pro-Usa, per sempre» ha assicurato il segretario del Kuomintang.

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Tsai ha puntato su un rapporto sempre più stretto con gli Stati Uniti. Nell’ottobre scorso la presidente ha rivelato che sull’isola sono presenti consiglieri e istruttori militari Usa che preparano le truppe locali alla resistenza. E giovedì scorso il governo ha ammesso per la prima volta che il paese fa lobbying sulla Casa Bianca e sul Congresso, attraverso agenzie statunitensi di pubbliche relazioni. Secondo i media locali il Dpp ha speso diversi milioni di dollari nel tentativo di influenzare l’ex senatore repubblicano Bob Dole (che nel gennaio 2017 organizzò la telefonata tra Donald Trump e la neoeletta Tsai che fece infuriare Pechino), l’ex vice di Trump Mike Pence, la speaker della Camera Nancy Pelosi.

Anche in alcuni settori strategici dell’economia Tsai pensa di potersi allontanare dalla Repubblica popolare cinese, che pure continua a rappresentare il principale partner commerciale di Taiwan, le cui esportazioni verso la Cina nel 2021 hanno toccato 189 miliardi di dollari, circa la metà del totale. Prendiamo i semiconduttori, di cui le fonderie dell’isola sfornano il 90 per cento di quelli più avanzati che finiscono sui mercati globali. Il colosso Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc) ha investito 12 miliardi di dollari a Phoenix, in Arizona, in un impianto per i moderni chip a cinque nanometri, mentre nelle fabbriche di Shanghai e Nanchino produce solo quelli più datati, a otto e 12 nanometri. Il negoziatore taiwanese per il commercio, John Deng, ha rivelato l’intenzione di ridurre l’attuale quota di export di semiconduttori verso la Cina (il 40 per cento) ma ha anche avvertito che, in caso di conflitto, le industrie automobilistica e dell’elettronica subirebbero danni enormi dall’interruzione della catena di fornitura dei microchip.

Se Taiwan è più assertiva è anche perché avverte il sostegno sempre più forte da parte degli Stati Uniti, per i quali la questione taiwanese è diventata parte della loro competizione con Pechino per la supremazia geopolitica.

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Giovedì scorso il repubblicano Lindsey Graham e il democratico Bob Menendez hanno portato nel Senato Usa un disegno di legge che, se venisse approvato, smantellerebbe di fatto la “ambiguità strategica”, il principio contenuto nel Taiwan Relations Act (approvato nel 1979 contestualmente al riconoscimento della Repubblica popolare cinese) che obbliga Washington a fornire armi di difesa a Taiwan, ma che non chiarisce se gli Usa debbano intervenire, nel caso di uno scontro Pechino-Taipei.

Il bipartisan “Taiwan Policy Act del 2022” minaccia severe sanzioni contro la Cina per qualsiasi aggressione contro Taiwan, prevede 4,5 miliardi di dollari in finanziamenti militari nei prossimi quattro anni, oltre a designare Taiwan come un «importante alleato non Nato». Manderebbe di fatto in pensione la “ambiguità strategica”.

L’ascesa della Cina, la modernizzazione del suo esercito e i quotidiani sorvoli dell’aviazione di Pechino all’interno delle zone d’identificazione aerea (Adiz) di Taiwan stanno rafforzando i falchi anche a Taipei e Washington.

Il direttore del Council on Foreign Relations, Richard Haas, ha sostenuto su Foreign Policy che «aspettare che la Cina faccia la prima mossa su Taiwan prima di decidere se intervenire è una ricetta per il disastro. Oggi è improbabile che l’ambiguità possa preservare lo status quo».

Le ambizioni internazionali di Taiwan e il containment statunitense della Cina stanno producendo un cambiamento politico che potrebbe rivelarsi un grosso azzardo.

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