Terreni, il manager che ha assunto una donna incinta: «Troppi giovani non sanno usare neppure Excel»

6 giugno 2022 – 16:47

Il managing director della società di servizi informatici VoipVoice diventato noto per aver assunto Federica, una ragazza in gravidanza: «C’è un distacco troppo forte tra scuola e azienda»

di Caterina Ruggi d’Aragona



«Assumere una ragazza incinta non è normale. L’ho capito quando ho pubblicato su LinkedIn la storia di Federica che, dopo aver superato le selezioni, mi confessò di aspettare un bambino. Le risposi “Che problema c’è? Avremo un altro Voipino”». Simone Terreni, managing director della società di servizi informatici VoipVoice, è ancora stupito di essere diventato popolare per aver scelto tra i suoi collaboratori una donna in gravidanza ed avere ottenuto per questo il premio Pegaso dal Consiglio regionale della Toscana. «La cosa buffa è che ho studiato Dante per tre anni, e sono diventato famoso per avere assunto Federica», commenta l’imprenditore 50enne di Montelupo Fiorentino, ingegnere e dantista, fondatore di una società di marketing e divulgatore del digitale.

I suoi colleghi imprenditori lamentano una carenza di risorse, mentre i giovani non trovano lavoro. Che idea ha dell’asimmetria tra domanda e offerta?


«Noi che operiamo nei servizi troviamo molti ragazzi in gamba. Pochi giorni fa, ad esempio, abbiamo assunto Samanta, una Millennial arrivata terza nelle graduatorie sei mesi fa. Ci teneva a lavorare da noi, si è messa a studiare, e ha superato le nuove selezioni. Ci arrivano tantissimi curricula e, attraverso lunghissime selezioni, riusciamo a trovare le persone giuste. Nel digitale, i giovani sono senz’altro privilegiati. Ma è anche vero che spesso arrivano ai colloqui senza sapere usare neppure Excel: mancano le basi informatiche, perché c’è un distacco troppo forte tra scuola e azienda».

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Che suggerimento darebbe alla scuola italiana?

«Inserire il digitale come materia di studio, fin da piccoli. Condivido l’importanza della musica o dell’arte, ma abbiamo un analfabetismo digitale imbarazzante. Eppure anche un operaio specializzato oggi lavora con macchine digitali. Io introdurrei un patentino digitale, che aprirebbe molte occasioni lavorative».

Quali altre skill trasversali dovrebbero acquisire i giovani?

«Al primo posto la comunicazione. Molti giovani parlano male, in dialetto, omettono. E dalla cattiva comunicazione tra reparti e colleghi nascono le incomprensioni peggiori. Per non parlare delle capacità relazionali con i clienti, che neppure vengono insegnate a scuola».

Per il customer care avete assunto Federica Granai. Come è andata?

«Alla fine del percorso di selezione, si era rivelata la persona più idonea a ricoprire quel ruolo fondamentale per una realtà come la nostra, fornitrice aziendale di servizi voce che passano attraverso internet e fibra ultraveloce. Poi mi sono accorto che non avevo percezione di ciò che succede fuori dalla nostra azienda, che ha il 65% di presenze femminili. Come ogni mattina alle 8, pubblicai un post in cui raccontavo che Federica era venuta a raccontarmi la sua gravidanza con molto timore. Ottenni 2,5 milioni di visualizzazioni, e una marea di testimonianze di donne discriminate; storie tristi di mamme che hanno perso i figli, mobbing e vertenze sindacali. Come se avere un figlio fosse una malattia. Allora mi sono chiesto chi dovrebbe garantire un futuro alla società».

Quale “catastrofe” ha portato la nascita di Diego?

Ma un’azienda assume se ha bisogno di quella figura…

«È tutta questione di programmazione. Noi non assumiamo sull’emergenza. A inizio anno programmiamo le risorse da inserire, rivedendo gli obiettivi sulla base dell’andamento aziendale. Facciamo selezioni molto lunghe, perché cerchiamo di inserire le persone giuste».

Non ha usato mezzi termini con Elisabetta Franchi…

«Non mi è andato giù che abbia detto di fare il mio stesso mestiere. Io avrò tanto da imparare da lei, che ha costruito un’azienda conosciuta in tutto il mondo. Ma lei dovrebbe iniziare a vedere la sua azienda come portatrice di valore, per le persone che ci lavorano e per il territorio in cui è inserita. A me piace vedere tutti i giri di boa: i primi stipendi, l’acquisto della macchina, poi quello della casa, la nascita del primo Voipino, e magari del secondo. Non siamo una onlus, ma come imprenditori siamo responsabili delle persone che ci danno il bene più prezioso: il loro tempo. Non possiamo pensare solo a fatturare».

L’esperienza dei lockdown ha stimolato la diffusione in Italia dello smart working?

«Non abbiamo imparato la lezione. Finita l’emergenza, sono tornati tutti in ufficio, perché gli imprenditori non hanno fiducia: vogliono controllare i collaboratori come fossero schiavi. Preferiscono avere dipendenti in ufficio, che magari giocano al computer, piuttosto che gestirli per obiettivi. Noi abbiamo iniziato ad adottare lo smart working nel 2015, due anni prima della legge, spinta dalla disponibilità di tecnologia. Internet veloce e sistemi di comunicazione in cloud rendono le connessioni sicure. Noi pubblichiamo online, sulla Smart Working Radio, guide gratuite sulla gestione del lavoro agile».

«Durante i lockdown, ho letto un canto della “Divina Commedia” a sera. E ne ho trovato un’attualità pazzesca. Mi sono chiesto perché noi gentaccia di business studiamo manuali americani, mentre un innovatore come Dante ci ha spiegato a affrontare le nostre paure, a trovare la giusta motivazione, a fare scelte. C’è persino una lezione di public speaking, con Farinata degli Uberti».

Come vede il tessuto imprenditoriale toscano?

«Viaggia a due velocità. Ci sono eccellenze informatiche, enogastronomiche, e nella moda. E piccole realtà gestite da padri-padroni».

Di Firenze, cosa vorrebbe cambiare?

«Non vorrei cambiarla, la adoro. Vorrei fosse meno turistica e più viva; meno Disneyland del Medioevo e più città. Potrebbe diventare protagonista di un rinascimento digitale. Le risorse ci sono. Visto che siamo stati così bravi a far rinascere le arti, potremmo riempire i palazzi del centro storico di ragazzi che sviluppano App».

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6 giugno 2022 | 16:47

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